In Italia si parla di Redditto Minimo Garantito, confronto con l’Europa

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Il vento dell’austerity, a quanto pare, ha smesso di spirare in Europa. Troppo tardi, diranno alcuni, ma tant’è: Mario Draghi ha annunciato una sorta di Quantitative Easing anche per l’UE. Già si parla di cifre: 1000 miliardi il costo dell’intera operazione, di cui 80 dedicati esclusivamente all’Italia. E’ tanto denaro.

Il Governo sta pensando, per ora molto ufficiosamente, a misure estremamente aggressive per contrastare la povertà e la disoccupazione. Il primo a dire la sua è stato Enrico Morando, viceministro dell’Economia. In una recente intervista ha parlato di salario minimo garantito, ma in una “salsa” che ricorda da vicino il reddito di cittadinanza e, in generale, tutte quelle misure di welfare già diffuse in Europa e che si rivolgono ai lavoratori con basso reddito o ai disoccupati.

Se ne sta parlando e, in Italia, questa non è una novità da poco. Inspiegabilmente, il tema ha disertato i dibattiti politici degli ultimi anni, come fosse un tabù, e solo con l’aggravarsi della crisi è ritornato a fare capolino, spinto dai milioni di disoccupati e dal peggioramento dei parametri economici.

L’Italia rappresenta un caso particolare, una eccezione incredibilmente negativa. In Europa, solo il Bel Paese e la Grecia non riservano nessuna forma di sostegno reddituale per disoccupati e lavoratori meno abbienti. Eppure, l’Europa ce lo chiede dal 1992, anno in cui è stata varata una direttiva che raccomandava tutti i paesi ad agire in questo senso.

Il confronto con gli altri Stati dell’Unione è dunque impietoso.

In Germania vige l’Arbeitslosengeld II, un sistema che “elargisce345 euro al mese a chi non ha lavoro o gode di un salario molto basso. Può sembrare poco ma va considerato il complesso ecosistema di integrazioni che, per esempio, aiutano i tedeschi a pagare l’affitto o il riscaldamento. Vanno comunque analizzati due elementi: il contributo è illimitato nel tempo ed è riservato anche agli stranieri con regolare permesso di soggiorno.

In Gran Bretagna si registra l’Income Based Jobseeker Allowance, una rendita anch’essa illimitata nel tempo, accessibili a tutti i cittadini maggiorenni che non possono contare di risparmi superiori ai 12.775 euro. Anche qui sono presenti benefit utili a pagare l’affitto e il riscaldamento, ma anche per garantire un buon percorso di studi ai propri figli.

Particolare il sistema vigente in Francia. Il Revenu Minimum d’Insertion non è modulato in base al reddito ma in base alla situazione famigliare. Ai single è concessa un’integrazione reddituale di 495 euro, 638 euro se si è sposati (o in una coppia di fatto) e via dicendo, fino ad arrivare a 1000 euro circa per i nuclei familiari con due o più figli a carico. Per fruire del contributo occorre aver compiuto almeno 25 anni.

Più semplice il Minimax, vigente in Belgio, che consiste in una donazione mensile di 650 euro a cui può accedere chiunque, che sia sposato o no, che sia ricco oppure povero. Molto corposo, infine, il lussemburghese Revenu Minimum Guaranti: 1100 euro al mese per tutti i disoccupati o i lavoratori precari. Cessa fino a quando non si raggiunge un impiego stabile che superi quella cifra.