Mercati finanziari deboli sotto la pressione iraqena

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La crisi in Iraq potrebbe complicare ulteriormente gli attuali scenari internazionali, già messi a durissima prova da quanto sta accadendo in Ucraina: il pericolo principale è che il Paese, sull’orlo della guerra civile, possa danneggiare le forniture regolari di petrolio. E, considerato che l’Iraq è il secondo Paese produttore all’interno dell’area Opec, i riflessi globali sarebbero per lo meno disastrosi.

In un contesto di grande incertezza sul futuro a breve termine, deludono anche i dati dell’Eurostat, che confermano come il tasso dell’inflazione europea si aumentato di soli 0,5 punti percentuali nell’Eurozona, e dello 0,6 per cento nell’Unione Europea, contro – rispettivamente – 0,7 e 0,8 punti percentuali nel mese precedente. Ne è derivato – su base mensile – un tasso che è leggermente negativo (- 0,1%): una valutazione estremamente pessimistica, visto e considerato che lo spettro della deflazione continua ad aggirarsi minaccioso ai confini del vecchio Continente.

Per quanto concerne invece gli Stati Uniti, dal territorio a stelle e strisce giungono nuovi aggiornamenti sul fronte della produzione industriale, che a maggiore sarebbe cresciuta di 0,6 punti percentuali e, pertanto, oltre le principali attese. Contemporaneamente, il Fondo Monetario Internazionale annuncia che l’economia crescerà del 2 per cento entro la fine dell’anno, contro il 2,8 per cento stimato in precedenza, e del 3 per cento il prossimo.

Passando all’andamento borsistico, rileviamo come il FTSE MIB abbia chiuso una giornata fiacca in calo dello 0,86 per cento a 21.976,26 punti, mentre il FTSE 100 di Londra è riuscito ad attenuare la flessione a – 0,34 per cento a 6.754,64 punti. In Francia l’indice CAC 40 ha chiuso negativo per 0,73 punti percentuali a 4.510,05 punti, mentre in Germania il DAX 30 ha perso lo 0,29 per cento a 9.883,98 punti.

In ambito materie prime, continua il rialzo dei prezzi del petrolio sulla spinta della già ricordata crisi in Iraq, con il light sweet crude che a New York si colloca sopra 107 dollari al barile. Il Brent di Londra, invece, dopo aver toccato i massimi da nove mesi a questa parte, chiude intorno ai 112 dollari al barile. Quotazioni in rialzo anche per l’oro, evidentemente sempre più grado di ergersi a bene rifugio, in un simile contesto globale.

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Classe 1982, laureato in economia, specializzato in marketing internazionale, collabora con alcuni dei principali network editoriali italiani. Appassionato di finanza, presta servizi di consulenza editoriale dal 2002.

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