Il “ricatto” di Draghi: il vero motivo per cui l’Europa insiste con l’austerity

Immaginiamo per un attimo una scena universitaria. Uno studente di economia si presenta all’esame di politica economia. Il professore gli chiede quali misure – espansive o restrittive – un amministratore dovrebbe prendere in considerazione per risolvere una crisi di domanda. Lo studente risponde asserendo che l’approccio giusto consiste nell’alzare le tasse e tagliare la spesa pubblica. Insomma, menziona tutte quelle azioni che l’Europa ha portato avanti in questi anni di recessione.

Ebbene, lo studente sarebbe bocciato. E’ proprio così: secondo la dottrina tradizionale (che poi tanto tradizionale non è) l’operato delle istituzioni europee non solo è stato insufficiente, ma persino deleterio. Mario Draghi, Van Rompuy, Barroso, Katainen, Monti, Merkel… A un esame universitario sarebbero tutti bocciati.

Ovviamente si tratta di una provocazione. Il comportamento dell’Ue è comunque strano. Perché si insiste ancora con l’austerity? E’ questa la domanda che occorre porsi. Non ha funzionato, lo si è visto in questi anni. Anziché migliorare le finanze dei paesi, le hanno compromesse ulteriormente.

Si pensi all’Italia. Sulla nostra ubbidienza, non è possibile nutrire dubbi. Ad aprire le danze è stato Tremonti, che nel 2010 ha proceduto con tagli lineari alla spesa pubblica (memorabile quello all’Istruzione). A calcare la mano è stato poi Monti, le cui manovre lacrime e sangue hanno fatto piangere e sanguinare milioni di persone. Anche Letta ci ha messo del suo.

Ciononostante, il debito pubblico è aumentato dal 118% al 134%, per la precisione di circa 300 miliardi. Il motivo è assai banale. Se aumenti le tasse, le persone hanno meno soldi da spendere. Se le persone hanno meno soldi da spendere, le imprese non vendono. Se le imprese non vendono, scende la base imponibile. Se scende la base imponibile diminuiscono le entrate. Se diminuiscono le entrate aumenta il debito. Tutto molto semplice.

Possiamo lecitamente supporre che Draghi e co. siano più preparati di uno studente al secondo anno di economia. Dunque, cosa c’è dietro?

Proviamo per un attimo a cedere alle sirene del complottismo. Non che sia difficile. I vari sostenitori dell’austerity hanno qua e là nel corso degli anni seminato qualche indizio a riguardo. Il vero motivo di tanta austerity potrebbe essere questo: l’Europa vuole costringerci a fare qualcosa, e l’arma migliore per farcela fare è imporci la recessione.

Questa ipotesi è esagerata solo a metà. In verità, è noto cosa l’Europa vuole da noi: le riforme, in campo istituzionale ma soprattutto sul fronte del lavoro. E guarda caso all’Europa piace il Jobs Act, che impone il dominio del mercato a discapito dell’intervento pubblico e un aumento della flessibilità/precarietà.

Draghi e i commissari promettono che concederanno all’Italia di soprassedere – temporaneamente – alla disciplina di bilancia, ma solo se in cambio il Bel Paese realizzerà le riforme.

Le deroghe sul Patto di Stabilità e sulla regola del 3% permetterebbero a governo di spendere più denaro per la crescita della domanda e farebbero sicuramente ripartire l’economia. Alla luce di tutto ciò, è lecito sospettare che il vero scopo dell’Unione Europea è quello di costringere i paesi a riformarsi (in senso ultraliberista). L’arma principale è la concessione delle deroghe. Insomma, un vero e proprio ricatto.

Si tratta, lo ripetiamo, di una provocazione. Sta ai lettori giudicarla eccesiva oppure no.

Responsabilità: Tutti gli autori, i collaboratori e i redattori degli articoli pubblicati su webeconomia.it esprimono opinioni personali. Tutte le assunzioni e le conclusioni fatte nei post ed ulteriori analisi di approfondimenti sugli strumenti finanziari (valute, azioni, criptovalute, materie prime, indici) sono soggettive e non devono essere considerate come incentivi e/o raccomandazioni all'investimento. Le analisi e le quotazioni degli strumenti finanziari sono mostrate al solo scopo di informare e non per incentivare le attività di trading o speculazione sui mercati finanziari. Lo staff di webeconomia.it e gli autori degli articoli non si ritengono dunque responsabili di eventuali perdite di denaro legate ad attività di investimento. Lo staff del sito e i suoi autori dichiarano di non possedere quote di società, azioni o strumenti di cui si parla all'interno degli articoli. Leggendo i contenuti del sito l'Utente accetta esplicitamente che gli articoli non costituiscono "raccomandazioni di investimento" e che i dati presentati possono essere non accurati e/o incompleti. Tutte le attività legate agli strumenti finanziari e ai mercati come il trading su azioni, forex, materie prime o criptovalute sono rischiose e possono comportare perdita di capitali.
Giuseppe Briganti, 1987. Nato a Reggio Calabria, blogger, laureato in Scienze della Comunicazione e Comunicazione Istituzionale e d’Impresa, sempre con il massimo dei voti. Appassionato di politica, economia, narrativa, ho cominciato a scrivere quando ho realizzato che pensare non mi bastava. Concepisco la scrittura come dialogo, battaglia tra idee e visioni del mondo. Consapevole che una verità unica ed eterna non esiste, mi piace persuadere il prossimo e, quando un’idea altrui mi conquista, farmi persuadere. Nella mia vita professionale ho scritto di qualsiasi argomento, ma trovo particolare piacere a scrivere di economia. Sono un attivista politico e ho collaborato durante la campagna elettorale con il candidato sindaco di Reggio Calabria per il centrosinistra.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here