M5S, qual è il suo programma di politica economica

Qual è il programma di politica economica del Movimento cinque stelle? Dopo le elezioni della scorsa domenica 4 marzo, la situazione istituzionale italiana è ancora in alto mare. Come del resto prevedibile, in virtù di una legge elettorale che difficilmente avrebbe dato una netta maggioranza ad una coalizione o ad un partito. Salvo il caso di un incredibile plebiscito. Che non è avvenuto. Certo, il Movimento cinque stelle ha fatto il boom, attestandosi su oltre il 32% delle preferenze. Con punte che hanno anche superato il 60% al Sud e confermandosi primo partito in tante zone del Nord.

Il centrodestra, invece ha ottenuto al Nord il primato in termini di coalizione, trainato da una Lega che con la cura Salvini durata 4 anni (ovvero dal 2014 quando è diventato segretario, ereditando un partito lacerato dagli scandali della Bossi family) ha praticamente più che quadruplicato i suoi voti su base nazionale. Passando dal 4% delle precedenti politiche del 2013 al 18%. In realtà, la Lega ha preso voti anche al centro e al Sud. Due casi su tutti: a Macerata, dove è avvenuto il caso di quella ragazza uccisa e fatta a pezzi da nigeriani, ha preso il 21% dei voti. A Benevento il 6 percento.

La Lega ha anche superato Forza Italia come partito con più voti, dato che la compagine di Berlusconi non è andata oltre il 14%. Almeno un 10% in meno rispetto alle performance di dieci anni fa, e qualche voto in meno rispetto a 5 anni fa. Segno di un trend negativo, di un partito ancora fortemente leaderistico e punta su un leader 82enne, che promette le stesse cose di quando “scese in campo” nel lontano 1994. Sostituendo nei suoi discorsi l’allora pericolo comunista con il pericolo Cinquestelle. Per il resto, la sostanza non è cambiata. Ma se allora aveva attirato la simpatia di molti presentandosi come la novità, oggi appare un disco rotto. Ricordando il personaggio interpretato da Charlie Chaplin nel bellissimo film “Luci della ribalta”: il clown Calvero. Ormai vecchio e superato e messo ai margini dal mondo dello spettacolo. Ma comunque ancora illuso di contare qualcosa.

Autentico flop anche quello del Partito democratico, che ha incassato solo il 19% dei voti. Punito soprattutto per l’eccessivo zelo nei confronti dell’Ue e per una politica migratoria inefficace. Un’ulteriore batosta per Matteo Renzi, dopo la sconfitta del Sì al referendum costituzionale. Aveva detto che in quel caso si sapere ritirato. E gli italiani hanno punito anche questa sua falsa promessa. Inoltre, i partiti della coalizione non sono stati di aiuto, visto che +Europa della Bonino ha preso solo il 2,7% dei consensi e gli altri due (Insieme e Civica popolare) hanno preso entrambi un misero “zero virgola”. Non pervenuta invece la formazione creata dai rottamati da Renzi, Bersani e D’Alema, Liberi e uguali. Che hanno superato a malapena il 3 percento.

Ed è proprio questo il problema per chi ha architettato “ad hoc” la presente legge elettorale: si sperava in un governo di larghe intese tra Pd, Forza Italia ed altri partitini centristi, al fine di tenere ancora a Palazzo Chigi un Premier che andasse bene all’Europa (come ad esempio Gentiloni). E invece non è andata così. Il Governo spetterebbe al Movimento cinque stelle, che però non ha i numeri per formare una maggioranza.

Ma qual è il programma di politica economica dei Cinquestelle? Vediamolo di seguito.

Qual è il programma economico del Movimento cinque stelle?

Qual è il programma economico del Movimento cinque stelle? In sintesi lo si potrebbe sintetizzare così: più investimenti pubblici, meno tasse sulle imprese, un nuovo paradigma di sviluppo fondato sulla qualità delle vita e non solo sul Prodotto interno lordo. Il Movimento 5 Stelle ha messo nero su bianco sul suo “Blog delle Stelle” i punti principali della sua agenda economica firmata da Lorenzo Fioramonti. Colui che è stato indicato come ministro dello Sviluppo Economico da Luigi Di Maio.

Quest’ultimo ha indicato la necessità di “mettere al centro dell’economia lo Stato Innovatore, che indirizzi lo sviluppo del Paese nei settori strategici attraverso maggiori investimenti, corregga gli squilibri della finanza speculativa ed eroghi direttamente parte del credito alle imprese per mezzo di una Banca pubblica“. E poi aggiunge che sia necessario: “trasformare la politica industriale del Paese nella direzione dell’economia circolare, delle fonti rinnovabili e del decentramento energetico”.

Secondo Fioramonti, occorre supportare le piccole e medie imprese che investono a livello locale, tramite l’abbassamento della pressione fiscale (ovvero Irpef, Irap) e semplificando il rapporto dei contribuenti con l’Agenzia delle Entrate. Quest’ultimo si può ottenere abolendo le centinaia di leggi dannose come lo spesometro, il redditometro e gli studi di settore. A suo dire, queste misure dovrebbero portare “centinaia di migliaia di posti di lavoro stabili, in settori ad alto valore aggiunto e quindi ad alti salari”.

Ma come si ottengono i soldi per tutto questo? Grazie ad un conseguente aumento dell’occupazione, che porterà quindi anche un aumento delle entrate fiscale, spostando “decine di miliardi di spesa improduttiva su voci di bilancio ad alto rendimento”. Fioramonti, nelle sue dichiarazioni, dice di auspicarsi che l’Italia possa offrire al mondo una propria “visione pionieristica dello sviluppo, dove a contare sia la Qualità della Vita complessiva e non solo parametri di produzione incompleti come il Pil”. Insomma, Fioramonti non crede che il Prodotto interno lordo sia sufficiente per indicare, da solo, lo stato di salute economica di un Paese. Ma servano altri fattori e indicatori.

Ecco i 5 punti indicati sul sito realizzato proprio per divulgare il programma dei Cinquestelle:

Ecco cosa si legge sul post:

1) mettere al centro dell’economia lo Stato Innovatore, che indirizzi lo sviluppo del Paese nei settori strategici attraverso maggiori investimenti, corregga gli squilibri della finanza speculativa ed eroghi direttamente parte del credito alle imprese per mezzo di una Banca pubblica

2) trasformare la politica industriale del Paese nella direzione dell’economia circolare, delle fonti rinnovabili e del decentramento energetico (autoproduzione e autoconsumo di energia)

3) sostenere la domanda interna e le micro, piccole e medie imprese che investono localmente, abbassando la pressione fiscale (Irpef, Irap) e semplificando il rapporto dei contribuenti con l’Agenzia delle Entrate (abolizione di centinaia di leggi dannose come lo spesometro, il redditometro e gli studi di settore)

4) creare, grazie ai tre pilastri precedenti, centinaia di migliaia di posti di lavoro stabili, in settori ad alto valore aggiunto e quindi ad alti salari

5) incidere sul debito pubblico grazie alle maggiori entrate derivanti dalla crescita occupazionale e allo spostamento di decine di miliardi di spesa improduttiva su voci di bilancio ad alto rendimento

Programma economico M5S

Entrando nello specifico, sul sito il programma viene spiegato un documento di sette pagine. Si parte proprio dalla succitata questione del Prodotto interno lordo. A detta di Fioramonti, quest’ultimo non deve essere l’unico parametro per misurare il benessere di una nazione, in quanto non riflette in alcun modo il benessere del Paese poiché basato su un assioma non veritiero: il benessere umano è direttamente proporzionale alla crescita economica.

E come sostituire il Pil per misurare la salute economica di un Paese? Basando il suo sviluppo economico su principi che prendano in considerazione il flusso di materiale nel ciclo di produzione e consumo, con un utilizzo razionale delle risorse naturali. Avendo come obiettivo la garanzia di uno sviluppo sostenibile nel tempo. Occorre poi affiancare a ciò l’uso di misuratori economici del benessere umano, realizzando un nuovo modello di misura che prenda in considerazione i limiti posti dal modello lineare. Proporzionandolo alla misurazione del benessere effettivo e non solo analitico, tramite gli indicatori di benessere economico e sostenibile (indicati con l’acronimo BES)”. Aggiungiamo a ciò la volontà di “incentivare ancora di più lo sviluppo tecnologico delle imprese italiane”.

In una lettura Keynesiana dell’economia, Fioramonti auspica un ritorno dello Stato nelle vesti di maggiore investitore. Così da sollecitare gli investimenti generali. Secondo la sua visione di economia, le aziende che operano in un sistema nel quale lo Stato è azionista di maggioranza, finiscono per svolgere un ruolo fondamentale nello sviluppo del Paese per quanto concerne la ricerca , l’applicazione delle migliori pratiche, gli investimenti ed il rilancio del Paese. Il tutto tramite l’innovazione tecnologica a livello nazionale, sviluppando opportunità occupazionali”.

Fioramonti parla anche della necessità di riformulare il Trattato di Maastricht, il Trattato di Lisbona e il “fiscal compact. Dato che vincolano lo sviluppo economico e impongono la riduzione del debito. In poche parole, secondo Fioramonti, occorre ripristinare la sovranità nazionale, che si è spostata nei mercati, all’interno degli stessi stati nazionali. In quanto il possibile prossimo Ministro dello sviluppo economico deve essere il diritto che deve prevalere sull’economia e non il contrario.

Il programma economico del Movimento cinque stelle è di tipo circolare, e può essere raggiunta tramite il contrasto di una serie di barriere mediante azioni normative. Tali barriere economiche sono “le asimmetrie informative, le priorità di business, le barriere di mercato, le abitudini e la cultura, le barriere geografiche, di sviluppo infrastrutturale, le barriere tecnologiche e i limiti imposti dalla regolamentazione”.

  • Ancora, i Cinquestelle parlano di Industria 4.0, da creare tramite la sburocratizzazione
  • la riduzione degli oneri fiscali
  • creando una sinergia tra imprese, pubblica amministrazione, mondo dell’università e della ricerca
  • sviluppando le smart cities
  • sviluppando nuovi modelli di welfare al fine di attutire l’impatto sociale della nuova “rivoluzione industriale”
  • prevenendo le conseguenze dell’impiego sempre più ampio di robot nel mondo del lavoro

Al centro del programma economico dei Cinquestelle c’è anche il Made in Italy, che secondo loro deve tornare ad avere. Ancora di più nell’era della globalizzazione che stiamo vivendo. Quest’ultima deve essere gestita in modo da proteggere i posti di lavoro, e senza distruggerli come sta facendo. Il tutto, senza però strappare il tessuto internazionale e degli scambi. Previste poi misure anche legislative, che proteggano le realtà virtuose, pur chiarendo ugualmente in maniera chiara dove provengano i prodotti. E’ necessario per i pentastellati anche mettere in discussione alcuni vincoli con l’Ue, al fine di “liberarsi dalle catene dei vincoli numerici, economici e giuridici ingiusti imposti dai trattati sottoscritti con l’UE”.

Infine, altro obiettivo del programma è la riduzione nel rapporto debito pubblico e Pil. Mediante “Maggiori investimenti pubblici ad alto moltiplicatore e crescita dell’occupazione”, così da consentire la crescita economica e quindi il PIL, in parallelo ad una drastica riduzione delle spese improduttive e degli sprechi di denaro pubblico, nonché alla lotta all’evasione fiscale. Come fare tutto ciò? Abbinando maggiori investimenti produttivi e il taglio agli sprechi nella spesa pubblica.

Lorenzo Fioramonti chi è

Chi è Lorenzo Fioramonti, fautore del programma economico del Movimento cinque stelle? Fioramonti ha 39 anni e la necessità di dover lasciare l’Italia l’ha intuita quando, all’Università di Bologna, gli fu esplicitamente chiesto di non presentarsi ai concorsi come ricercatore per evitare di creare problemi al candidato pr-eselezionato. Per una sorta di regole non scritte che però tutti conoscono bene. All’epoca, Fioramonti aveva 33 anni ed aveva appena conseguito un dottorato e un biennio come assegnista presso la facoltà di Scienze Politiche. Capì, insomma, che i concorsi vengono banditi solo per qualcuno in particolare. Inoltre, come ha dichiarato a Il Fatto, in Italia bisogna presentarsi ad un concorso solo dietro invito.

Infatti, prosegue, quando si ha un curriculum forte, è meglio non presentarsi in quanto si potrebbe dare problemi al candidato già designato per vincere. Vide infatti tanti aspiranti ricercatori messi in stand-by aspettando il loro turno. Semmai arrivasse. Lui aveva già capito che non avendo padrini, non poteva attendere inutilmente. E disse addio al mondo accademico italiano.

Oggi Lorenzo Fioramonti è professore ordinario di Economia e Politica all’Università di Pretoria. Ha ottenuto la sua cattedra a soli 35 anni e ha fondato, sempre nella capitale sudafricana, il Centro per lo studio dell’innovazione nella governance. Si tratta di una collaborazione scientifica tra il governo francese e quello sudafricano, che ad oggi vanta diversi uffici dislocati per il mondo e circa 50 ricercatori. I suoi libri vengono tradotti in dieci lingue e l’ultimo è stato scritto a quattro mani con il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz.

Fioramonti si è dichiarato fiero di quello che fa, in quanto, ammette, che si sia avverato il suo sogno. Avendo la possibilità, quella che in Italia molto probabilmente non avrebbe mai avuto, di dimostrare ciò che sa fare, con un lavoro a tempo indeterminato e senza paure per un futuro in certo. Fioramonti sta coordinando la nascita del più grande campus per la ricerca sullo sviluppo sostenibile in Africa. Che prevede un investimento di oltre 50 milioni di euro, grazie all’impegno dell’università insieme a molti finanziatori internazionali. E in Italia lo avevano invitato a non presentarsi ad un concorso.

Tuttavia, il possibile prossimo Ministro dello sviluppo, come tanti che sono stati costretti a scappare dall’Italia, sogna ancora di tornarci. Per rimetterlo in piedi. Sa bene che un assegnista in Italia prende poco più di mille euro al mese e invece di dedicarsi alla ricerca, deve affrontare soprattutto classi con oltre 100 studenti ed altrettanti esami da correggere.

Ricorda in un mix di tristezza ed ironia, quando nei 2 anni da assegnista non aveva neanche un ufficio ma una panca per poter lavorare col suo computer portatile. E, manco a dirlo, non aveva alcun fondo per partecipare a conferenze. Oggi, invece, è proprio lui ad organizzarle, con uno stipendio più che triplicato ed una villetta con piscina dove i suoi due figli lo aspettano quando esce dal campus. Se fosse rimasto in Italia, molto probabilmente, vivrebbe ancora coi genitori. Finendo nel novero dei tanti “bamboccioni” come li definì il poco compianto ex Ministro dello sviluppo Padoa Scioppa. In realtà lui era anche sposato, ma avere una casa pure modesta e dei figli, era ancora una chimera.

La moglie è tedesca e al tempo lavorava come consulente per le Nazioni Unite. Aveva cercato impiego in Italia ma nonostante la sua preparazione ed il fatto che parlasse cinque lingue, non c’era riuscita. Amareggiata, un giorno gli disse: “Questo non è il paese della dolce vita”. Un concetto che gli ribadì sempre. Del resto, uno straniero che ha visto quel film immagina un Italia diversa, spensierata e sognatrice. Ma lo è stato solo per qualche anno, proprio quelli in cui il più famoso film di Federico Fellini è stato girato.

Poi, nel 2010, “quasi magicamente” squilla il telefono: un docente tedesco con cui aveva collaborato durante il dottorato aveva ricevuto alcuni fondi per la ricerca e gli offriva un lavoro. Ella era incinta, ma decisero ugualmente di cogliere l’occasione al volo, fare le valigie e andare via. La destinazione era Heidelberg, una città che si trova ad un’ora da Francoforte. Dove l’Università di quella città gli offrì un contratto che includeva non solo lo stipendio, ma anche l’affitto della casa e l’asilo nido per il bimbo. Mentre sappiamo come funzionano gli affitta camere per gli studenti in tante città italiane. Ti danno topaie, a nero, e pure costose. La moglie poi fu trasferita a Berlino, dove è diventata dirigente di Trasparency International mentre Lorenzo ha ottenuto finalmente un contratto d’insegnamento. Passano 4 anni e ha l’occasione dell’Università di Pretoria.

Come ricorda, nel mondo anglosassone non esistono i concorsi: si fanno dei colloqui e poi quello che conta sono esperienza e pubblicazioni. Come lui ha ottenuto la cattedra all’Università di Pretoria. Poi chiude la sua intervista con un’amara quanto realistica conclusione: “L’università in Italia è morta”.

La sua storia ricorda, sebbene con tutt’altro epilogo, quella di Norman Zarcone. Palermitano di 27 anni, laureatosi in Filosofia della conoscenza e della comunicazione col massimo dei voti presso la Facoltà di Lettere di Palermo. Stava per conseguire anche il dottorato in Filosofia del linguaggio, che avrebbe terminato a dicembre con l’ultimo esame ad ottobre, ma si suicidò dopo aver capito che per lui all’Università di Palermo, non ci sarebbe stato posto. Il suo è stato il suicidio di una intera generazione.

Questa la lettera di addio scritta al padre: “la libertà di pensare e anche la libertà di morire. Mi attende una nuova scoperta anche se non potrò commentarla”. Il padre Claudio, all’epoca 55enne, ex dipendente regionale in pensione non esitò a bollare quanto accaduto come un omicidio di Stato.

Dei giovani italiani universitari che, una volta preso il tanto agognato titolo, non trovano alcun sbocco. L’Università italiana è stata per troppi anni auto-referenziale, un nettare a cui hanno attinto solo amici e parenti di politici o docenti. Inventandosi corsi di formazione inutili per creare posti di lavoro ad hoc per quel “figlio di”, “amico di”, “amante di”, “parente di”, “conoscente di”.

L’Università italiana sembra non avere futuro e prospettive, tant’è che non emigrano più solo i laureati, ma anche i diplomati appena usciti da scuola. O perché decidono già di andare a lavorare o perché decidono di laurearsi direttamente all’estero. E poi dicono che i laureati in Italia sono pochi. Visto come quei pochi vengono trattati, non c’è molto da capire il motivo.

Quanto costa il programma del M5S?

Su LaRepubblica, Roberto Perotti, economista italiano, professore ordinario di economia politica presso l’Università Bocconi di Milano, ha dedicato ai programmi delle principali forze politiche in campo nelle elezioni, quattro articoli. Se il programma del Partito democratico è risultato costare 56 miliardi, quello del Movimento cinque stelle secondo Perotti costerebbe 108 miliardi. A fronte di una stima del M5S di 78,5 miliardi(il 4,5 per cento del Pil), di cui più di tre quarti di maggiori spese.

A queste cifre occorre sommare vari ma imprecisati miliardi da almeno tre voci non quantificate nel programma del M5S. La somma delle coperture è di 79 miliardi secondo i grillini, mentre secondo il professore della Bocconi è di 45 miliardi. Sottraendo le coperture dal totale dei costi, si ottiene un avanzo di 0,5 miliardi secondo il M5S, un disavanzo 63 miliardi (il 3,5 per cento del Pil) secondo Perotti.

Scendendo nei dettagli e partendo dalla misura di punta dei grillini, ossia il reddito di cittadinanza (che secondo molti avrebbe aiutato il Movimento a prendere fior fior di voti al Sud) è un reddito minimo garantito di 812 euro al mese per un single, 1.706 euro al mese per una famiglia di due adulti con due figli. Il costo secondo il M5S è di 15 miliardi, lo stesso calcolato dall’Istat nel 2015. L’Inps calcolò il doppio, 30 miliardi, una cifra confermata peraltro di recente da Massimo Baldini e Francesco Daveri su lavoce.info.

L’Istat infatti attribuisce alle famiglie che possiedono la casa un reddito “imputato”, pari all’affitto che pagherebbero sulla casa se fosse in affitto. Ciò incrementa il loro reddito, e riduce il sussidio che ricevono. Invece, nel programma del Movimento cinque stelle non si fa riferimento a questo meccanismo.

Ancora, la compagine guidata da Luigi Di Maio propone il superamento della legge Fornero tornando alla pensione di anzianità con 41 anni di contributi per i lavori gravosi e di introdurre “quota 100”, meno pesante per le casse dello stato della “quota 96” pre-Fornero: con quota 100 per andare in pensione a 60 anni bisogna avere 40 anni di contributi, con quota 96 ne bastavano 36. La loro stima è di 11 miliardi, incluso il blocco dell’adeguamento dell’età pensionabile alle aspettative di vita. Ma ciò richiede la modifica pure di tutte le riforme approvate dai governi di centrodestra dal 2004 in poi. Considerando che sono stati loro ad introdurre il principio dell’adeguamento. La legge Fornero, paradossalmente, si è limitata ad accelerarne i tempi di applicazione. Secondo il docente della prestigiosa università di Milano siamo dinanzi ad un costo di 15 miliardi.

Per quanto concerne gli aiuti alle famiglie (il cui costo è di 14,5 miliardi), essi consistono in rimborsi per asili nido, pannolini e baby sitter e nell’innalzamento dell’importo detraibile per assunzione di colf e badanti. Tra le entrate, per quanto riguarda l’Irpef, sono previste 3 aliquote, con no tax area a 10mila euro invece degli 8mila attuali, fino a 26mila nel caso in cui si hanno famigliari a carico. Il costo stimato dal Movimento cinque stelle è di 4 miliardi (13 miliardi da cui va sottratto il costo del bonus 80 euro, che il M5S vuole abolire). Massimo Baldini e Leonzio Rizzo su lavoce.info hanno stimato un costo di 16 miliardi: essi applicano l’aumento della no tax area a tutti i contribuenti, inclusi gli autonomi, dato che ne loro programma, i Cinquestelle non menzionano alcuna differenza.

Secondo Perotti, potrebbe anche trattarsi perfino di una sottostima del costo, in quanto non tiene conto del forte aumento delle detrazioni per famigliari a carico da loro proposto, che è arriva a 26mila euro.

Veniamo alle coperture previste dal M5S. Come afferma Carlo Cottarelli, “alcuni tagli potrebbero essere considerati non equi dal M5S”. Inoltre risparmi per circa 10 miliardi di quel piano sono già stati attuati, anche se con modalità diverse. Quindi si pensa ad una cifra di 20 miliardi sui 34 del piano originario.

Dovrebbero poi essere risparmiati 7 miliardi dalle grandi opere considerate “inutili”. In realtà, nel nostro Paese non si spendono 7 miliardi all’anno in grandi opere, ma realisticamente un 3 miliardi. Meno della metà.

Anche il Movimenti cinque stelle prevede l’eliminazione delle tax expenditures. Vale a di di tutte le esenzioni, detrazioni e deduzioni, il che supera i 300 miliardi. Tuttavia, se si guarda ancora alla realtà, il Professor Perotti ritiene che molti di questi miliardi sono dovuti a misure come le detrazioni per figli, la no tax area etc., che il M5S vorrebbe aumentare, non diminuire. Secondo il rapporto annuale del 2017 della Commissione per le spese fiscali presieduta da Mauro Maré, che ha censito 466 spese fiscali, per un totale di 54 miliardi. Soldi dai quali occorre sottrarre 9 miliardi del bonus 80 euro che invece il Movimento 5 Stelle vuole abolire.

Quello che rimane, ossia 45 miliardi, è poco più del totale che i pentastellati vogliono conseguire. Quel che resta, però, si tratta di misure che nessuno potrebbe o vorrebbe abolire. Si pensi alla detrazione per le spese sanitarie, pari a 3,1 miliardi. In realtà, dalla presente voce si può ottenere qualche miliardo inizialmente, e forse 20 o 30 miliardi a regime, affrontando però enormi resistenze.

Quale sarebbe il programma economico se M5S governasse con Pd?

Abbiamo però detto che il Movimento cinque stelle da solo non ha i numeri per governare. Ed ora si cercano possibili convergenze. Quasi impossibile una alleanza con la Lega, sebbene i loro programmi convergano su vari punti. Infatti, il segretario Matteo Salvini ha già fatto sapere che i leghisti andranno al governo solo con il resto del centrodestra.

Dunque, l’unica possibilità sembra una alleanza col Partito democratico. Che però ha già risposto picche, considerando anche come è stato dipinto dai Cinquestelle nel corso della campagna elettorale. Sebbene, con le dimissioni di Renzi da Segretario, si potrebbero aprire nuovi scenari. Cosa accadrebbe in questo caso? Potrebbe esserci un ritorno di imposte e tasse come Imu e Tasi, anche sulla prima casa. Del resto, la Commissione europea ha ribadito la necessità di una tassa sulla prima casa anche, magari partendo dalle «famiglie con redditi alti».

Il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, ha già definito un tale ritorno come grottesco. Una simile decisione porterebbe in saccoccia per lo Stato circa 4 miliardi di euro. Una tassa sulla prima casa per i più ricchi sarebbe anche un ammiccamento a Liberi e uguali, che conta qualche parlamentare che potrebbe tornare utile. Del resto, i suoi fondatori, Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani, sono da sempre a favore della tassa sulla prima casa e di un inasprimento della pressione fiscale sui redditi alti.

Tuttavia, passare per il partito delle tasse non va a genio al M5, come ha anche ribadito Danilo Toninelli, possibile capogruppo M5S al Senato. Dato che ha ribadito che il primo atto politico del M5s sarà «un abbassamento delle tasse e certamente un intervento per abbassare la povertà».

Entro il 10 aprile dovrà essere approvato il Def, il documento di economia e finanza, e, come ammette lo stesso Di Maio: «Sarà l’occasione per trovare le convergenze sui temi con le altre forze politiche».

Nel Def, peraltro, c’è già un costo nascosto: l’aumento di Iva e accise previsto per il 2019, per un costo stimato di circa 15 miliardi annui. Difficile da evitare, soprattutto se agli elettori è stato promesso il reddito di cittadinanza e misure per la povertà molto costose. Qualche sgravio dovrebbe giungere dal taglio sul costo del lavoro e per le piccole imprese, a partire dal taglio dell’Irap. Che Berlusconi in campagna elettorale aveva detto addirittura di voler abolire. Ma tagliare o sopprimere l’Irap sarebbe un grave danno per le Regioni, dato che rappresenta la loro principale entrata. Un po’ il danno che è stato fatto ai comuni quando è stata abolita, sempre da Berlusconi, l’Ici. Misure per farsi belli con gli elettori, ma che mettono a soqquadro i conti degli enti pubblici.

Poi detrazioni varie. Un accenno di reddito di cittadinanza, con tanti paletti per restringere la platea. Interventi a pioggia, pagati con un aumento dell’Iva di due punti e altre risorse tutte da trovare tramite nuove tasse, palesi o latenti.

Il succitato Carlo Cottarelli – ex commissario alla spending review, direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e Visiting Professor presso l’Università Bocconi di Milano – si è detto preoccupato. L’idea di fare sviluppo con il deficit è sbagliata. E ci porterebbe ad una nuova recessione. Torneremmo cioè a quel deficit spending degli anni ‘80 che ha portato al dissesto dei conti pubblici.

Flat tax, la controproposta della Lega

Venendo alla proposta economica di chi si è posizionato secondo nella competizione elettorale, la Lega di Matteo Salvini, il nocciolo duro resta la Flat tax. Sostenuta anche da Silvio Berlusconi, ma considerata da molti economisti, una vera utopia. In quanto, ove è stata applicata, ha portato soprattutto ad un indebitamento enorme per lo Stato. Dato che, il rientro dei soldi mancanti in tasse che deriverebbe dai maggiori consumi e maggiori investimenti, non si verificherebbe. E’ già successo negli anni ‘80 all’America di Ronald Reagan, e alla Gran Bretagna guidata da Margaret Thatcher.

Ma cos’è la Flat tax? Traducibile in italiano con “tassa piatta”, si tratta di un sistema fiscale che prevede un’unica aliquota indipendentemente dal livello di reddito percepito dai singoli contribuenti. Viene considerato dai suoi sostenitori come un sistema che semplifica il fisco e induce alla fedeltà fiscale. In pratica, la teoria è: se abbatto le tasse, invoglio maggiormente a pagarle. Inoltre, un’altra entrata per lo Stato deriva dal fatto che lasciando più soldi nelle tasche delle persone, esse spendono di più e spingono i consumi. Quindi si avrebbe un beneficio generale dell’economia e un maggior gettito fiscale per lo Stato sotto forma di Iva. Questo almeno a livello teorico.

Ecco la Flat tax proposta dal centrodestra in campagna elettorale:

1. Aliquota fissa

La Lega ha elaborato una flat tax “estrema” che prevede di sostituire l’attuale imposta sul reddito – che ha aliquote che vanno dal 23 al 43 per cento – con un’unica imposta con aliquota fissa al 15 per cento. Prevede una no tax area per redditi fino a 7 mila euro, ma con una “clausola di salvaguardia per tutti i redditi familiari fino a 15.000 euro i quali potranno continuare ad essere assoggettati al regime di imposta vigente nel caso il nuovo non fosse migliorativo”. Si prevede l’introduzione di due scaglioni (da 0 a 35 mila euro e da 35 mila a 50 mila euro) a cui si applica una deduzione fissa, cioè uno sconto, di 3 mila euro. Per il primo scaglione, la deduzione si applica sia alle famiglie che agli individui singoli, mentre per i redditi che rientrano nel secondo scaglione, la deduzione si applica solo ai carichi familiari.

La Flat tax proposta da Forza Italia è invece più moderata, con aliquota al 23 per cento l’estensione della no tax area da 8 mila a 12 mila euro. Per entrambe la costituzionalità verrebbe garantita da sistemi di deduzioni e detrazioni per i meno abbienti. Sebbene secondo i critici la versione di Forza Italia favorirebbe i più ricchi, dato che quella del 23% minima già è prevista.

2. Effetti su un reddito alto e su un reddito basso a confronto

Con un reddito da 15mila euro e l’aliquota al 23%, si andrebbe a pagare il 23% solo su 3 mila euro, che sarebbe la differenza tra il eddito e l’esenzione che viene garantita dalla no tax area, di 12mila euro. Quindi, si pagano le tasse solo sul 20% e lo sconto, su un reddito considerato basso, pesa per l’80 per cento. Riguardo invece un reddito elevato, di 300mila euro, la deduzione è di 12mila euro su 300mila. Andrebbe ad incidere solo sullo 0,04 per cento.

3. Fattore natalità

La misura punta anche a sollecitare la nascita di figli. La flat tax prevede detrazioni di mille euro per ogni figlio a carico con più di 3 anni e duemila euro per ogni figlio a carico con meno di 3 anni.

4. La questione costituzionalità

La flat tax deve ovviamente fare i conti con la Costituzione. La quale, all’articolo 53 recita così:

“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”

Quindi, l’abbattimento delle tasse sbandierato dal centrodestra è costituzionale? In pratica, la percentuale pagata in tasse da chi guadagna 30mila euro l’anno è uguale a quella di chi ne guadagna 100mila o più. Vale a dire il 15 percento per tutti. Sebbene, scatterebbero deduzioni e detrazioni per i redditi più bassi che contribuirebbero a renderla in qualche modo progressiva. Quindi, nella pratica i redditi più alti, in valore assoluto, risparmiano di più. Tuttavia, per i suoi fautori se si considera lo sconto percentuale rispetto al reddito, le percentuali di risparmio sui redditi bassi sarebbero molto più elevate. Quindi si garantirebbe la progressività.

Flat tax, i casi di Russia ed Ungheria

Se il caso americano e quello britannico appartengono agli anni ‘80, quindi ad un altro mondo politico ed economico, cerchiamo casi di fallimenti più recenti.

In Russia nel 2001, il neoeletto presidente Vladimir Putin introdusse la tassa fissa del 13% per tutti, ricchi e poveri, singoli e imprese, aziende produttive e società dubbie. La causa di questa drastica scelta va individuata nel fatto che egli aveva raccolto un paese in ginocchio, devastato dalla corruzione del periodo di Eltsin, dalla penetrazione della finanza speculativa internazionale, dalla svendita delle ricchezze nazionali alle grandi corporation e dal sostanziale fallimento dello Stato del 1998. oltre poi alla generale sfiducia che a livello internazionale si nutriva per il Rublo, ma anche interna: nessuno pagava le tasse, la corruzione dilagava e gli oligarchi spostavano i soldi altrove.

Tuttavia, il vero motore della ripresa russa, più che la flat tax, fu il migliore sfruttamento delle risorse energetiche, del petrolio e del gas. Di cui la Russia, come noto, abbonda. Tuttavia, oggi la Russia vive una crescente e pericolosa ineguaglianza economica e sociale. Soprattutto dopo le sanzioni economiche inflitte dall’Unione europea e il crollo del prezzo del petrolio. Secondo un recente studio del Credit Suisse, la Russia risulta essere uno dei più “disuguali” al mondo: il 10% della popolazione detiene infatti l’87% della ricchezza della nazione. L’1% della popolazione detiene il 46% dei depositi bancari.

Altro esempio viene sempre dall’est Europa e da un altro Paese post-comunista: l’Ungheria. Il paese è entrato nell’Unione europea nel 2004 mantenendo però la sua moneta nazionale: il fiorino. Con una popolazione di 10 milioni di persone, nel 2008 aveva un pil di 157 miliardi di dollari a prezzi correnti. A seguito della crisi globale, nel 2011 il prodotto interno scese a 140 miliardi e nel 2012 a 125. Nell’ultimo periodo ci sono stati dei miglioramenti nell’economia magiara, trainata dalla piccola ripresa europea e soprattutto dall’attivismo industriale della vicina Germania.

Anche qui la flat tax è stata introdotta nel 2001, ma non ha inciso sulla ripresa economica del Paese. Che invece ci è riuscita grazie agli aiuti rilevanti da parte dell’Unione europea e la sua partecipazione al mercato unico europeo. Gli aiuti sono stati riconfermati anche recentemente: dal 2004 al 2020 l’Ungheria riceverà da Bruxelles sovvenzioni per complessivi 22 miliardi di euro, cioè oltre 3,5 miliardi l’anno.

E pensare che l’Ungheria si mostra riluttante a collaborare con l’Ue riguardo gli immigrati. Ergendo tanto di filo spinato, roba che credevamo ferma alla Guerra fredda. E pensare che anche gli ungheresi sono stati migranti di massa durante l’occupazione sovietica. Ma come dice una celebre vecchia canzone napoletana: “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammece o’ passato…”.

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