Iran aggira sanzioni Usa utilizzando Bitcoin

“Guerra e pace”. Con il titolo di un famoso romanzo del grande autore russo Lev Tolstoj, è possibile sintetizzare la politica estera del Presidente americano Donald Trump.

Da un lato la pace, siglata con una stretta di mano con il paffuto dittatore lancia-missili della Corea del Nord, Kim Young Jun. E tra quest’ultimo e il Presidente della Corea del sud Moon Jae-in, proprio grazie all’intercessione del Tycoon. Ma anche il buon rapporto con il Presidente russo Vladimir Putin, dopo tanti anni di Guerra Fredda e semi-fredda.

Dall’altro lato le varie guerre. In primis quelle commerciali con Cina ed Unione europea, nonché quella diplomatica con l’Iran. Dapprima accesa con l’uscita dell’accordo nucleare da parte degli Usa, siglato “disperatamente” (come lo ha definito lo stesso The Donald) dal predecessore Barack Obama. Poi con un ritorno alle sanzioni.

Del resto, l’Iran è da anni sotto i riflettori minacciosi degli Usa. In particolare, dal 1979, quando avvenne la rivoluzione fomentata dal fondamentalismo islamico inneggiato dallo Ayatollah Khomeyni. Già l’amministrazione guidata da Bush voleva intervenire militarmente anche contro questo Stato, dopo averlo fatto in Afghanistan ed Iran.

Poi però il progetto fallì, sia perché le due guerre succitate furono già molto dispendiose in termini economici ed umani. Sia perché la sua amministrazione terminò il doppio mandato e al Governo vi andò proprio Obama. Non a caso, insignito del Premio Nobel appena eletto. Molto probabilmente, proprio per dissuaderlo da nuove guerre. Calde o fredde che siano.

In effetti, a parte alcuni interventi in Siria, la politica estera di Obama è stata abbastanza neutrale. Per alcuni fin troppo.

Ma torniamo al rapporto tra Trump e l’Iran. Il Paese islamico ha trovato un modo per aggirare le pesanti sanzioni americane. In che modo? Proprio attraverso le criptovalute, il nuovo (relativamente parlando) metodo di pagamento virtuale peraltro attaccato dal biondo Tycoon qualche giorno fa col mezzo che preferisce: Twitter. Definendoli pericolosi e fomentatori di traffici illeciti.

Iran potrebbe approfittare del fatto che ospita molti minatori Bitcoin per basso prezzo elettricità

L’Iran è diventato un Paradiso per i minatori di criptovalute, dato il basso costo della corrente elettrica. E ciò fa sì che alcuni funzionari governativi iraniani temano che la fame da “mining” Bitcoin porti ad abusare delle risorse elettriche iraniane. Di contro, negli Stati Uniti, alcuni osservatori ritengono che le criptovalute potrebbero essere utilizzate dagli iraniani stessi per aggirare le sanzioni volute da Trump.

In Iran, ormai, è esplosa un’autentica mania da Bitcoin. Attenzionata non solo dal governo, ma anche da inchieste giornalistiche e perfino dalle autorità religiose.

Stretti dalle sanzioni e alimentati dall’elettricità sovvenzionata, gli iraniani si rivolgono sempre più al Bitcoin e ad altre criptovalute digitali. Tuttavia, essendo sempre più posti sotto i riflettori di più parti, i minatori iraniani e stranieri che operano nel paese mediorientale cercano di nascondere quanto guadagnano.

Del resto, meno vale il rial, la valuta locale, e più i loro guadagni destano sospetti. Basta dire che il rial è crollato da 32.000 rial a $ 1 al momento dell’affare nucleare del 2015, a circa 120.000 rial a $ 1 di oggi. Praticamente il Dollaro ha quadruplicato il proprio valore nei suoi confronti.

In un’intervista Mohammad Javad Azari Jahromi, ministro iraniano per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione ammette: “Il business del ‘mining’ non è vietato dalla legge, ma il governo e la Banca centrale hanno ordinato all’ufficio doganale di vietare l’importazione di (macchine minerarie) fino a quando non saranno introdotti nuovi regolamenti”.

Ali Bakhshi, a capo del sindacato iraniano dell’industria elettrica, ritiene che ben presto il Ministero dell’Energia aumenterà i costi per i “minatori” di Bitcoin a 7 centesimi per ogni chilowatt di elettricità che consumano il che sarebbe un aumento rilevante, visto che attualmente costa mezzo centesimo ed è la metà del costo dell’elettricità negli Usa.

Bitcoin considerato proibito dagli ayatollah iraniani

Ma a preoccupare la febbre da Bitcoin esplosa in Iran sono anche i leader religiosi. Sembra perfino che gli ayatollah descrivano Bitcoin come problematico o “haram”, che significa proibito.

Bitcoin scatenerà cripto-guerra tra Iran e Usa?

Come detto, comunque, il Bitcoin in Iran preoccupa anche gli Usa. Che già stanno attuando un cryptospionaggio. Nel novembre 2018, un gran giurì federale a Newark, nel New Jersey, ha accusato due uomini iraniani di hackerare e tenere in ostaggio sistemi informatici di oltre 200 entità americane per estorcere loro il Bitcoin, comprese le città di Newark e Atlanta.

Questo il commento di Sigal Mandelker, sottosegretario del Tesoro per il terrorismo e l’intelligenza finanziaria: “Dato che l’Iran diventa sempre più isolato e in difficoltà per quanto concerne l’accesso ai dollari USA, è vitale che gli scambi valutari virtuali, gli scambiatori peer-to-peer e altri fornitori di servizi di moneta digitale induriscano le loro reti contro questi schemi illeciti”.

Insomma, il Bitcoin porta scompiglio nel tradizionale e rigido Iran. Ma potrebbe anche rappresentare un nuovo fronte di crisi tra il Paese islamico e gli Usa.

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