Jobs Act: le novità a trattative concluse

L’agenda economica dei governi italiani, si sa, è spesso incentrata su alcuni feticci. Elementi dall’alto valore simbolico ma in grado di esercitare un impatto moderato sull’economia reale. Insomma, si guarda il dito e non la luna.

E’ successo anche questa volta. L’oggetto della contesa è attualmente l’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che come tutti sanno regola il flusso in uscita, ossia i licenziamenti. Il centrosinistra e la sinistra lo difendono a spada tratta, buona parte del Pd e le destre lo considerano un residuato del passato. Anzi, secondo molti esponenti sarebbe meglio toglierlo affinché aumentino la assunzioni (il controsenso è in questo caso molto evidente).

La volontà del Governo di eliminare l’Articolo 18 ha scatenato accese discussioni sul Job Act, ennesima riforma del lavoro, “contenitore” per questo importante ritocco allo Statuto dei lavoratori.

Da una parte, il Governo e il centrodestra. Dall’altra, la minoranza Pd, la sinistra e i sindacati.

La riforma si è presto arenata in Parlamento, sicché Renzi ha dovuto aprire al dialogo, almeno con alcuni colleghi di partito. La posta in gioco era troppo alta: in un ipotetico voto di fiducia l’esecutivo sarebbe sicuramente andato sotto.

Come ne è uscito il Job Act per quanto riguarda l’articolo 18? Qualche cambiamento c’è stato. Innanzitutto, il Governo ha rinunciato alla sua abolizione. Verrà “semplicemente” ridimensionato – per la seconda volta in due anni. Rimane il reintegro solo per alcune categorie di licenziamenti, nello specifico quelli disciplinari – che sono la stragrande maggioranza. Per i licenziamenti di ragione economica, sarà previsto invece un rimborso. L’entità dipenderà dall’anzianità di servizio del lavoratore.

Per Renzi, però, a ricoprire un’importanza cruciale è la tempistica. Il suo obiettivo è varare la riforma entro la fine dell’anno, in modo che il 2015 possa iniziare all’insegna delle nuove regole. Questi riguardano essenzialmente sgravi fiscali per le imprese che assumono e un alleggerimento sul fronte dei contributi.

Sullo sfondo, la “necessità” di veicolare il valore della velocità e del “fare”, cardini della retorica renziana.

A questo scopo, il premier ha deciso di azzerare i termini della vacatio legis, tradizionale periodo di “fermentazione” che intercorre tra la seconda e la terza lettura. In questo modo il Governo potrà realizzare i decreti attuativi entro dicembre.

Le reazioni del mondo politico fanno ben sperare. La minoranza Pd, in particolare, si è detta soddisfatta. Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro ed esponente di spicco dei dissidenti, ha dichiarato: “Sono molto soddisfatto della riformulazione sul tema dell’Articolo 18, che conferma i contenuti dell’emendamento del Pd”.

Analogamente, anche il Nuovo Centro Destra ha accolto con favore le modifiche: “Si chiude qui, al Senato il testo lo approviamo. Hanno vinto tutti i riformisti, di destra e di sinistra”.

In profonda agitazione rimangono però i sindacati. Nonostante le polemiche, lo sciopero generale si farà. Inizialmente previsto per il 5 dicembre, è stato anticipato di qualche giorno (ancora da definire) per scansare le accuse di “nullafacenza”: la data precedente era “casualmente” adiacente a un ponte di festività.

Cgil, Cisl e la Fion parteciperanno alla manifestazione di protesta. Per ora si è defilata la Uil, probabilmente ancora in fase di assestamento dopo il cambio di leadership.