La crisi dei centri commerciali arriva anche in Italia: Trento li abolisce

Sono state per anni il simbolo del consumismo per eccellenza. Tempio della spesa multipla, del tutto in un solo posto. Cittadelle dove passare qualche ora e spendere i risparmi accumulati, tra alimenti, vestiario, libri, Dvd, Cd, giocattoli. Per poi concludere il tour tra un negozio ed un altro, o fare una sosta per poi riprende, in un Fast-food. Il tutto, con la comodità di trovare sicuramente parcheggio. Parliamo dei centri commerciali, ennesima novità arrivata dagli Usa alla fine degli anni ‘70 e proliferati fino allo scorso decennio, soprattutto approfittando di enormi spazi lasciati vuoti da ex aree commerciali o campagne abbandonate. Edifici giganteschi che esaltavano l’individualismo e il consumismo usciti vincenti dagli anni ‘80, dove ti ritrovavi con altre centinaia di persone sconosciute affaccendate nei propri acquisti e nella caccia al risparmio. Definiti proprio per questo “nonluoghi”, privi di storia e relazioni sociali. Soprattutto in occasione delle festività natalizie, dove un enorme albero addobbato ti ricordava che era sì Natale, ma nel senso commerciale e non certo religioso del termine.

Ora però ad essere abbandonati sono proprio loro: i centri commerciali. Qualcosa si è inceppato. Sarà la crisi economica, sarà il ritrovato gusto di spendere in supermercati o negozi al dettaglio, sarà soprattutto l’e-commerce, che ci ha fatti passare dall’uscita senza acquisti agli acquisti senza uscita. Negli Usa i centri commerciali sembrano già cattedrali sconsacrate, edifici vuoti e spettrali. E ora anche in Italia sta accadendo la stessa cosa, con Trento che li ha addirittura aboliti. Ecco cosa sta succedendo ai fatidici centri commerciali.

La crisi dei Mall negli Usa

Nelle sale in questi giorni è uscito un film, Gone Girl, con Ben Affleck e Rosamund Pike, tratto dall’omonimo romanzo, nel quale il protagonista entra in un centro commerciale (in America chiamati Mall) e scopre che si è trasformato in un luogo post-zombie, post-umano. Come se fosse esploso un virus o fosse caduto un asteroide. Nella fattispecie, si tratta del centro commerciale del Midwest, diventato ormai un rifugio per disoccupati o drogati. Il New York Times gli ha dedicato tanto di inchiesta, certificando che due dozzine di «mall» hanno chiuso dal 2010 e altre 60 sono in profonda crisi. Sono i dati diramati dal «Green Street Advisors».

Sebbene negli Usa si parli di crisi dei mall fin dagli anni ‘90, la crisi si è accelerata nell’ultimo decennio. Ma non riguarda tanto i centri commerciali più costosi (come Macy’s) bensì quelli frequentati dalla middle e working class. Le classi sociali che dal 2008 si sono impoverite di più in tutto il Mondo. Si pensi a Sears, Kmart e J.C. Penney. Alla crisi dei centri commerciali è stato dedicato anche un sito, Deadmalls.com, che aggiorna costantemente la chiusura dei centri commerciali americani con tanto di foto e notizie. In realtà, secondo gli esperti questa crisi non è dovuta all’ecommerce e alle vendite online, in quanto solo il 10% delle vendite avviene online e ciò ha un impatto maggiore sui cosiddetti «big box stores». Vale a dire le catene indipendenti e specializzate in una sola tipologia di prodotti, come Target o Best Buy, anziché sui negozi che si trovano all’interno dei Mall. E un esempio di ciò è la recente chiusura del colosso dei giocattoli Toys “R” Us negli Usa. E qui, probabilmente, oltre alle vendite online, incidono anche le nuove abitudini di gioco dei bambini. Che utilizzano dispositivi elettronici già a partire dai 3 anni.

Cosa sta causando la crisi dei Mall negli Usa? Secondo gli esperti la ragione principale è la crescita sproporzionata del numero dei negozi in America rispetto alle reali possibilità di acquisto. Inoltre, è pure cambiato il modo di consumare, come ha affermato l’architetto Mark Hinshaw, il quale ritiene che la gente sia stanca di questi spazi giganteschi e anonimi. Sebbene ritiene che resteranno in vita ancora in futuro. E pensare che un centro commerciale della Pennsylvania fu utilizzato da George Romero nel suo film Zombi (titolo originale Dawn of the Dead) nel 1978, come critica al conformismo e al consumismo americano che stava uccidendo i negozi al dettaglio e le botteghe artigianali tradizionali. In effetti, quarant’anni dopo, tanti mall hanno assunto proprio le sembianze di grossi cimiteri. Secondo alcuni analisti, circa 400 centri commerciali su 1.100 in America chiuderà. Uno su tre.

La crisi dei centri commerciali in Italia

In Italia la crisi dei centri commerciali non è da meno. Addirittura la giunta provinciale di Trento ha approvato in questi giorni lo stop alla concessione di superfici di vendita superiori ai 10mila metri quadrati. Ciò significa, uno stop all’insediamento di nuovi centri commerciali o piattaforme monofunzionali. Certo, lì il motivo è anche di natura morfologica: in Trentino l’87% del suolo è caratterizzato da rocce, boschi o pascoli. Mentre soltanto il 13% è potenzialmente disponibile per insediamenti e l’agricoltura. Uno spazio molto esiguo, che non può essere sfruttato per centri commerciali che poi magari si rivelano pure inutili ed inutilizzati. In questo modo, si favoriscono anche i piccoli esercizi commerciali che insistono nelle località montane. Altro tasto dolente da preservare è il traffico stradale che questi centri commerciali comportano, con pesanti ripercussioni in termini di inquinamento atmosferico e acustico.

In Trentino la colata di cemento è stata già eccessiva dal 1960 al 2004, con le aree urbanizzate aumentate del 190% contro una crescita della popolazione del 20%. Mentre un quarto di porzione del territorio destinato a grandi superfici commerciali non è ancora stato utilizzato. A spiegare i motivi di questa decisione è il vicepresidente della giunta, Alessandro Olivi, che presenta con fierezza la prima decisione italiana che va in tale direzione con lo scopo di rinnovare il metodo di programmazione degli insediamenti commerciali sul territorio. Al fine di favorire la qualità e la valorizzazione delle vocazioni di area alpina del Trentino.

Insomma, se con la crisi industriale che ha colpito molte città italiane, gli edifici abbandonati erano rappresentati dalle fabbriche dentro le città e ai confini, nei prossimi anni le cattedrali nel deserto saranno i centri commerciali. Per un Mondo dove l’economia si sta dematerializzando e non ci resta che guardare questi enormi spazi vuoti che un tempo ci promettevano benessere e prosperità.

Tipi di centri commerciali

Sebbene siano luoghi tipicamente americani – per stile estetico e per l’anima consumistica che racchiudono – i centri commerciali italiani si sono da sempre ispirati soprattutto a quelli francesi. In Italia hanno fatto la loro comparsa ad inizio anni ‘70 nelle regioni del Nord, per poi propagarsi nel resto del Paese soprattutto a partire dalla fine degli anni ‘80. Generalmente, prevedevano in primis un ipermercato intorno al quale si sviluppavano altri negozi. Generalmente una decina, dei più disparati prodotti e servizi. Negli anni poi si è assistito ad un allargamento di questi luoghi, tant’è che siffatti formati hanno preso più il nome di “ipermercato con negozi” o “galleria commerciale”. E’ cambiata anche la dimensione e il numero di negozi. Sono diventati di meno ma più grandi. Immancabile poi almeno un bar e un luogo per la ristorazione. Tra gli anni ‘90 e 2000 i centri commerciali sono aumentati con queste caratteristiche, assumendo sempre la forma di edifici maestosi, ampi parcheggi, moltiplicità di negozi, all’esterno altre catene commerciali (Ikea, Mediaworld, Leroy Merlin, Cinema Multisala, ecc.).

In questi ultimi vent’anni si sono sviluppati due tipi di centri commerciali: quelli multipiano e quelli commerciali-direzionali. I primi, come dice il nome stesso, si estendono su più piani, prevedendo quindi anche più negozi che propongono lo stesso prodotto e scale mobili. Il centro commerciale-direzionale prevede, oltre ai negozi, anche uffici per altri tipi di servizi. E’ possibile trovarci uffici direzionali, ambulatori, laboratori medici, sedi istituzionali pubbliche o di sindacati. Quindi, oltre alla funzione prettamente commerciale e consumistica, ricopre anche un interesse pubblico e sociale.

Una forma che ha preso piede negli ultimi anni sono i Parchi commerciali. Trattasi di un’aggregazione di negozi di medie-grandi dimensioni (come ipermercati, mobilifici, casalinghi, outlet, centri bricolage, cinema multisala, ecc.) aventi ognuno una propria entrata indipendente, localizzati in aree extraurbane. Una evoluzione del centro commerciale accorpato in un unico grande edificio. Ultimo tentativo di dare al consumismo nuova linfa.

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