Iva, c’è una sorpresa: l’aumento colpirebbe i più ricchi

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In questi giorni il Governo è assai indaffarato a trovare i soldi per evitare l’aumento dell’Iva, dal 21 al 22%, che per legge (come stabilito dal Governo Berlusconi IV), dovrebbe scattare dal 1° luglio. L’aumento anche solo di un punto percentuale è considerato universalmente – media e classe politica – come una disgrazia da evitare a tutti i costi: farebbe lievitare i costi, deprimerebbe ancora di più i consumi e, di conseguenza, soffocherebbe quel poco di crescita che è prevista per il 2014. Servono 2 miliardi e servono in fretta.

Eppure, forse la disgrazia dell’aumento dell’Iva non è così catastrofica come la si dipinge. Ad affermarlo è Francesco Daveri, docente di economia all’Università di Parma, editorialista del Corriere della Sera, redattore de LaVoce.info. E’ pervenuto alla conclusione della non “distruttività” dell’Iva al 22% studiando una tabella dell’Istat e… Ragionandoci un po’ su.

Daveri innanzitutto circoscrive la percezione negativa circa l’aumento dell’Imposta sul Valore aggiunto. Perché è considerato come l’apocalisse dei consumi? Semplicemente, a causa del carattere, solo presunto (stando al suo ragionamento), di aggressività. Un’imposta è regressiva quando incide sulla popolazione indifferentemente dal reddito e dalle popolazione economiche dei cittadini. E’ progressiva quando, al contrario, l’incidenza – dunque la sua entità – aumenta all’aumentare del tenore di vita economico del cittadino. L’aumento dell’Iva è considerato regressivo, dunque “ammazzerebbe” i cittadini meno abbienti perché costretti a pagare quanto i cittadini abbienti; un problemone visto che la maggioranza del Paese è composta proprio da gente che non naviga di certo nell’oro.

Daveri contesta il carattere regressivo dell’Iva al 22% e lo fa attraverso una tabella ufficiale dell’Istat. Tale tabella, che potete vedere riprodotta qui sotto, restituisce il rapporto tra fasce di reddito e consumo di beni, questi a loro volta categorizzati in base all’applicazione dell’Iva. Esistono beni che sono esenti da Iva, esistono beni sottoposti all’Iva al 4%, beni sottoposti all’Iva al 10% e, infine, esistono beni che sono sottoposti all’Iva al 21% (dal 1° luglio al 22%).

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Daveri ragiona proprio sul consumo dei beni soggetti all’Iva massima. Ebbene, questi vengono acquistati soprattutto dalla fascia di cittadini più ricchi, corrispondenti al quinto quintile (termine del gergo statistico per indicare il 25% dei cittadini più ricchi). Addirittura, il 40% della spesa dei “ricchi” è composta da beni soggetti all’Iva al 21%, ossia da quei beni che verranno colpiti dall’aumento dell’imposta. Per queste famiglie si prospetta un aumento della spesa annua di circa 152 euro. Se si va invece a studiare la spesa delle famiglie più povere, ossia quelle posizionati al primo quintile, che spendono non più di 10mila euro all’anno, si nota che comprano pochi beni “Ivati al massimo”. Solo il 13% della loro spesa è composta da beni soggetti all’Iva al 21%, dunque soggetti all’Iva al 22% dal 1° luglio. Per loro si prospetta un esborso di circa 50 euro all’anno. Niente di catastrofico e, soprattutto, un terzo in meno rispetto a quello che dovranno sborsare i ricchi. Una dimostrazione che l’aumento dell’Imposta sul Valore Aggiunto è, sorpresa delle sorpresa, assai progressiva.

La conclusione di Daveri è che è buona cosa cercare di non aumentare l’Iva, ma solo a costo di non dover aumentare le accise sui carburanti (come si sta pensando), quelle sì in grado di incidere assai negativamente sulle fasce più povere della popolazione.