Investimenti esteri: come la burocrazia può rovinare l’Italia

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L’appeal dell’Italia si è ridotto a un lumicino. Il nostro Paese non riesce ad attrarre gli investitori stranieri. Questa verità, fino a questo momento patrimonio del senso comune ed elemento della consueta dialettica delle parti sociali, trova ora conferma. Questa è giunta non da uno studio, bensì da due. A ritrarre la più impietosa delle fotografia il Censis, con il documento “Diario della transizione”, e l’Associazione delle Banche Estere in Italia (Aibe).

Quali sono i fattori che hanno contribuito al declino dell’Italia sotto questo specifico punto di vista? Quelli che sappiamo tutti: gigantismo burocratico, numero eccessivo di norme (spesso contraddittorie), pressione fiscale troppo alta.

Qualcuno potrebbe obiettare: non solo l’Italia, bensì tutto l’Occidente ha subito un decremento degli investimenti provenienti dall’estero. Verissimo, ma lo è anche un dato allarmante: il Bel Paese ha fatto comunque registrare le performance più negative. Nonostante siamo la seconda economia manifatturiera d’Europa e la quinta del mondo (ma alcuni studi preliminari di Confindustria ci danno ormai all’ottavo posto), lo stock di investimenti esteri vero il nostro Paese pesa sul totale solo per l’1,6%. Lo stock verso la Spagna pesa per il 2,8, quello vero la Germania per il 3,1%; mentre vanno addirittura meglio Francia (4,8%) e Regno Unito (5,1%).

L’Associazione delle Banche Estere in Italia ha stilato una classifica dei Paesi più attraenti per gli investitori provenenti dall’estero. Ebbene, il Bel Paese si trova addirittura al 65%. L’alta classifica è lontanissima, ed è presidiata da “quasi-paradisi fiscali” come Singapore e Hong Kong (ma ci sono anche gli Stati Uniti). Sono lontani, però, anche realtà Europee come Regno Unito e Germania, che occupano rispettivamente la decima e la ventunesima posizione. Dietro di noi, nel Vecchio Continente, solo Grecia, Romania e Repubblica Ceca. Solo in questi paesi fare impresa è più difficile che da noi.

La fotografia si fa più impietosa quando si va a spulciare i numeri. E’ proprio in questo caso che si comincia a capire perché l’Italia è messa così male. Prendiamo il tempo necessario ad avviare un’attività imprenditoriale. A causa della burocrazie e dei mille passaggi necessari, in Italia occorrono 233 giorni (in media), mentre in Germania solo 91 (ed è già tantissimo). Non parliamo poi del tempo che la giustizia impiega per risolvere una controversia legata al fare impresa: da noi occorrono più di mille giorni, nel paese della Merkel meno di 400.

Eppure, qualche motivi per gioire, sebbene a denti stretti c’è. Innanzitutto, la curiosità che gli investitori esteri, e in generale gli attori esteri, stanno nutrendo per il Governo Renzi. A discapito di tutti i dubbi, c’è interesse intorno alla visione strategica che (pare) possa scaturire dal nuovo esecutivo. Interesse, questo, tutto da sfruttare.

Un altro punto di forza è l’export. Nonostante siamo un paese relativamente piccolo, con una situazione precaria per la maggior parte degli imprenditori, esportiamo tantissimo. Nella classifica dei paesi esportatori siamo all’undicesimo posto.

Infine, il turismo. Sembra un luogo comune non lo è. L’Italia è la quinta meta turistica del mondo, dietro a Stati Uniti, Francia, Cina, Spagna. Certo, alcuni possono leggere questo dato come negativa, vista la mole del patrimonio artistico che abbiamo a disposizione.