L’Italia come la Grecia? No, anche peggio, parole dell’FMI

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Il Fondo Monetario Internazionale ha molto di cui farsi perdonare, soprattutto dalla Grecia, ciononostante non sta esitando a porsi come guida per l’economia globale, sebbene tale ruolo si stia ultimamente risolvendo nella pubblicazione di studi circa le prospettive economiche dell’Europa e del mondo.

E cosa dice l’Fmi sull’Europa? La risposta a questa domanda ha dello sconcertante, almeno per noi: l’Italia se la passerà peggio della Grecia. Si tratta di una affermazione che fa contestualizzata. L’interpretazione esatta è che la Grecia crescerà più dell’Italia. I numeri, almeno quelli diffusi dal Fondo Monetario Istituzionale parlano di una crescita che tanto per gli italiani quanto per gli ellenici sarà dello 0,6% nel 2014. I problemi, sempre per noi italiani, arriveranno nel 2015: la Grecia crescerà del 2,9% (un vero e proprio balzo, di questi tempi) mentre l’Italia si produrrà in un miserrimo 1,1%. Anche questi numeri vanno contestualizzati. Una contestualizzazione che, in vero, viene facile a noi italiani: Atene, in questi anni, è semplicemente sprofondata in una recessione pesantissima, mentre quella dell’Italia è semplicemente stata… Pesante.

Le stime sulla risicata crescita economica dell’Europa non è comunque stato l’unico risultato degli ultimi studi dell’Fmi. Il massimo istituto economico globale ha espresso forti raccomandazioni e, nei fatti, ha consigliato l’orientamento da mantenere in questi tempi di ripresa lenta e con tutta probabilità niente affatto inesorabile.

La prima raccomandazione, in verità abbastanza condivisibile, è la continuazione della politica monetaria sul piano monetario. Questo passaggio dello studio, riportato da Il Sole 24 Ore, non lascia adito a dubbi: “I policymaker delle economie avanzate devono evitare di abbandonare prematuramente l’accomodamento monetario. In un ambiente di continuo consolidamento di bilancio, divari ancora ampi di produzione, e di inflazione molto bassa, la politica monetaria dovrebbe rimanere accomodante”.

L’Fmi si cimenta però anche nell’arte dell’ovvio, e così rileva che “disoccupazione e debito elevati, bassi investimenti, persistenti divari di produzione, stretta sul credito e frammentazione finanziaria nell’area euro peseranno sulla ripresa” sebbene, con un po’ di ottimismo, sia evidente che “la domanda interna nell’area euro si è finalmente stabilizzata e ha girato in territorio positivo, con le esportazioni nette che contribuiscono alla fine della recessione”.

Il vero rischio, che l’Fmi ha trattato solamente di sfuggita, è quello dell’inflazione. L’Europa è chiamata a fronteggiare un nemico forse ancora più ostica della disoccupazione e della recessione. La deflazione blocca la crescita perché inibisce gli investimenti di qualsiasi tipo e pone in essere difficoltà insormontabili in termini di competitività nei mercati internazionali.

Il problema è che la Bce, al contrario della Fed e della Banca del Giappone, non ha gli strumenti per fronteggiare adeguatamente una crisi deflattiva. Non può, come si dice volgarmente, stampare moneta ma non può nemmeno procedere con misure leggere come gli EuroBond. La speranza, però, è che il vento cambi presti. Il cambiamento potrebbe giungere già dalle elezioni di maggio, che minacciano di portare in Parlamento una maggioranza fatta di movimenti che si contrappongono, in alcuni casi con “gravi effetti collaterali” (vedi il Fronte Nazionale Francese), all’attuale assetto europeo. D’altra parte, l’influenza della Germania – delle sue idee e dei suoi interessi – è ancora fortissima e in grado di dare filo da torcere alla truppa di innovatori.