Investire nel 2015, 6 Temi da Considerare per Piccoli e Grandi Risparmiatori

Il 2015 sarà l’anno della svolta per l’economia europea? La luce in fondo al tunnel è stata annunciata così tante volte che ormai non ci crede più nessuno. I segnali di cambiamento, però, ci sono. Peccato che alcuni siano negativi. In buona sostanza, come ogni anno ma soprattutto in questo, i piccoli e i grandi risparmiatori dovranno stare sul chi vive. Ecco i cinque temi da prendere in considerazione.

Cambio euro-dollaro. L’annuncio del Quantitative Easing e la ripresa economica negli Stati Uniti stanno spingendo le quotazioni della moneta unica al ribasso. Una notizia positiva, a livello macroeconomico: le esportazioni ne trarranno dei benefici, e di questi benefici – alla luce di una domanda interna ancora molto debole – l’economia italiana e in generale europea non possono fare a meno. Gli analisti di Goldman Sachs e di Morgan Stanley circa un mese fa hanno previsto quotazioni vicine all’1,12 entro la fine dell’anno. Questa previsione è già stata smentita, dal momento che in questo periodi il cambio viaggia a 1,07. La parità, a questo punto, è tutto fuorché un miraggio. A chi avvantaggia nello specifico il deprezzamento della moneta unica? Oltre alle imprese, anche a chi ha investito in dollari (magari Treasury Bond). Costoro godranno di un ritorno dell’investimento superiore alle attese. Ovviamente non ci saranno svantaggi per chi ha investito in euro – se è l’euro la moneta di spesa.

Deflazione. La lotta alla deflazione caratterizzerà quest’anno. Il Quantitative Easing è un’arma importante, ma – dal momento che è stato varato con un po’ di ritardo – potrebbe influire con un certo ritardo sui prezzi. Ci sono però notevoli margini di ottimismo. Va tenuto conto, in ogni caso, di un effetto collaterale – per alcuni positivo e per altri negativo – ossia l’abbattimento dei tassi di interesse sui Titoli di Stato. Una notizia di fondamentale importanza per i bilanci, un po’ meno per gli investitori. Il corollario è lo spostamento degli investimenti in altre direzioni. I bond americani, visto anche il dollaro in ascesa, rappresentano un’ottima occasione. D’altra parte, il persistere della deflazione causerà un aumento dei tassi di interesse reale. Sicché l’1% di rendimento può sembrare, dal punto di vista nominale, poca cosa, ma in termini reali rappresenta un ritorno più che decente.

Petrolio. Il calo del prezzo ha stupito tutti. Questo trend fortemente discendente ha avuto due cause. In primo luogo, il decremento generalizzato della domanda (causato dalla recessione). Secondariamente, le questioni geopolitiche – le zone più calde sono proprio quelle che producono il petrolio. Ad ogni modo, il calo sembra essersi arrestato, o almeno è rallentato. Quali sono le implicazioni per gli investitori? Il consiglio principe è quello di girare alla larga dagli strumenti finanziari che procedono dalle aziende energetiche. Le protagoniste sono loro, ma in negativo. Niente bond e azioni provenienti da Eni et similia, dunque. Vanno premiate invece quelle aziende che del calo del prezzo del petrolio si avvantaggiano (perché riducono drasticamente i costi di produzione). Questo vuol dire quasi tutte le aziende, ma in particolare le compagnie di trasporto, le compagnie aeree, servizi aeroportuali etc.

Materie prime. E le altre materie prime? Tutte stanno soffrendo di un trend discendente. Questo però è accompagnato da una volatilità accentuata. Ciò vale tanto per l’oro quanto per l’argento e tanto per le commodity. Cosa dovrebbero fare gli investitori? Il consiglio è quello di lasciar perdere, e aspettare che questo periodo passi. In alternativa, però, per i più coraggiosi e ed esperti, è consigliabile anche un approccio più aggressivo. Un approccio che contempli strumenti il cui scopo è proprio quello di sfruttare la volatilità. Siamo giù nel territorio del trading speculativo, non più del risparmio e dell’investimento conservativo.

Paesi emergenti. Per la prima volta da molto tempo, i BRICS e le sorelle minori non viaggeranno di pari passo. Il motivo? Proprio il calo del petrolio. Alcuni paesi, infatti, sono importatori, altri produttori ed esportatori. Della prima categoria, per esempio, fa parte la Cina, della seconda la Russia, il Brasile e altri. Dovendo fare una previsione su chi se la passerà bene e chi male, il criterio è proprio questo. Il colosso asiatico, però, rappresenta un caso a se stante. Senz’altro si beneficerà del calo del petrolio, ma alcuni problemi rischiano di frenare la crescita (come è stato evidenziato negli ultimi dati pubblicati). Sono i problemi che attanagliano i paesi sviluppati – appunto, la deflazione – ma questo è un segnale che la transizione economica della Cina sta riuscendo.

Crisi greca. E’ l’unica vera incognita di questo 2015. Per la prima volta, le contrattazioni tra un paese Ue e la cosiddetta Troika non offrono un finale scontato. A scontrarsi sono due diverse idee di futuro, di economia e addirittura di mondo. Un braccio di ferro che, pur contemperando scelte politiche, si gioca sul tavolo dei mercati. Si può però ragionare per ipotesi. Nella migliore delle ipotesi, Grecia e Troika raggiungeranno un accordo, e sul fronte dei mercati non si vedrà nulla di nuovo all’orizzonte. Nella peggiore delle ipotesi, il baratro, che potrebbe consistere nella cosiddetta Grexit (default della Grecia e conseguente uscita dall’euro). A quel punto si potrebbe assistere a un effetto contagio tale da vanificare in un colpo solo gli sforzi di Draghi. I tassi di interesse dei Titoli di Stato dei paesi deboli, tra cui spicca l’Italia, subirebbero una impennata. Il pericolo oggi appare lontano, visto che lo spread è sceso sotto i 100 punti, ai minimi da cinque anni, ma è innegabile che il rischio – sempre in caso di Grexit – c’è.