Investire in Titoli di Stato: tutto quello che serve sapere

I Titoli di Stato sono saliti alla ribalta con l’intensificarsi della crisi. I destini dell’Italia sembravano appesi al loro rendimento e alla capacità del Tesoro di piazzarli. In effetti è proprio così: senza l’utilizzo di questo strumento, il paese non potrebbe finanziarsi e pagare pensioni, stipendi, servizi etc.

Dal punto di vista degli investitori, i Titoli di Stato rappresentano da sempre un’opportunità da cogliere. Soprattutto nel bel mezzo della crisi finanziaria del 2011-2012. E’ tutta una questione di rendimenti: se c’è rischio insolvenza, gli interessi salgono: male per lo Stato e bene per chi investe i propri soldi.

Ma, a prescindere dalle contingenze economiche, conviene investire prestando i soldi allo Stato? Esistono alcuni vantaggi che gli altri strumenti finanziari non offrono. Innanzitutto, in barba al clima di paura che si era instaurato intorno ai PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna) quello in titoli è un investimento sicuro, almeno rispetto alle obbligazioni. Un’impresa può fallire, in linea teorica anche una banca può farlo, ma per uno Stato è molto difficile. Le conseguenza sono quasi sempre catastrofiche, sicché – soprattutto in Europa – si tende a fare il possibile per evitare le bancarotte. Valga per tutti il caso della Grecia: a un certo punto i titoli emessi dal Tesoro ellenico erano spazzatura, ma il paese non è fallito grazie “all’aiuto” (quanto abbia fatto bene questo aiuto è ancora da vedere) degli organismi internazionali.

Un altro elemento positivo è la quantità di informazioni che circola intorno ai Titoli di Stato. Le informazioni rappresentano il “nutrimento” essenziale per gli investitori. Investire è sempre un salto nel buio ma è preferibile saltare conoscendo le probabilità di atterrare sani e salvi e quelle di schiantarsi al suolo. Dal momento che questi strumenti finanziarsi rappresentano “quanto di più importante c’è” in termini di investimento, le informazioni non mancano.

Infine, i rendimenti. A dire il vero, in genere sono bassi. Quando però sovviene una crisi, il panico si diffonde in fretta nel mercato, rendendo gli oggetti della contesa meno desiderabili di quanto dovrebbe essere. Gli interessi quindi salgono oltre il dovuto. Una dimostrazione di ciò è stata fornita dai Btp italiani nel 2012. L’Italia era, dopotutto, abbastanza solida ma la speculazione finanziaria e il panico dei mercato hanno fatto schizzare gli interessi oltre il 7%.

Ad ogni modo, ecco qualche informazione più dettagliata sul mondo dei Titoli di Stato italiani.

Tipologie di Titoli di Stato

Esistono Titoli a emissione domestica e Titoli a emissione esterna. Tratteremo solo i primi, dal momento che i secondi riguardano investitori istituzionali esteri.

Sostanzialmente, i Titoli domestici si dividono in tre grandi categoria: gli “zero coupon”, i Titoli a tasso variabile e i Titoli a tasso fisso.

Degli “zero coupon” fanno parte quei titoli a breve termine. La loro caratteristica è quella di non rilasciare cedole. Di questa categoria fanno parte i Bot (Buoni Ordinari del Tesoro) con scadenza a 3, 6 e 12 mesi. Quelli a 3 mesi sono rari e vengono emessi solo se ci sono particolari esigenze da parte dello Stato. Per i Titoli a 6 mesi l’asta viene realizzata a metà mese, per quelli a un anni l’asta è organizzata per fine mese.

La categoria dei “tasso variabile” comprende una vasta gamma di strumenti finanziari. La caratteristica comune è che il rendimento non è fisso, e procede dal volume di scambi dei titoli stessi. Inoltre, rilasciano cedole, in genere semestrali. Di questo gruppo fanno parte i CCT ma anche i Btp Italia (decennali), i cui rendimenti sono variabili perché dipendono dall’inflazione italiana, e i BtpEi (anche questi decennali), la cui variabilità dipende dall’inflazione europea.

Della terza categoria, almeno limitatamente al caso italiano, fanno parte i BTP (Buono del Tesoro Poliennali). Hanno scadenza di 3,5,10,15 e 30 anni. I più importanti, in quanto fungono da parametro economico, sono i Btp a 10 anni. La cedola è anche in questo caso semestrale, il tasso invece è fisso.

Dove e come si acquistano i Titoli di Stato

Ci sono due metodi per acquistare i Titoli di Stato. Il metodo classico, ma sempre più in disuso, prevede la partecipazione di un intermediario – in genere una banca – e la sottoscrizione de visu, in cartaceo. Occorre fare richiesta a partire dal giorno prima dell’asta.

Il metodo “moderno” prevede l’acquisto online, attraverso la piattaforma del Tesoro chiamata MOT (Mercato Obbligazionario Telematico). In questo caso il titolo è “dematerializzato” e può essere acquistato solo se si è un possesso di un conto online.

Un problema da affrontare è rappresentato dalle commissioni. Ogni intermediario stabilisce una commissione ma questa non può superare il tetto stabilito dal MEF. Il tetto varia in base alla durata del Titolo. Si va da un minimo dello 0,05% a un massimo dello 0,30%.

Le aste sono di tre tipi.

Asta competitiva in termini di rendimento per i Bot. Ogni operatore può inserire almeno tre offerte. L’offerta minima corrisponde a 1,5 milioni di euro, mentre quella massima può corrispondere all’intero ammontare Titoli emesso.

Asta marginale senza prezzo base per i CTZ. Ogni operatore può inserire tre offerte per un importo mai inferiore ai 500.000 euro. Le richieste vengono soddisfatte tutte al medesimo prezzo (per questo non è definita competitiva).

Asta marginale con determinazione discrezionale del prezzo (BTP, CCT, BTPEi). Questo meccanismo è simile a quello precedente. Il prezzo deve essere identico per tutti gli operatori, ma non è deciso a propri, bensì procede dall’offerta più conveniente – al quale si devono adeguare gli altri.