L’inflazione Buona e l’inflazione Cattiva

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L’Unione Europea, almeno nei suoi vertici, ha una paura matta dell’inflazione. E’ stata “contagiata” da un mainestream liberista e dal trauma della Germania, azionista di maggioranza dell’Ue, che a causa dell’inflazione ha vissuto alcuni momenti drammatici qualche decennio fa: nel primo dopoguerra l’inflazione tedesca aveva raggiunto livelli così catastrofici da costringere i tedeschi a mettere mano alle carriole – carriole piene di banconote – per andare a comprare il pane. L’inflazione, secondo il gota dell’Unione Europea e secondo la Germania, è il male assoluto.

E’ una percezione sbagliata. Esiste una buona inflazione e una cattiva inflazione. La cattiva inflazione è quella che non cova in sé nessuna speranza di crescita, che appare non a seguito di un atto volontario di policy ma a causa di una distorsione nell’economia reale. La buona inflazione è quella che precede la crescita, che è causata dalle politiche economiche che vanno nel senso di un aumento del Pil.

L’inflazione cattiva è, per esempio, l’inflazione da domanda così come descritta dalle teorie keynesiane, ossia quando l’offerta non riesce a tenere il passo con la domanda. Cattivo, però, è anche il processo inverso: la deflazione. Quando il costo della vita subisce una battuta d’arresto è un problema, perché è indice di una contrazione dei consumi. La gente non compra e le aziende per invertire la rotta abbassano i prezzi. Ma se la gente non compra, l’economia non gira e se l’economia non gira vuol dire che c’è la recessione.

L’inflazione buona è quella causata da una potente immissione di denaro decisa dalla banca centrale allo scopo di imprimere uno stimolo all’economia. E’ quello che sta accadendo in Giappone, protagonista di una politica iper-espansiva come non se ne vedevano da decenni. Sono piovuti sull’economia reale nipponica qualcosa come 60mila miliardi di yen, equivalenti a 450 miliardi. Tutto questo a un costo minimo: 0,2% di inflazione, almeno per ora, anche se si è stimato un aumento a fine dell’anno di due punti.

Quello che sta accadendo in Giappone dovrebbe accadere in Europa. I liberisti diranno: ma l’inflazione erode i redditi. Anche le tasse li erodono, però le tasse non producono necessariamente un miglioramento dell’economia. L’inflazione, quando causata da politiche monetarie espansive, il miglioramento lo ha già provocato o lo ha messo per lo meno in conto. L’inflazione, in questo caso, è l’unica tassa giusta. Lo sarebbe nell’Italia di oggi, caratterizzata oltre che dalla depressione economica, da un bassissimo livello di inflazione: 1,1%. Abbiamo a disposizione due punti percentuali per risollevare le nostre sorti e uscire dalla crisi.

I liberisti diranno anche: tutto questo è immorale, aumenta il debito! E’ vero, lo aumenta. Ma anche le politiche di austerity durante la recessione lo aumentano. Le cure montiane hanno portato il debito a quota 2030 miliardi di euro. Tanto vale pensare al rientro dal deficit più tardi, dopo aver messo in salvo l’economia.

L’ostacolo è sempre lo stesso: l’attuale assetto degli organismi comunitari. La Bce non può stampare moneta. Cambiare, però, si può.

Foto originale by Paul

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Giuseppe Briganti, 1987. Nato a Reggio Calabria, blogger, laureato in Scienze della Comunicazione e Comunicazione Istituzionale e d’Impresa, sempre con il massimo dei voti. Appassionato di politica, economia, narrativa, ho cominciato a scrivere quando ho realizzato che pensare non mi bastava. Concepisco la scrittura come dialogo, battaglia tra idee e visioni del mondo. Consapevole che una verità unica ed eterna non esiste, mi piace persuadere il prossimo e, quando un’idea altrui mi conquista, farmi persuadere. Nella mia vita professionale ho scritto di qualsiasi argomento, ma trovo particolare piacere a scrivere di economia. Sono un attivista politico e ho collaborato durante la campagna elettorale con il candidato sindaco di Reggio Calabria per il centrosinistra.

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