Istat rivela: 70.000 occupati in più. E’ cambiato realmente qualcosa?

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L’Istat fornisce un quadro economico positivo per questo inizio di 2016. Fanno ben sperare i dati sull’occupazione, nonostante su altri fronti gli strascichi della crisi gettino più ombre che luci sul futuro dell’Italia. In particolare, è stato dato grande risalto all’aumento degli occupati. A gennaio 2016, rispetto al mese precedente, se ne segnalano 70.000 in più. Cosa vuol dire esattamente? Per gli italiani è realmente cambiato qualcosa?

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Istat rivaluta il quadro economico: l’oro che non luccica

Innanzitutto va considerato un piccolo particolare, che poi così piccolo non è. I numeri assoluti rivelano molto poco. Per capire se il dato “70.000” sia positivo o meno, occorre conoscere la base di partenza (ossia l’aumento che è stato registrato un mese fa, un anno fa etc.) ma soprattutto la base della forza lavoro. E’ ovvio che tale numero nel contesto italiano ha una importanza e nel contesto americano ne ha un’altra, se non altro perché negli Stati Uniti i lavoratori sono molti di più. E’ necessario quindi conoscere il dato relativo, in percentuale, che assume la denominazione di tasso di occupazione. Anche così, però, l’informazione non è risolutiva.

Il tasso di occupazione ha infatti un limite. Per comporlo, infatti, viene presa in considerazione – e posta al denominatore – solo la forza di lavoro attiva. Ossia le persone dai 15 anni in su che hanno un lavoro o lo cercano. Vengono ignorati gli inattivi, ossia coloro che, per un motivo di lavoro, non hanno un lavoro e non lo cercano. Ma è comunque ovvio: un inattivo è pur sempre un disoccupato.

Istat 2016: dubbi sull’occupazione

Va specificato, inoltre, che i numeri forniscono evidenze quantitative e non qualitative. Non dicono nulla sulla tipologia contrattuale, sul reddito e, in definitiva, sul tenore di vita dei lavoratori. Questi 70.000 occupati in più potrebbero essere benissimo dei precari, magari con un contratto stagionale (e non è un caso che il numero aumenti sempre in corrispondenza dell’estate). In alcuni casi, questo meccanismo consente di modificare le carte in tavola e fornire al prossimo un’immagine che è, nella migliore delle ipotesi, ambigua. Come nel caso della Germania, che ha un tasso di occupazione molto elevato in virtù dei cosiddetti Mini Job: contratti di lavoro sotto pagato e a breve termine.

Infine, va chiarito un particolare. L’Istat rivela che gli occupati sono saliti di numero ma il tasso di disoccupazione non è sceso. Com’è possibile? Occupazione e disoccupazione non dovrebbero essere due parametri inversamente proporzionali? Non lo sono, se una delle due misure è espressa in forma assoluta. Il problema è sempre lo stesso: gli inattivi. La doppia evidenza dell’Istat cela un’altra informazione tra le righe: gli inattivi sono diminuiti. Per questo motivo il tasso di disoccupazione non è sceso: gli occupati in più sono stati compensati da coloro che prima non cercavano lavoro (e quindi venivano esclusi da ogni calcolo) e ora, magari incoraggiati da una congiuntura economica meno infelice, stanno cercando di rimettersi in carreggiata.

In definitiva, si può affermare che il dato dei 70.000 occupati in più vada preso con le pinze. E’ sempre meglio un aumento che una diminuzione ma, da solo, semplicemente non vuol dire nulla, o molto poco.

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