Iraq è di nuovo in crisi: mercato del petrolio a rischio

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L’Iraq, paese con un ruolo fondamentale nel mercato globale dell’energia, negli ultimissimi giorni è tornato a far parlare di sé attraverso i conflitti interni che minacciano l’interruzione delle forniture di petrolio al resto del mondo. Tali preoccupazioni per un scontro che si potrebbe ampliare e farsi quindi critico ha spinto, nella settimana appena conclusasi, il rialzo dei prezzi del greggio.

I futures sul Brent hanno subito un aumento superiore al 3% toccando quota $103 per barile, il più alto rincaro da settembre scorso. Molti investitori in vista di una possibile crisi irachena si sono già mossi verso posizioni più sicure (riducendo quindi gli acquisti sul petrolio) quali i mercati obbligazionari.

Ciò che più preoccupa l’economia in questo momento è l’azione di guerriglia dei militanti sunniti che, da poco entrati in possesso delle città di Mosul e Tikirt, minacciano di marciare sulla capitale e di prendere il possesso di altri due paesi spiritualmente importanti per i musulmani sciiti. Nel centro petrolifero di Kirkur, le unità militari curdi (Kurdish), popolazione che abita l’Iraq e lotta per l’indipendenza da tempo, ha preso il controllo di molte posizioni chiave cacciando le forze dell’esercito di stato che ne erano a presidio.

L’Iraq produce circa 3,3 milioni di barili di petrolio al giorno e in particolare i campi di Kirkur generano tra i 400 mila e i 500 mila barili al giorno (senza contare le riserve accertate di 4 miliardi). La minaccia di altri conflitti per il dominio del petrolio si sposta velocemente a sud al di là di Baghdad, verso Bassora, cuore pulsante della produzione dall’oro nero.

La ripresa dell’Iraq che è una porta fondamentale sul futuro del mercato mondiale del petrolio, non deve essere interrotta. Il paese si stima infatti possa apportare un aumento di produzione di 200 mila barili l’anno fino al 2040. Inoltre l’OPEC sebbene produca 30 milioni di barili di petrolio al giorno, vede crescere l’interruzione delle forniture da parte degli altri paesi del mondo e questo quindi, rende necessaria una crescita pacifica dell’Iraq al fine di poter istaurare solidi rapporti commerciali.

La promettente parte meridionale del paese ora in mano agli sciiti è quella che meglio assicura l’espansione della produzione giacché conserva il 60% delle scorte del paese. L’impatto di una perdita diretta delle forniture di petrolio non sarebbe tuttavia, nel breve periodo, un vero disastro per gli USA (che nonostante ciò hanno risposto alle minacce dichiarandosi pronti a operare qualsiasi strategia per arginare i rischi di una nuova crisi violenta), quanto per l’Europa e l’Asia. Nel vecchio continente già minacciato dalla crisi energetica ucraina, l’ulteriore minaccia di perdere i rifornimenti iracheni è vista come un dramma e le reazioni dei mercati riflettono le angosce; è quindi di fondamentale importanza riuscire a spegnere il più presto possibile questo nuovo focolaio.

I rapidi movimenti dei militanti islamici dell’ISIS, il gruppo sunnita noto come “Stato islamico dell’Iraq e del Levante” sta mettendo alle strette il fragile governo costruito dallo sciita Maliki e nonostante gli aiuti provenienti dall’Iran per contrastare le rivolte, l’esercito si trova a un passo dal collasso.

Il fragile stato iracheno paga probabilmente l’incapacità di istaurare un dialogo costruttivo tra tutte le popolazioni che abitano la nazione. Tuttavia è doveroso ammettere che il paese esce da una disastrosa guerra durata anni e mai realmente cessata e che istaurare un governo efficiente tra l’avidità del petrolio e l’estremismo terrorista di al-Qaeda rimane un progetto quasi utopistico.

I mercati, già fibrillanti, seguiranno l’evolversi delle vicende in Medio Oriente con la speranza di non dover ritrovarsi protagonisti di un’ulteriore crisi energetica, per l’Europa e il resto del mondo.

Foto originale by olle svensson