La Web Tax torna in auge: cos’è e quanto porterebbe alle casse dello Stato

In Italia si torna insistentemente a parlare di Web Tax, termine con il quale si identifica una proposta di legge mirante a regolamentare la tassazione destinata ai colossi del web, come Google, Amazon, Facebook, Airbnb, Booking, eBay, ecc. I quali hanno generalmente la residenza in paesi tax free (ad esempio in Irlanda) ma generano ingenti profitti nel nostro Paese.

L’intento, pertanto, è quello di creare un regime fiscale che regolamenti una volta per tutte i guadagni provenienti dal web ma che ancora oggi sfuggono al Fisco. Se non mediante un controllo approfondito con tanto di ingenti multe una tantum. Vediamo dunque in cosa consiste più precisamente la Web Tax, quanto frutterebbe alle casse dello Stato e gli aspetti controversi.

Cos’è la Web Tax

Il primo a parlare di Web Tax è stato il deputato del Partito democratico Francesco Boccia, a fine 2013. Egli avanzava questa proposta come tentativo di far pagare le imposte indirette alle multinazionali che generano profitti in diversi Paesi del mondo (tra cui il nostro), ma non utilizzano la partita Iva regolamentata dal Paese stesso. Eludendo pertanto il Fisco di decine di miliardi di euro. L’obiettivo pertanto è quello di contrastare l’evasione fiscale che avviene puntualmente durante le transazioni online di beni o servizi acquistati da parte di cyberutenti. Infatti, queste multinazionali pagano le tasse ai Paesi dove hanno la sede fiscale, non a caso il più delle volte molto bassa. Mentre non devono nulla ai Paesi in qui territorialmente è avvenuta la vendita da parte loro di un bene o un servizio.

Entrando nel merito, originariamente l’emendamento riguardante la Web Tax prevedeva che quanti vogliano acquistare “servizi online, sia come commercio elettronico diretto che indiretto, anche attraverso centri media ed operatori terzi, sono obbligati ad acquistarli da soggetti titolari di una partita Iva italiana”. E tale obbligo avrebbe riguardato non solo i servizi di e-commerce (diretto o indiretto) ma anche l’acquisto dei link sponsorizzati che compaiono sulle pagine dei risultati dei motori di ricerca, ovviamente sempre visualizzati in Italia. Quindi, anche chi vende un’inserzione e non solo un bene tangibile o un servizio deve essere titolare di Partita Iva. Parliamo comunque però sempre di transazioni “business to business”, quindi società di affari. La Web Tax puntava soprattutto a colpire colossi come Google, Amazon, Facebook e Apple che generano ogni anno miliardi di euro di profitti i quali però restano sconosciuti al Fisco italiano. Con la Web Tax, sarebbero stati obbligati ad aprire una Partita Iva e avere tutto alla luce del sole.

Web Tax in Italia, un cammino tortuoso

Da quella proposta in poi, in realtà, non se ne è fatto ancora nulla. La proposta dell’onorevole Boccia è rientrata nell’emendamento alla Legge di Stabilità 2014, approvata all’unanimità in commissione Bilancio e pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 27 dicembre 2013 (comma 33 della legge n.147 del 27 dicembre 2013). Tuttavia, qualcosa si è inceppato. La Web Tax, in virtù di ciò, sarebbe dovuta entrare in vigore dal 1° gennaio 2014, ma è stata prima rinviata al 1° luglio 2014 nel decreto ‘Salva Roma bis’ per poi essere cancellata del tutto per volere dell’allora (come oggi) neoeletto segretario del Pd (partito con la maggioranza di Governo e lo stesso di Boccia) e subentrato Premier, Matteo Renzi. Il quale si professa liberista, anti-tasse e assolutamente contrario all’introduzione di una siffatta imposizione fiscale. Così Renzi decise di cancellare la Web Tax mediante il decreto ‘Salva Roma ter’ (così come è stato definito il decreto legge 6 marzo 2014, n.16), con tanto di fiera comunicazione via Twitter – come è solito fare – della soppressione.

Ciò naturalmente ha provocato il dissenso dell’ideatore Francesco Boccia, peraltro compagno di partito di Renzi. Il quale ha parlato di autentica “cantonata”.

Si torna a parlare di Web Tax, ma su base “volontaria”

Come dicevamo, ora si torna a parlare insistentemente di Web Tax, ma su base “volontaria”. La quale sarebbe un compromesso all’interno del Partito democratico ancora al Governo, tra due posizioni estreme: chi la vorrebbe, il Presidente della Commissione Bilancio della Camera Francesco Boccia, e chi non la vuole, il rieletto Segretario del Pd in odore di ritorno a Palazzo Chigi, Matteo Renzi. Nel mezzo c’è chi governa, il Premier in carica Paolo Gentiloni e il Ministro dell’economia Pier Carlo Padoan. Il quale già si è dichiarato cauto sulla questione.

In cosa consiste questa Web Tax 2.0, su base volontaria? In pratica, il testo prevede che siano gli stessi colossi del web a riconoscere i contenziosi che hanno col Fisco italiano. Ma solo se hanno una sede stabile in Italia. L’esempio è quello di Google, che ha riconosciuto spontaneamente la sua posizione debitoria nei confronti del Fisco italiano, sborsando ben 300 milioni di euro. Una soluzione “all’italiana”, che non prevede delle tasse vere e proprie ma solo di ammorbidire lo scontro tra multinazionali e Agenzie delle entrate. Peraltro, la Web Tax sarebbe stata il primo esempio in tutta Europa.

Quali vantaggi e quanto gettito porterebbe allo Stato italiano la Web Tax

Siffatta Web Tax avrebbe come primo vantaggio quello di evitare contenziosi lunghi e costosi per il Fisco italiano, al fine di farsi riconoscere il dovuto. Nonché un gettito fiscale che secondo l’onorevole Boccia porterebbe un miliardo di euro l’anno, che potrebbero diventare cinque se la cosa diventasse strutturale e riguarderebbe buona parte dei colossi del web. I vantaggi per le multinazionali sarebbero invece quelli di vedersi dimezzate eventuali sanzioni e interessi che invece maturerebbero se lo Stato li sgamasse. Nonché nessun danno per la loro reputazione. Non passerebbero insomma come evasori come invece accade oggi.

Il miliardo che entrerebbe quest’anno se la Web Tax passasse, finirebbe in parte al Fondo per la non autosufficienza (almeno 100 milioni di euro) e la parte restante per fare leva sulla riduzione della pressione fiscale. Ma si pensa anche a misure in favore delle società che operano nelle telecomunicazioni, per incentivarle a migliorare la ancora carente rete informatica italiana. Nonché agli editori italiani tradizionali, per far sì che si convertano definitivamente proprio al web.

Web Tax, gli ostacoli e i nodi da sciogliere

Web Tax, approvazione non così scontata

In realtà, nonostante questa versione soft della Web Tax rispetto alla prima versione di fine 2013, l’approvazione non è ancora così scontata. Se è vero infatti che il Presidente della Camera Laura Boldrini – nell’ambito del G7 dei Ministri delle Finanze tenutosi a Bari e preparatorio al prossimo di Taormina – ha affermato che non bisogna più perdere tempo riguardo la Web Tax, proprio per dare allo Stato italiano maggiori risorse da investire in crescita e occupazione, ci va invece più cauto come accennato in precedenza il Ministro dell’economia Pier Carlo Padoan. Il quale ritiene che sarebbe meglio affrontare la questione in seno all’Unione europea, giacché ritiene che soluzioni prese a livello nazionale comportano le loro “controindicazioni”, anche con “conseguenze indesiderabili”. Ad esempio, alcuni colossi potrebbero decidere di non operare più sul nostro territorio, o, ancora, un aggravio fiscale potrebbe spingere le multinazionali a rifarsi sugli utenti finali. Con conseguente aumento dei prezzi di beni e servizi acquistati sul web. Si pensi ai prodotti acquistati su Amazon, alla promozione di pagine su Facebook, alla riduzione degli introiti per i banner di Google Adsense, ad un aumento dei costi di prenotazione su Booking, ecc.

Quali danni all’Italia dalla Web Tax

L’emendamento alla “manovrina di primavera” ha però anche degli aspetti critici e dei nodi da sciogliere. Intanto ci sono i pericoli appena detti, che porterebbero l’Italia ad essere, anche in ambito web, poco appetibile per investimenti stranieri. Un colosso dell’e-commerce potrebbe non trovare conveniente inserire proprie inserzioni su siti italiani ad esempio.

Oltretutto, rischiamo anche una infrazione da parte dell’Unione europea. La quale, nella regolamentazione comunitaria afferma chiaramente che è vietata “ogni discriminazione basata sulla nazionalità ma anche, al fine di poter veramente usufruire di tale libertà, l’adozione di misure volte a facilitarne l’esercizio, compresa l’armonizzazione delle norme nazionali di accesso o il loro riconoscimento reciproco”. Ciò significa, in parole povere, che uno Stato non può penalizzare né favorire aziende che operano sul suo territorio, anche non avendone la sede, con regimi fiscali pensati ad hoc. La Web Tax andrebbe proprio in questa direzione.

Ancora, potrebbero esserci danni per le esportazioni. Tutte le piccole imprese italiane che esportano via e-commerce potrebbero essere costrette ad aprire sedi in altri paesi con regimi fiscali più vantaggiosi. Ciò significa che lo Stato, per racimolare quelle che sono poche decine di milioni di euro di tasse, finirebbe di contro per danneggiare pesantemente le piccole e medie imprese italiane che operano sul web sul suolo italiano. Peraltro, proprio riguardo i famigerati introiti decantati da Boccia, ci sono non pochi dubbi. C’è infatti chi sottolinea come gli introiti derivanti dall’e-commerce si aggirino in Italia tra i 700 milioni e poco più di un miliardo. Pertanto, come farebbe la Web Tax ha portare la stessa cifra?

E quest’ultimo dubbio si collega ad un ultimo danno che la Web Tax potrebbe provocare all’economia italiana. L’e-commerce pesa nel nostro Paese sul volume degli acquisti ancora solo il 3%. Mentre in Gran Bretagna, ad esempio, il 12%. Cosa accadrebbe se si imponesse anche una tassazione su un settore già ridotto ai minimi termini?

La questione “sede stabile”

Poi c’è la questione della sede stabile in Italia. Un concetto che nell’era del digitale appare ormai superato. La webeconomy attuale non può essere regolamentata con postulati appartenenti al secolo scorso. Certo, Facebook ha ammesso di avere una sede stabile in Italia. Ma sappiamo anche quanto Mark Zuckerberg abbia in questi anni più di una volta confermato di avere una certa etica. In quanti altri colossi lo faranno?

Accordo volontario potenzialmente discriminante

Un’altra questione però riguarda il concetto stesso di accordo volontario, aspetto cardine di questa Web Tax versione soft e all’italiana. La modalità di tassazione (ovvero i criteri di localizzazione dell’attività, la quantificazione del reddito imponibile, ecc.), devono essere necessariamente stabilite per legge e non contrattati dallo Stato ogni qualvolta una multinazionale di buona volontà si passi la mano sulla coscienza e decida di saldare i suoi debiti col fisco. Oltretutto, seguendo una certa armonizzazione a livello nazionale. Le regole devono essere fissate prima. Altrimenti gli accordi preventivi tra Agenzie delle entrate e colossi del web diventerebbero un’alternativa al regime di tassazione generale, il che sarebbe ovviamente inaccettabile. Soprattutto perché si creerebbe una cerca percezione di disparità tra i contribuenti.

A questo punto, invece di questa Web Tax pasticciata, frutto del solito compromesso al ribasso all’italiana tra partiti o all’interno dello stesso partito (in questo caso quello democratico), si potrebbe tornare alla prima versione di Web Tax. Quanto meno più seria e chiara. Oppure, lasciar perdere e far sì che con moderni mezzi informatici sia il Fisco a pizzicare eventuali evasioni. Anche se ciò comporterebbe costi in più per le verifiche. Ma d’altronde, siamo già in campagna elettorale per le prossime politiche (che si svolgeranno tra un anno ma anche il prossimo autunno, se Renzi decide di staccare la spina al Governo Gentiloni) e forse nessuno ha voglia di esporsi in quel modo.

Com’è la situazione attuale senza Web Tax

Ma com’è la situazione oggi? In realtà le cifre riguardanti quanto incasserebbe lo Stato dalla Web Tax sono ballerine. C’è chi parla di un fatturato da 23 miliardi l’anno e in crescita del 16% rispetto all’anno scorso, pari all’1,5% del Pil italiano. Detta così, sembrerebbe un ottimo affare. Ma, come sottolinea ad esempio Carnevale Maffé, docente della Bocconi di Milano, bisogna prendere in considerazione il valore aggiunto su cui calcolare le tasse del servizio erogato. Ad esempio nel caso della pubblicità online (i banner che vediamo sui siti) essa risiede nel paese d’origine e non in quello di destinazione. Ecco perché c’è quel dubbio sui reali introiti di cui beneficerebbe il Fisco Italiano.

Attualmente, a parte il succitato Facebook, gli altri colossi del web sostengono di non avere una “stabile organizzazione” in Italia, ma di svolgere attività di consulenza mediante una filiale con sede in Italia. Nel 2015, sempre spontaneamente, Google e Facebook hanno versato al Fisco italiano 2,4 milioni di tasse, vale a dire giusto lo 0,3% del loro giro d’affari. E solo la nona parte di quanto avrebbero versato con la tassazione ordinaria prevista in Italia (19,4 milioni di euro). Peraltro, probabilmente ci si riferisce sempre a un totale su più anni di mancati versamenti. E se ci mettiamo pure una tassa, come già detto, l’e-commerce in Italia difficilmente spiccherà il volo.

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