Mario Draghi lascia la Bce: cosa succede ora

mario draghi

Giovedì 24 ottobre si è tenuta l’ultima conferenza stampa di Mario Draghi, atto finale della sua altrettanta ultima riunione. Il 31 ottobre sarà succeduto dalla francese Christine Lagarde, già Presidente del Fondo Monetario Internazionale.

Correva l’anno 2012, quando l’Italia aveva tre Super Mario: Draghi appunto, il Presidente del consiglio Mario Monti e il calciatore Mario Balotelli. Se del primo diremo più approfonditamente a breve, del secondo e del terzo abbiamo presto perso le tracce.

Mario Monti doveva essere il salvatore del nostro Paese, ma è passato alla storia per le sue manovre “lacrime e sangue”. Forse funzionali proprio a quello scopo. Mentre Mario Balotelli illuse la nostra Nazionale con una doppietta contro la Germania negli Europei di quell’anno (persi poi in malo modo nella finale contro la fortissima Spagna), ma poi è passato da una squadra all’altra senza lasciare tracce ovunque giocasse. Tant’è che oggi, nella più classica delle parabole, è finito dove tutto è iniziato: a Brescia.

Mario Draghi, invece, è il Super Mario che è durato di più. Ben otto anni alla guida della Banca centrale europea. Dove si presentò apprezzando il modello tedesco, ma è riuscito comunque a lasciare spazio ad un minimo laissez-faire.

Di recente, ha incassato pure gli elogi a mezzo tweet di Donald Trump. Il quale non ha compiuto strafalcioni sul nome come successo a Conte (quel “Giuseppi” ormai è diventato di uso comune), bensì, ha detto di vederlo bene alla Fed. Sebbene il Tycoon non abbia mancato di mandargli una delle sue proverbiali bordate. In particolare, sul fatto che le politiche di abbassamento dei tassi da parte di Draghi, provochino una concorrenza sleale tra Usa e Ue.

Vediamo di seguito i passaggi più importanti di Draghi come Presidente della Bce e cosa accadrà col suo addio.

Mario Draghi cosa ha fatto alla Bce

E’ opinione generale tra gli economisit che la politica monetaria di Mario Draghi abbia lasciato un segno indelebile sui titoli di stato tedeschi. Come noto, quelli verso i quali si confrontano i titoli degli altri Paesi.

Quando ha iniziato il proprio incarico, il tasso sulle obbligazioni a 10 anni era di circa il 2%, per finire a 0,74% quest’anno. In concomitanza col fatto che l’intera curva dei rendimenti tedeschi sia diventata negativa. Ancora più significativo l’andamento delle obbligazioni italiane, scese da quasi il 7,5 % nel 2011 allo 0,75 % nel 2019.

Comunque, sotto la sua guida, la Banca centrale europea ha faticato a garantire un livello di inflazione “vicino ma inferiore al 2% nel medio termine”. Certo, lo scenario generale globale non è stato semplice: in primis, la guerra commerciale tra Usa e Cina; i dati manifatturieri della locomotiva Germania più deboli; la travagliata e ancora non conclusa Brexit.

Tutti fattori che, in verità, sono emersi nell’ultimo triennio del suo mandato. E che hanno portato ad un nuovo ciclo di misure di stimolo a settembre, culminati con un nuovo ciclo di acquisti di titoli di Stato.

Un passaggio cruciale nei suoi otto anni di mandato, lo abbiamo nel luglio del 2012, quando Draghi in quel di Londra fece capire esplicitamente che la Bce avrebbe fatto di tutto per salvare l’Euro. Sgomberando il campo da speculazioni sui titoli. Era il periodo del caos greco, l’affanno delle banche spagnole e la situazione complicata dell’Italia commissariata dai Professori.

Draghi aprì alla possibilità di acquistare il debito dei Paesi della zona euro in cambio di solidi programmi di riforma. Nonché annunciò il mai utilizzato OMT (acronimo di outright monetary transactions).

Nel 2014 arrivò il Quantitative Easing, misura simbolo di Draghi Presidente della Bce. Sarebbe partito all’inizio del 2015 a un ritmo di 60 miliardi di euro al mese. L’obiettivo era quello di riportare l’inflazione vicino (ma sotto) al 2%. tuttavia, l’obiettivo non fu mai centrato e da dicembre 2018, la BCE fu costretta a ripartire con gli acquisti.

La cosa più complicata affrontata da Draghi è stata comunque la crisi della Grecia, ad un passo dall’uscita dall’Euro. L’arma utilizzata è stata la “emergency liquidity assistance” (meglio nota con l’acronimo ELA). Si riuscì a mitigare i problemi delle banche elleniche, mentre la rinegoziazione del debito consentì di stabilizzare l’economia. Sebbene i greci pagassero un prezzo altissimo dal punto di vista sociale.

Il 2018 è stato all’insegna dell’ottimismo, con la Fed che sotto il “falco” Jerome Powell ha alzato per ben 4 volte i tassi, mentre il Consiglio Direttivo europeo ha iniziato a parlare di aumento del costo del denaro per la prima volta dopo tanto tempo.

Tuttavia, a fine anno l’economia ha cominciato a far registrare i primi segnali di rallentamento, mentre dall’estate 2019 si è registrata una autentica inversione di tendenza. Con Fed e Bce che hanno finito per tagliare i tassi.

Quest’ultima scelta da parte di Draghi è stata osteggiata per altro da alcuni membri del Consiglio Direttivo della Banca centrale europea.

Bce, cosa succede con addio di Draghi

Ora tutti si stanno chiedendo: come sarà la Bce con Christine Lagarde? Si tratta della prima donna alla guida della Bce, peraltro senza mai essere stata governatrice di una banca centrale. E’ considerata dai mercati più tollerante e realista di un tedesco o di un finlandese. Meno teorica accademica di Draghi e probabilmente meno preparata sulla politica monetaria, data la sua formazione legale.

Non parliamo comunque di una sprovveduta, dato che la Lagarde è stata direttrice generale del Fondo monetario internazionale (Fmi) a Washington. E’ diventata più monetarista e meno keynesiana, senza dimenticare i limiti della politica monetaria e l’esigenza di coordinarsi con la politica fiscale.

Essendo francese, però, in tanti rievoca lo spettro del predecessore di Draghi, il connazionale Jean-Claude Trichet. Il quale aveva alzato prematuramente i tassi nel 2011, scelta considerata da molti addetti ai lavori un grave errore.

Tuttavia, c’è chi la ritiene una solida garanzia per l’equilibrio del sistema e gli interessi delle classi padronali. Gli esempi sono due: la Grecia e l’Argentina. Considerate poi a posteriori troppo austere.

Una macchia nel suo curriculum è poi apparsa nel 2016, quando la Corte di giustizia della République l’ha ritenuta responsabile di “negligenza” nel 2016. In quanto, da ministro dell’Economia, dell’Industria e dell’Impiego nel Governo Sarkozy, ha trattato con troppa “leggerezza” la gestione di un contenzioso costato oltre 440 milioni alle casse dello Stato francese.

Riguardo la difesa dell’ambiente, tema ormai in auge da tempo, la Lagarde sostiene la carbon tax, ma dà ragione a Trump nella sua richiesta di migliore rispetto delle regole del gioco comuni. Ma crede anche nella inclusione dei popoli.

Brillante la sua carriera. Prima di diventare Direttrice del Fondo Monetario Internazionale e ancor prima Ministro dell’Economia, ha iniziato subito dopo la laurea come stagista per il deputato statunitense William Cohen, futuro Segretario alla Difesa della Presidenza Clinton.

Nel 1981 inizia a lavorare per lo studio legale Baker & McKenzie, dove svolge una brillante carriera culminata con l’ingresso, nel 1995, nel comitato esecutivo. Diventando 4 anni dopo prima donna presidente del consiglio di amministrazione.

Nei primi anni 2000 si trasferisce nel confinante Belgio, dove ha fondato l’European Law Centre, divisione estera di Baker & McKenzie. Società che si occupa delle leggi in seno all’Unione europea.

Dal 2005 è iniziata la carriera istituzionale. Venne nominata Ministro delegato al Commercio Estero nel governo de Villepin, e poi Ministro dell’Agricoltura e della Pesca nel governo Fillon I. Tutto il resto è storia, speriamo rosea per l’Ue sotto la sua presidenza.

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