Italia, Spagna, Grecia, Portogallo: chi sta meglio?

E’ proprio vero che gli esami non finiscono mai. Se poi l’insegnante è l’Unione Europea, per l’alunno Italia il giudizio negativo è sempre dietro l’angolo. E infatti l’ultimo rapporto delle Commissione paragona il nostro paese con Spagna, Portogallo e Grecia, con esiti non certo confortanti per noi.

L’Italia e questi paesi sono inseriti nel gruppo dei Med. L’accezione non è certo positiva. Il criterio, non a caso, è rappresentato dalla salute finanziaria ed economica: due paesi a rischio – Italia e Spagna – e due già coinvolti nel programma di aiuti. Che poi sul concetto di “aiuto” si potrebbe disquisire per ore, dal momento che nel paese ellenico le cure di Bruxelles hanno peggiorato le cose.

Come sta l’Italia rispetto alla Spagna, Portogallo e Grecia? La cattiva notizia è che non reggiamo il confronto nemmeno con questa allegra combriccola. Atene esclusa, ovviamente, ma purtroppo ormai non fa testo. L’Ellas è vittima di una spirale negativa senza precedenti ed è agonizzante ormai da quattro anni.

La buona notizia, se si può chiamare tale, è che qualche complimento l’Europa ce lo fa. “Ha compiuto progressi in molti indicatori per il contesto in cui opera l’impresa e comincia a vedere alcuni risultati positivi tangibili”. Queste parole hanno il sapore di una beffa, uno zuccherino il cui gusto fa a pugni con l’amaro fiele dell’austerity che, tra le altre cose, stiamo bevendo ancora.

Il “testo d’esame”, questa volta, è rappresentato dalle riforme. Avranno riformato, i malati d’Europa, i rispettivi mercati del lavoro in una prospettiva di competitività? Hanno superato la prova, sebbene con riserva, solo i paesi iberici. Dall’Italia, invece, solo annunci. La Grecia invece pare che ci abbia rinunciato o, come minimo, abbia rimandato a data da destinarsi la realizzazione dei classici compiti a casa.

I motivi per cui Roma e Atene si trovano ancora indietro vanno rintracciati nell’indolenza della classe politica e, soprattutto, nei continui scontri tra partiti che, appunto, non riescono a mettersi d’accordo circa le direttive, in fatto di lavoro, provenienti da Bruxelles. Secondo l’Ue, le classi dirigenti italiana e greca non hanno ancora maturato la percezione dell’importanza delle riforme.

Oltre ai giudizi, la Commissione ha portato numeri alla mano.

Indice di produttività. La Spagna ha fatto segnare un incoraggiante 2,6%. Il Portogallo segue a ruota con un positivo 1,9%. L’Italia è ferma a zero, mentre la Grecia crolla ulteriormente del 3,3%. Non c’è da stupirsi: l’industria e i servizi sono fermi, irrimediabilmente interdetti da un calo del Pil mostruoso, che non si misura più in percentuale ma in “quarti”. Il Prodotto della Grecia è sceso dal 2008 appunto di un quarto.

Pagamenti delle PA. L’Italia è ancora una volta fanalino di coda. Le pubbliche amministrazioni pagano le imprese a 180 giorni. Un eternità, sebbene nel 2012 il numero dei giorni si fosse attestato a 190. Lisbona fa molto meglio con 126 (197 nel 2012).

Procedure. A brillare qui è la Spagna. Grazie a un significativo intervento del legislatore, la durata della procedura di insolvenza si è più che dimezzata, passando dai due anni e mezzo del 2012 ai dodici mesi attuali. In Italia, siamo fermi a tre anni.