Luigi Zingales, manifesto Capitalista e Liberismo del volto umano

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Luigi Zingales è salito alla ribalta di recente per aver causato l’esplosione dello scandalo Giannino, che ha spinto quest’ultimo alle dimissioni dalla direzione nazione del movimento Fare per fermare il declino.

Luigi Zingales è un economista di fama internazionale, professore all’Università di Chicago, editorialista de Il Sole 24 Ore. E’ stato di recente inserito nel fantomatico governo proposto – per scherzo – dal giornalista Michele Santoro. La vicenda ha suscitato un po’ di sorpresa: Santoro è di sinistra; Zingales, invece, è un liberista convinto. Anzi, un liberista “classico” americano, per questo vicino al mondo del conservatorismo e “amico” dei repubblicani. Molti, non a caso, lo considerano affine all’establishment mondiale che ha creato la crisi finanziare – e poi economica – che ancora attanaglia l’Occidente.

In verità, la figura di Zingales va analizzata al di fuori di ogni stereotipo. E’ liberista, è vero. Ed è anche repubblicano. Eppure si distingue, anche nettamente, dai suoi colleghi economisti. Lo si evince leggendo il suo ultimo saggio: Manifesto Capitalista. E’ un titolo altisonante, che richiama direttamente – facendone il verso – al Manifesto comunista di Marx. Qui espone le sue opinioni, le sue ricette economiche per uscire dalla crisi, i principi che intende diffondere. Ne emerge un liberismo dal volto umano, pur scevro – come da tradizione per la dottrina liberista – da ogni velleità assistenzialista.

Zingales, incredibile a sentirsi, è contro il capitalismo selvaggio. Immagina un capitalismo pulito, snello, senza pretese se non quello di fare il “proprio lavoro”: creare profitto facendo creare profitto. Insomma, guadagnare lecitamente per far guadagnare tutti. Fondamento di questo nuovo capitalismo è il concetto di meritocrazia. Via i peggiori, dentro i migliori. Per questo Zingales si definisce come un rottamatore e auspica l’azzeramento dell’attuale classe dirigente (va di moda in questi tempi).

Il secondo pilastro delle teorie di Zingales è il concetto di Stato. L’intervento statale dev’essere ridotto all’osso, ma deve essere granitico. Poche leggi ma buone e, soprattutto, rispettate. A tal proposito, il professore rileva una presenza pesante e inefficiente dello Stato, che si fa rispettare con durezza solo con i deboli, oppure a giorni alterni.

Un’altra parola d’ordine è “partecipazione”. E’ grazie alla partecipazione che si convertono gli evasori e i corrotti, gli assenteisti Grazie alla partecipazione si avvicina l’individuo alla comunità, si innesta in lui la consapevolezza che far male al prossimo è come fare male a sé stessi. Zingales, a tal proposito, cita l’esempio della Barilla: qualche decennio fa sconfisse l’assenteismo nelle sue fabbriche al sud facendo partecipare (seppur parzialmente) i lavoratori al circuito decisionale.

Stato, etica, partecipazione. Temi, questi, tradizionalmente avulsi dalla dottrina liberista ma che in Zingales si integrano in una visione più umana del liberismo. Base, forse, per una destra più pulita e rispettabile.

Foto originale by USV