Microcredito: un istituto che viene da lontano

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Il credito è uno dei grandi temi di questa crisi. Le aziende e le famiglie sono costrette ad affrontare una crisi di liquidità senza precedenti che da una parte (le famiglie) limita i consumi e dall’altra (le imprese) limita le occasioni di crescita dell’occupazione. Perché le banche hanno chiuso i rubinetti? Certamente un fattore decisivo è quello della crisi del debito che ha aperto scenari di potenziale bancarotta per molti istituti finanziari. Ad ogni modo, esistono strumenti non convenzionali – o comunque poco conosciuti – per garantire liquidità ai vari soggetti che compongono la società. Uno di questi è il microcredito.

Cos’è il microcredito? E’ l’istituto che prevede prestiti di ridotta entità, a tassi agevolati, con un tempo di restituzione in genere abbastanza breve. E’ diretto soprattutto alle fasce deboli e per molti è un modo per uscire dalla povertà.

Il microcredito “moderno” è nato in India un decennio fa. Sullo scenario indiano – utile a capire quello delle economie più avanzate – ci torneremo. E’ d’uopo però specificare che di moderno, almeno dal punto di vista del principio, il microcredito ha poco. La sua origine risale addirittura al tardo medioevo, precisamente nel XV secolo, con i Monti di Pietà. Sotto questa definizione rientrano i “sistemi” ideati dai monaci atti a garantire prestiti di piccole dimensioni ai poveri. Come garanzia il contraente offriva in ipoteca un pegno, del valore superiore al prestito, che in caso di insolvenza veniva venduto all’asta. Anche in questo i tassi erano agevolati e i debiti facilmente estinguibili.

Lo scopo del microcredito, identico a quello dei Monti di Pietà medievali e post-medievali, non è solo quello di risollevare le sorti della gente meno abbiente, ma anche quella di ispirare una certa crescita economica. Più che per garantire la sopravvivenza, i micro-prestiti vengono elargiti per sostenere le piccole attività economiche dei più poveri: il commercio al dettaglio di frutta e verdura (le classiche bancarelle), la rivendita di utensili, le micro-attività di artigianato e così via. Insomma, servono a irrorare e sostenere quel che viene chiamata economia informale. Essa si distingue dall’economia sommersa per la legalità di scopi e modi (i contributi vengono versati), mentre si distingue dall’economia formale perché il tipo di attività non è riportato da alcun documento ufficiale. Ciononostante, l’economia informale favorisce l’economia formale. In primo luogo perché lavorati “informali” più ricchi (o meno poveri) consumano di più – e la domanda interna sale. In secondo luogo perché, molto spesso, i lavoratori ex-poveri “fanno il salto”, ossia ampliano le proprie attività ed emergono nel mondo “ufficiale”, quello delle scartoffie e dei documenti. Da molti è considerato come uno strumento affine al prestito d’onore. A cambiare sono le finalità. Non sostegno alle attività economica, non sostegno alle famiglie disagiate, piuttosto finanziamento del percorso di studi e formativo. Un’altra funzione essenziale del microcredito è quello di debellare l’usura. In assenza di questo strumento, l’unica alternativa per i meno abbienti è quella di rivolgersi agli usurai, con tutte le tragedie del caso.

Il microcredito moderno ha avuto origine in India. Il creatore si chiama Muhammad Yanus, premio nobel 2006 per la pace. Proprio l’invenzione del microcredito gli è valso il prestigioso premio. La fama di questo strumento finanziario “pro-poveri” ha subito negli ultimi giorni un’amplificazione per via di un servizio messo in onda da un celebre programma televisivo. In esso, vengono mostrati tutti i vantaggi del microcredito in India. La normativa di garanzia occupa, nella vicenda indiana, un capitolo interessante. Essa si basa sul concetto di solidarietà tra “vicine di casa”. Detta così non ha molto senso, ma il sistema funziona – eccetto che per alcuni casi che esporremo più tardi. Il prestito viene erogato solo alle donne perché sono queste, e non gli uomini, a essere giudicate affidabili. Non solo, vengono formati gruppi di cinque soggetti, vicine di casa e amiche (come anche parenti, a patto che vivano in nuclei familiari diversi): se una contraente non riesce a pagare il debito, allora esso dovrà essere pagato dalle restanti quattro donne, che ne diventano le titolari. Questo sistema garantisce una percentuale bassissima di insolvenze, intorno all’1%, mentre la media dei prestiti normali è del 6-7 e in alcune zone del mondo anche 8.

Tutto ciò, in condizioni “normale”. Quando si parla di microcredito, il concetto di normalità acquisisce coloriture bizzarre. Il filo che tiene il sistema in piedi è la componente etica, che qui si lega – senza contraddizioni – con quella del profitto. Il nucleo della questione è che ci guadagnano tutti: i contraenti (interessi agevolati), investitori (che recuperano i bassi prestiti con l’altissima solvenza), banche (che prendono le commissioni). Si tratta di un profitto giusto, senza grosse esagerazioni e – soprattutto – praticamente certo. Il problema arriva quando la voglia di profitto è troppo, e le occasioni di profitto aumentano a dismisura. In buona sostanza, il problema arriva quando lo strumento è “invaso” dagli investitori – un’invasione da profitto. Il problema è che è già successo: in India il governo ha costretto le banche a destinare l 40% dei prestiti al microcrediti, ponendo in essere prestiti a chiunque (per voglia di profitto), anche agli inaffidabili. Il sistema è rischiato di crollare all’inizio della seconda ondata di crisi e solo ora si sta riprendendo.

La domanda conclusiva è: il microcredito può funzionare “in massa” anche in Italia? La risposta è semplice: sì, se si pongono delle adeguate barriere all’entrata. L’avidità imprenditoriale è una piaga da cui l’Italia non è immune, come gli altri paesi avanzati, del resto.