Irpef 2018, come funziona saldo 2017 e 1° acconto titolari partita IVA

Il prossimo 2 luglio 2018 è una data fiscale molto importante. In questo giorno, infatti, ricorre la scadenza per il saldo 2017 ed il primo acconto 2018 dell’Irpef da parte dei titolari di partita IVA.

Ad essere interessata è una platea ampia di contribuenti italiani. Ossia: dipendenti, pensionati, persone fisiche non titolari di partita Iva, collaboratori coordinati e continuativi, lavoratori occasionali, imprenditori artigiani e commercianti, agenti e rappresentanti di commercio, lavoratori autonomi, professionisti titolari di partita Iva iscritti o non iscritti in albi professionali.

Va da sé che sia dipendenti che pensionati non sono tenuti a versare il modello F24 giacché vedranno trattenersi quanto devono direttamente in busta paga.

I titolari di partita IVA, invece, devono versare il saldo Irpef 2017, insieme al primo acconto 2018 mediante modello F24.

Irpef 2018, qual è il codice tributo per il saldo 2017 e primo acconto 2018 titolari partita IVA

Abbiamo detto che i titolari di partita Iva devono versare il saldo Irpef 2017 ed il primo acconto 2018 mediante modello F24. Qual è il codice tributo per poterlo fare? Varia in base al tipo di operazione:

  • codice tributo 4001 per il saldo Irpef
  • codice tributo 4033 per il primo acconto Irpef

Irpef 2018, quando versare secondo acconto 2018

Quando versare secondo acconto Irpef 2018? La data fatidica è il 30 novembre e sempre con modello F24 ma utilizzando un codice tributo diverso: il 4034.

Irpef 2018, come funziona versamento importi minimi

Come funziona versamento importi minimi per Irpef 2018? L’acconto Irpef 2018, in particolare, può essere versato in una o due rate secondo le regole seguenti:

  • per un importo non superiore a 51,65 euro l’acconto non è dovuto
  • per un importo compreso tra 51,65 e 257,52 euro l’acconto deve essere pagato in un’unica soluzione entro il 30 novembre

per un importo superiore a 257,52 euro occorre procedere al versamento in due rate:

  • primo acconto pari al 40% del 100% del saldo dovuto per l’anno precedente entro il 2 luglio 2018 ovvero entro il 20 agosto con maggiorazione dello 0,40%;
  • secondo acconto 60% entro il 30 novembre

Dunque, lunedì 2 luglio 2018 il contribuente paga il saldo anno 2017 + eventuale acconto 2018. Il saldo che risulta dall’Unico Pf e l’eventuale prima rata di acconto, vanno versati entro la nuova scadenza del 30 giugno dell’anno in cui si presenta la dichiarazione.

Qualora non si paghi o si manchi il pagamento, è possibile sanare la violazione versando quanto dovuto entro i successivi 30 giorni. Tuttavia, si andrà incontro ad una maggiorazione sull’importo totale dello 0,40%.

Nel metodo storico, invece, per sapere se si è tenuti a versare a giugno oltre il saldo 2017 anche l’acconto 2018, basta vedere se l’importo indicato nel rigo RN33 del modello Unico “differenza” supera o meno i 51,65 euro.

In caso di parità o cifra inferiore, l’acconto non è dovuto. Se invece il reddito 2018 è inferiore a quello del 2017, è possibile utilizzare,

sempre in relazione all’acconto, il metodo previsionale. In questo modo è possibile calcolare la misura del primo acconto 2018 inferiore rispetto a quello che si dovrebbe con il metodo storico o addirittura di non versarlo affatto.

Ricordiamo inoltre che il primo acconto Irpef Ires Irap 2018, può essere anche rateizzato fino ad un massimo di 6 rate mensili da giugno a novembre. In virtù di ciò, il contribuente che ha un importo “differenza” maggiore di 257,52 euro, deve versare a giugno il 40% dell’importo che risulta nel rigo RN33 a titolo di primo acconto 2018.

Irpef 2018, come calcolare saldo 2017 e primo acconto

Il calcolo del saldo e degli acconti Irpef 2018 deve essere eseguito in 2 possibili modalità:

  • metodo previsionale
  • metodo storico

L’importo del primo e del secondo acconto Irpef 2017 può essere calcolato con il metodo storico ovvero col metodo previsionale.

Nel primo caso, è possibile calcolare gli acconti Irpef utilizzando come base di riferimento quanto si prevede di conseguire come reddito nell’anno in corso. Pertanto, nel caso in cui il contribuente preveda di conseguire un reddito inferiore rispetto al periodo d’imposta precedente, allora gli acconti possono essere pagati in misura inferiore.

Il secondo metodo permette di calcolare l’imposta da pagare semplicemente avendo come riferimento quanto pagato nel periodo d’imposta precedente.

Modifiche scadenza versamenti da dichiarazione dei redditi

Da sempre la scadenza versamenti da dichiarazione dei redditi, è stata fissata al 16 giugno di ciascun anno. Tuttavia, con l’entrata in vigore della Legge di Bilancio 2017, è subentrata anche la nuova scadenza ires, irap, e irpef per quanto concerne la prima rata. Vale a dire il saldo anno

precedente e primo acconto sull’imposta dei redditi, è il 30 giugno dell’anno in cui si presenta la dichiarazione dei redditi, salvo proroghe approvate e ufficializzate dall’Agenzia delle Entrate.

Le nuove scadenze fiscali versamento Irpef Ires e Irap, vale a dire delle tasse derivate dal modello Unico, ormai chiamato modello Redditi, riguardano solo il saldo + acconto entro il 30 giugno 2018 che cadendo di sabato fa slittare la scadenza al 2 luglio 2018. Mentre per il versamento del secondo o unico acconto, la scadenza è sempre fissata al 30 novembre senza però possibilità di rateizzare il versamento.

Chi è tenuto a pagare a giugno Irpef, ires, irap e Iva? Tutti i titolari di Partita IVA tenuti al pagamento delle tasse sul reddito IRPEF o Ires per le società, derivanti dalla dichiarazione dei redditi, dalla dichiarazione Irap e dalla dichiarazione unificata annuale da parte dei contribuenti che esercitano attività economiche per le quali sono stati elaborati gli studi di settore. Per i quali però il governo Movimento cinque stelle-Lega auspica un superamento.

Irpef 2018, differenza metodo storico e metodo previsionale

Ricapitolando, per calcolare l’acconto Irpef 2018 ci sono due metodi: il metodo storico e quello previsionale. Con il metodo storico è necessario prendere a riferimento la somma indicata al rigo RN34 del modello Redditi PF 2017, oppure quella indicata nel rigo RN64, colonna 4, nel caso in cui l’acconto debba essere determinato tenendo in considerazione casi particolari.

Gli acconti per il 2017, in linea di massima, sono dovuti e devono coprire il 100% dell’imposta determinata per il 2016. Il primo acconto del 40% è dovuto entro il termine di versamento del saldo per il 2016, il secondo del 60% entro fine novembre 2017. Abbiamo poi visto in precedenza i vari scaglioni in base all’importo.

Con il metodo previsionale bisogna determinare le imposte che si prevedono dovute per il 2017 e versare il 100% tra giugno e novembre. In tal caso è necessario fare attenzione perché in presenza di errore nella determinazione degli acconti, oltre agli interessi scatta la sanzione per insufficiente versamento, pari al 30% del minor importo versato.

Irpef cos’è

Irpef è l’acronimo di Imposta sul reddito delle persone fisiche. E’ un’imposta diretta, personale, progressiva e generale. Oggi regolata dal testo unico delle imposte sui redditi, emanato con DPR 22 dicembre 1986 n. 917.

È stata istituita con la riforma del sistema tributario del 1974, ai sensi del DPR 29 settembre 1973 n. 597 e conteneva 32 aliquote (dal 10% al 72%) per gli scaglioni di reddito da 2 a 500 milioni di lire.

Col DPR n. 917/1986 si è raccolta la disciplina IRPEF in un unico testo che ha sostituito i decreti presidenziali nn. 597, 598 e 599 del 1973.

L’Irpef costituire un terzo del gettito fiscale per lo Stato. Infatti nel 2009, a fronte di entrate tributarie pari a 433,37 miliardi di euro, 184,89 miliardi di euro erano derivati da IRPEF.

IRPEF su cosa si calcola

L’IRPEF si basa sul possesso di redditi rientranti in una delle seguenti categorie:

  • redditi fondiari
  • redditi di capitale
  • redditi di lavoro dipendente
  • redditi di lavoro autonomo
  • redditi di impresa
  • redditi diversi

È un’imposta di tipo progressivo, dato che colpisce il reddito con aliquote che dipendono dagli scaglioni di reddito, ed è di carattere personale, essendo dovuta, per i soggetti residenti sul territorio dello Stato, per tutti i redditi posseduti, anche se prodotti all’estero.

L’imposta lorda è determinata applicando al reddito complessivo, al netto degli oneri deducibili indicati nell’articolo 11 TUIR, le seguenti aliquote per scaglioni di reddito:

  • da 0 a 15.000: 23% sulla parte eccedente la no tax area (vedi sotto)
  • da 15.000 a 28.000: 3.450 € + 27% sulla parte eccedente i 15.000 €
  • da 28.000 a 55.000: 6.960 € + 38% sulla parte eccedente i 28.000 €
  • da 55.000 a 75.000: 17.220 € + 41% sulla parte eccedente i 55.000 €
  • oltre 75.000: 25.420 € + 43% sulla parte eccedente i 75.000 €

IRPEF chi deve pagarla

Ecco i contribuenti tenuti a pagare l’IRPEF:

  • le persone residenti sul territorio italiano, per i cespiti posseduti ed i redditi prodotti in patria o all’estero
  • le persone non residenti sul territorio italiano, per i redditi prodotti nel territorio italiano
  • i soggetti passivi impropri, ossia le società di persone e, con innovazione recente, le società di capitali i cui soci – ricorrendone le condizioni – hanno adottato la cosiddetta “tassazione per trasparenza”, simile a quella delle società di persone. In questo caso è la società che deve consegnare la dichiarazione dei redditi, ma sono tenuti a pagare l’imposta i soci (non la società), secondo la loro quota di partecipazione agli utili prodotti dalla società stessa.

Dal 1º gennaio 1999, si considerano residenti, salvo prova contraria, i cittadini italiani cancellati dall’anagrafe dei residenti emigrati nei paradisi fiscali, Stati a regime fiscale privilegiato (art. 10, L. n. 448/1998).

Chi emigra deve provare che:

  • risieda fiscalmente nel paese nella cui anagrafica risulta iscritto e non in Italia (es. contratto di erogazione di acqua, luce, gas, ecc. pagati nel Paese straniero)
  • vi svolga la propria attività (es. contratto di lavoro)
  • abbia trasferito nel Paese a regime fiscale privilegiato i propri interessi familiari, sociali ed economici (es. iscrizione nelle liste elettorali).

Viene considerato residente chi è iscritto all’anagrafe italiana per la maggior parte dell’anno. Con quest’ultima definizione si intende una permanenza di almeno 183 giorni in un anno, anche non continuativi (184 per anni bisestili). Viene inoltre considerato residente chi ha per la maggior parte dell’anno in Italia il domicilio o la residenza, anche se non iscritto all’anagrafe.

Nel computo dei 183 giorni, per i lavoratori dipendenti, vanno considerate le frazioni di giorno, giorni di festivi e non lavorativi in cui è stata svolta l’attività lavorativa, giorno di arrivo e partenza e i giorni di malattia. Il reddito prodotto in Italia da soggetti non residenti non comporta l’esclusione dall’assoggettamento ad imposta. Il trasferimento all’estero di un soggetto che però mantiene l’abitazione in Italia, e quindi l’assenza più o meno lunga.

IRPEF 2018, come si determina base imponibile

La base imponibile dell’IRPEF è costituita dal reddito complessivo afferente alle persone fisiche, al netto delle detrazioni e ad esclusione delle entrate per legge non assoggettate a questa imposta.

Il reddito complessivo. pertanto, è dato dalla somma dei redditi di ogni categoria determinati sulla base di specifici criteri. In virtù di ciò, la differenza fra il reddito complessivo e gli oneri deducibili e le deduzioni è definita reddito imponibile.

L’imposta lorda risulta dall’applicazione della scala delle aliquote al reddito imponibile. L’imposta netta si ottiene sottraendo dall’imposta lorda le detrazioni riconosciute in particolari circostanza oggettive e soggettive.

La struttura dell’IRPEF è definibile in termini di presupposto,soggetti passivi e base imponibile. Presupposto dell’IRPEF è il possesso di redditi imponibili in denaro o in natura.

L’imposta si applica sul reddito complessivo del contribuente costituito:

  • per i residenti da tutti i redditi posseduti al netto delle deduzioni
  • per i non residenti da tutti i redditi prodotti nel territorio dello Stato

Il reddito complessivo si determina sommando i singoli redditi classificati nelle seguenti categorie:

  • redditi fondiari
  • redditi di capitale
  • redditi di lavoro dipendente
  • redditi di lavoro autonomo
  • redditi d’impresa(società di persone prive di personalità giuridica)
  • redditi diversi

Sulle modalità di determinazione del reddito complessivi ai fini IRPEF conviene fare alcune osservazioni:

  • nel nostro ordinamento le persone giuridiche e le persone fisiche sono obbligate ad effettuare una ritenuta sulle somme erogate nella misura stabilita dalla legge
  • la ritenuta effettuata sui redditi di capitale dagli enti erogatori è in generale a titolo d’imposta o definitiva,nel senso che il reddito corrispondente non entra a far parte della base imponibile dell’imposta personale.
  • le ritenute sui redditi da lavoro sono a titolo di acconto del debito,d’imposta che alla fine del periodo graverà sul contribuente .Le ritenute a titolo d’acconto,di conseguenza,devono essere sommate ai redditi del contribuente ,rientrando quindi nella base imponibile IRPEF
  • quando si percepiscono redditi prodotti all’estero ,le imposte ivi pagate a titolo definitivo,possono essere utilizzate entro certi limiti per l’assolvimento del debito IRPEF. Si parla di crediti d’imposta che costituiscono una parte del reddito complessivo del contribuente e quindi come tali sono assoggettati ad imposta.

L’IRPEF si applica al reddito complessivo che risulta dalla somma degli importi percepiti dal contribuente, di tutte le ritenute subite a titolo di acconto e dei crediti d’imposta eventualmente riconosciuti.

I sistemi tributari di tutti i paesi avanzati sono caratterizzati dalla presenza di un’imposta personale sul reddito che dovrebbe consentire:

  • la realizzazione di criteri di progressività
  • l’introduzione di forme di esenzione per i redditi al di sotto di un certo livello minimo
  • la considerazione della posizione familiare del contribuente

IRPEF 2018, cos’è No tax area

La No Tax Area è una soglia di reddito annuo al di sotto della quale si è esenti dal pagamento dell’IRPEF e delle relative addizionali regionali e comunali.

Non è una esenzione fissata direttamente dalla legge, ma del risultato dell’applicazione delle diverse detrazioni per lavoro dipendente o pensione o da lavoro autonomo, che sono decrescenti al crescere del reddito. Di conseguenza la no tax area varia a seconda delle diverse categorie di contribuenti:

  • redditi fino a € 8.000 per i lavoratori dipendenti
  • redditi fino a € 8.000 per i pensionati (novità del 2017 che su questo tema assimila i pensionati ai dipendenti; con la legge di bilancio del 2017, inoltre, la no tax area pensionati è passata da € 7.750 a € 8.000 per i pensionati di età superiore a 75 anni, e da € 7.500 a € 8.000 euro per quelli che hanno meno di 75 anni)
  • redditi fino a € 4.800 per i lavoratori autonomi
  • redditi fino a € 4800 per i diritti d’autore o la proprietà intellettuale di un’opera
  • redditi derivanti da edifici o costruzioni di altro tipo fino a € 500
  • redditi derivanti da terreni agricoli fino a € 188
  • compensi e rimborsi spese per attività sportiva dilettantistica

Il calcolo di questo beneficio, consiste in una detrazione, quindi nel sottrarre un determinato importo dall’IRPEF da versare. In particolare:

  • per redditi inferiori agli € 8.000, la detrazione è pari a € 1880;
  • per redditi compresi tra € 8.000 e € 15.000 va applicata la formula: 1.297 + [583 x (15.000 — reddito complessivo) / 7.000];
  • per redditi compresi tra € 15.000 e € 55.000 va applicata la formula: 1.297 x [(55.000 — reddito complessivo) / 40.000].
  • Non vi sono detrazioni per i redditi superiori a € 55.000.

I soggetti che rientrano nella No Tax Area sono quanti figurano come nullatenenti e che non hanno alcuna possibilità di ricavare reddito da altre fonti che non siano quelle che vengono corrisposte dai contributi previdenziali.

Il possesso di una casa o di un terreno in grado di fornire una rendita superiore a € 188, oppure la reversibilità della pensione del coniuge e altri tipi di introiti sono motivo di esclusione dalla No Tax Area.

Possono concorrere per questa fascia di esenzione:

  • pensionati la cui pensione non superi i 660 € al mese
  • persone che usufruiscono della pensione di invalidità
  • disoccupati
  • nullatenenti
  • persone con contratti stagionali che non superino gli € 8000 in un anno
  • proprietari di terreni dediti ad agricoltura di sussistenza
  • autori, artisti ed altri proprietari intellettuali che non raggiungano la soglia dei € 4800 di rendita annua
  • sportivi amatoriali che non siano iscritti a nessuna forma di retribuzione alternativa, come ad esempio le squadre sportive dei corpi militari o civili

IRPEF, Flat tax esiste già?

Come noto, uno dei cavalli di battaglia del leader della Lega Matteo Salvini è stato la Flat tax. Ossia la possibilità di far pagare a tutti il 15%, indipendentemente dal reddito. Cosicché i più ricchi possano, almeno teoricamente, investire il tanto denaro in più che gli resta in tasca spendendo di più in beni di consumo, assumendo di più personale, rinnovando il parco macchinari che ha in azienda, ecc.

La flat tax trova però le critiche di quanti ritengono che sia una tassa iniqua, dato che pende notevolmente dalla parte dei più ricchi. Di quanti ritengono che la flat tax sia incompatibile con il reddito di cittadinanza, in quanto la prima provocherebbe un minore gettito fiscale, mentre la seconda più debito pubblico.

Infine, c’è la storia. La flat tax è stata largamente adottata dai paesi dell’est Europa ex comunisti per rilanciare l’economia, sebbene con aliquote maggiori tra il 19 e il 26 percento. Ancora prima, ci provarono i governi Reagan e Thatcher negli anni ‘80.

Ecco i vari esempi:

  • Estonia, Lettonia e Lituania hanno rispettivamente una flat tax pari al 24%, 25% e 33% a partire dalla metà degli anni 90
  • Il 1º gennaio 2001 è stata introdotta al 13% sul reddito in Russia Successivamente l’Ucraina ha adottato come la Russia la flat tax del 13% nel 2003, che però è stata aumentata al 15% nel 2007
  • La Slovacchia ha introdotto una flat tax pari al 19% sulla maggior parte delle imposte nel maggio 2004, per poi essere abolita nel 2013 dal rieletto governo di sinistra in favore di un sistema progressivo
  • La Romania ha adottato la flat tax 16% sul reddito e sugli utili delle aziende il 1º gennaio 2005
  • La Macedonia ha introdotto la flat tax al 12% sul reddito e sui profitti delle imprese il 1º gennaio 2007, portando la percentuale al 10% nel 2008.
  • L’Albania ha introdotto la flat tax al 10% dal 2008.
  • La Bulgaria applica una tassa fissa al 10% per i profitti aziendali e redditi personali dal 2008.
  • Negli Stati Uniti, Illinois, Indiana, Massachusetts, Michigan e Pennsylvania, hanno un’unica aliquota su redditi delle persone, dal 3,07% (Pennsylvania) al 5.3% (Massachusetts)

Ma a parte ciò, secondo il Consiglio Nazionale dei Commercialisti, una flat tax al 15% già c’è. Basano il loro assunto sul fatto che fra detrazioni e deduzioni, quasi il 75% dei contribuenti applica un prelievo fiscale sotto il 15%.

Per la precisione, c’è un 30,78% di contribuenti (significa 12,6 milioni di persone) con IRPEF pari a zero, e un altro 44,30% che invece paga un tassa inferiore al 15% del reddito. Attenzione: non si tratta di contribuenti incapienti o quasi, ma dell’impatto delle detrazioni e deduzioni fiscali, che di fatto abbassano l’aliquota fiscale. A pagare più del 15% di IRPEF è il 24,92% degli Italiani, in termini assoluti 10,2 milioni di contribuenti.

L’analisi si basa sulle dichiarazione dei redditi 2017 e sulle Certificazioni Uniche di 40,9 milioni di contribuenti, relative all’anno di imposta 2016. Ci sono 835 contribuenti (il 2,04%) che dichiarano un reddito IRPEF pari a zero (fra i quali 75mila persone con reddito da locazione e cedolare secca). Dei circa 40 milioni di persone che rimangono, quasi 600mila azzerano l’IRPEF con le deduzioni, quasi 8 milioni con le detrazioni, a cui si aggiungono quasi 2,5 milioni che risparmiano le tasse grazie al bonus di 80 euro.

In totale, inserendo anche altre categorie di contribuenti come i pensionati con redditi sotto i 7mila 550 euro, si arriva a quasi 12,6 milioni di contribuenti che alla fine della dichiarazione hanno un’IRPEF dovuta pari a zero. Restano 28,2 milioni di contribuenti che pagano l’IRPEF, di questi più di 18 milioni versano meno del 15%.

Dei restanti 10 milioni di contribuenti che pagano più del 15%, si possono individuare diverse fasce: 17,35% medio per 2 milioni 242mila contribuenti con reddito complessivo compreso tra 26mila e 29mila euro, 39,52% medio per i 35mila 677 contribuenti con reddito complessivo superiore a 300mila euro.

L’analisi misura anche l’impatto preciso di detrazioni e deduzioni. La voce più pesante è quella delle detrazioni fiscali, che valgono 67,5 miliardi, di cui 7,5 miliardi persi per incapienza. Fra queste, le più importanti sono quelle per reddito da lavoro dipendente, autonomo, o impresa, carichi di famiglia, recupero patrimonio edilizio, spese sanitarie, bonus riqualificazione energetica.

Le deduzioni ammontano invece a 35,1 miliardi, di cui 2,5 mld non applicate per incapienza. Le voci principali:

  • contributi previdenziali e assistenziali obbligatori
  • abitazione principale
  • previdenza complementare
  • spese mediche per portatori di handicap
  • assegni al coniuge divorziato o separato.

E’ pari a 9,4 il valore del bonus da 80 euro in busta paga, che riguarda solo i lavoratori dipendenti fino a 26mila euro (dal 2018, 26mila 600 euro).

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