Legge di stabilità, scontro Renzi – UE: e se il modello fosse quello spagnolo?

Italia e Ue stanno litigando su qualche decimale. La Legge di Stabilità contiene alcune coperture che alla Commissione non piacciono. Non piace soprattutto la decisione di finanziare a deficit alcune spese. I falchi dell’austerity si aspettavano qualche passo in avanti verso il pareggio di bilancio, ma il Governo Renzi si è invece spinto fino al limite consentito. Siamo ancora nel rispetto dei trattati, per la precisione al 2,9%.

Dunque a molti appare come immotivata l’insistenza della Commissione. Altrove, molti i paesi hanno sforato il tetto e intendono farlo anche negli anni prossimi.

A riempire le pagine dei giornali è la dialettica tra Renzi e Barroso (presidente della Commissione ancora per poco), che sta passando come l’ennesimo capitolo dello scontro tra flessibilisti e rigoristi. La lotta è in verità finta: se i commissari possono essere giudicati rigoristi senza tema di smentita, Renzi con la flessibilità dei trattati ha poco a che fare. Ciò che in altri paesi appare come un approccio moderato e anzi quasi prono all’austerity, per la stampa italiana assume tratti rivoluzionari.

E’ sufficiente guardare cosa accade Oltralpe per capire quando Renzi finga di essere flessibilista, senza esserlo realmente. Mentre da noi si discute dei decimali e si mantiene fede a una regola (quella del 3%) che sembra un insulto al buon senso, in Francia e in Spagna si finanzia la crescita con il deficit. Un’azione elementare, che dovrebbe essere scontata, e che ha sorretto le economie di mezzo mondo per tutto il dopoguerra. Una soluzione, però, messa in discussione dall’Unione Europea uscita da Maastricht e infine bollata come un marchio di infamia degno della peggiore “finanza allegra”.

I frutti della “ribellione” in Francia non si sono visti, anche perché la decisione di svincolarsi dal mortale abbraccio dell’austerity è stata presa solo di recente. In Spagna, invece, si spende “liberamente” ormai dal 2011. Liberamente è una parola grossa, dal momento che dietro c’è un preciso disegno di sviluppo.

La disoccupazione è in forte calo, soprattutto è in calo costante. In un anno, è sceda dal 25,6% al 23,7%. Certo, nel decremento va considerato anche il fattore “scoraggiati”: il numero dei disoccupati è diminuito perché alcune persone sono uscite dal mercato del lavoro, ma ciò non toglie che l’outlook sia favorevole.

Il dato più importante è però la crescita del Pil. La Spagna è uno dei pochi paesi dell’Eurozona che chiuderà quest’anno con un aumento del Prodotto superiore al punto percentuale. Risultato, questo, piuttosto confortante in un panorama caratterizzato dalla stagnazione e persino dalla recessione (vedi Italia).

La strada da intraprendere è questa: abbandonare l’austerità, spendere a deficit tutti i miliardi necessari per far ripartire l’economia. Senza investimenti pubblici, la macchina difficilmente si rimetterà in moto. La Commissione Europea sembra sorda agli appelli e appare impelagata negli schemi che l’Europa stessa ha creato.

La speranza che il nuovo governo Ue porti elementi di discontinuità rilevanti. Jean-Claude Juncker, presidente in pectore, è per ora allineato alle posizioni della Merkel, ma non sono esclusi cambiamenti. Tutto ciò in un panorama che alla fine dei giochi risulta ambiguo: a dominare è sempre l’austerity, ma sul piatto ci sono comunque 300 miliardi di investimenti.

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