Made in Italy: le norme a tutela dei prodotti agroalimentari

Quasi ogni giorno sentiamo al telegiornale o leggiamo sui giornali che i prodotti tradizionali del Made in Italy sono a rischio contraffazione. Pensiamo alla tutela del pomodoro San Marzano, al Parmigiano Reggiano, all’olio, alla pasta, all’aceto, al vino, solo per citare i casi più eclatanti. I falsi Made in Italy campeggiano ovunque nel mondo portando grande discredito al Belpaese e nocumento a tutti i produttori nostrani, soprattutto alle piccole e medie imprese che non sono tutelate da un importante e riconosciuto brand alle spalle.

Made in Italy e tracciabilità dei prodotti
Tutela dei prodotti agroalimentari grazie alla tracciabilità e ai marchi di denominazione di origine

Significati e tutela del “Made in”

Dietro all’indicazione “made in” si hanno tre significati: il primo è quello geografico e si riferisce alla provenienza della merce da un determinato territorio; il secondo ambito è quello doganale e riguarda l’esborso del dazio in dogana sulla base di patti preferenziali (come quelli esistenti tra i Paesi membri dell’Unione Europea) o non preferenziali; il terzo significato è quello puramente commerciale e concerne la l’origine della merce proveniente da un’azienda ubicata su uno specifico territorio.

Per disciplinare il “made in” esistono specifiche leggi nazionali, europee ed internazionali. Per quanto riguarda l’ambito internazionale, secondo quanto stabilito dall’Accordo di Madrid (recepito in Italia dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 656/68), è proibito segnalare sugli involucri esterni o sui prodotti stessi un’origine che possa mettere fuori strada il consumatore in merito al vero luogo di produzione della merce. Per quanto concerne l’origine del bene, entra poi in gioco il Codice doganale della Comunità Europea (regolamento CE 450/2008, articolo 36) che si riferisce al paese di produzione della merce o meglio al paese dove essa ha subito l’ultima fondamentale modificazione o elaborazione. Questo significa che se un bene viene prodotto per il 70% in un paese estero e per il 30% in Italia quello stesso bene può venire etichettato come Made in Italy. A questo Codice comunitario si rifà la legge italiana 350/2003: detto principio ha valore per tutti i prodotti agroalimentari generici ma non per quelli Igp (indicazione geografica protetta) né Dop (denominazione di origine protetta).

Fondamentale per la tutela della sicurezza alimentare risulta essere il regolamento n. 178 del 28 gennaio 2002 emanato dal Parlamento e dal Consiglio europeo. Oltre a fondare l’Autorità europea per la sicurezza alimentare ed a stabilire alcune specifiche procedure nel campo della medesima sicurezza, il suddetto regolamento CE ha fissato i principi ed i requisiti comuni della legislazione alimentare. Entrato in vigore a partire dal gennaio 2005, il nuovo complesso di norme, tra le altre cose, sottolinea il carattere integrato dell’intera filiera alimentare; stabilisce l’obbligo di tracciabilità ed etichettatura dei beni ai fini dell’identificazione dei produttori, dei distributori, dei processi di lavorazione e della provenienza della merce stessa; sancisce il diritto dei consumatori ad ottenere informazione vere, accurate e non fuorvianti; responsabilizza i singoli operatori del comparto agroalimentare.

La tracciabilità dei prodotti agroalimentari

La tracciabilità dei prodotti deve essere sia interna all’azienda (durante tutto il processo di lavorazione o di trasformazione dei beni) sia riferita all’intera filiera. Le contraffazioni possono in effetti interessare diversi aspetti e diverse fasi della produzione e della trasformazione delle merci: identità dei prodotti, delle materie prime, dei procedimenti; identificazione delle fasi di lavorazione e della provenienza; determinazione della proprietà industriale; falsificazione del brand o della denominazione di origine (soprattutto i prodotti a marchi Dop ed Igp); sofisticazione del prodotto, ovvero una vera e propria frode alimentare mediante adulterazione e variazione delle sue peculiari e rappresentative caratteristiche organolettiche.

In merito alla salvaguardia della tracciabilità delle merci, segnaliamo che la legge 4/2011 ha introdotto in Italia l’obbligo di indicare nell’etichetta identificativa il luogo di origine e di provenienza di tutti i prodotti agroalimentari. La legge 99/2009 ha inoltre introdotto il reato di “contraffazione” per quanto riguarda proprio le false segnalazioni geografiche o di denominazione di origine delle merci agroalimentari. L’ultimo step in ordine di tempo si sta vivendo proprio in questi giorni: alla Camera è stata infatti appena approvata la legge che prevede la diffusione di innovativi sistemi di tracciabilità e l’utilizzo di appositi codici identificativi non replicabili.

Marchi individuali e marchi di denominazione di origine

Ai fini della tutela dei prodotti agroalimentari i produttori devono poter contare sul valore del loro marchio aziendale e sulle normative atte a salvaguardare il loro lavoro. Ma non solo. In alcuni casi specifici, per determinati prodotti e per specifici luoghi di produzione, possono rientrare anche sotto la tutela garantita da marchi universalmente riconosciuti. Parliamo dei marchi Dop (quali ad esempio Parmigiano Reggiano, Gorgonzola, Asiago, Aceto Balsamico Tradizionale di Modena, Mozzarella di Bufala Campana, Prosciutto di Parma, Chianti classico) e dei marchi Igp (come ad esempio Speck dell’Alto Adige, Bresaola della Valtellina, Nocciola del Piemonte, Lardo di Colonnata, Arancia rossa di Sicilia, Mortadella Bologna, Pasta di Gragnano). I prodotti per potersi fregiare di queste denominazioni devono rispettare restrittive norme relative alle materie prime utilizzate nella realizzazione dei prodotti e alle fondamentali caratteristiche fisiche, chimiche, microbiologiche, organolettiche degli stessi.

Abbiamo quindi il marchio STG (Società Tradizionale Garantita) che tutela solo alcune produzioni tradizionali; in questa categoria rientrano per esempio la Mozzarella e la Pizza Napoletana. In questo caso, a differenza del marchio Dop e Icg, si tratta di prodotti agricoli o alimentari dotati di una “specificità” connessa al metodo di produzione o alla composizione conformi alla tradizione di un particolare territorio. Questi beni, per essere classificati come STG non devono essere necessariamente prodotti in questo territorio ma devono rispettare determinati procedimenti e parametri rituali.

Esistono infine marchi collettivi e i marchi collettivi geografici (pensiamo per esempio alla Focaccia Genovese o al Pane di Altopascio) che denotano la provenienza geografica del prodotto e garantiscono l’origine, la natura o la qualità di alcuni specifici prodotti.