Dalla Cina investimenti in contanti

Con l’acquisizione del palazzo della Zecca di Stato a Roma e con la battitura all’asta del “Nu couché” di Modigliani, nuovi tasselli si aggiungono al mosaico degli investimenti cinesi in Italia. In molti casi, i pagamenti avvengono in contanti: ecco come mai.

Negli ultimi tempi, l’attenzione degli investitori cinesi si è andata sempre più orientando verso l’Europa, e l’Italia, con le sue eccellenze produttive e i suoi marchi conosciuti in tutto il mondo, non può che rappresentare un bersaglio privilegiato. Negli ultimi cinque anni, gli investimenti dalla Cina nel nostro Paese sono ammontati a ben 10 miliardi, la cifra più alta in assoluto all’interno dell’area euro. Proprietà immobiliari (di prestigio e residenziali), gruppi industriali (Pirelli, Ferretti Group), imprese strategiche (partecipazioni in Eni, Telecom, Cdp Reti, Ansaldo Energia): nessun settore sembra sfuggire alle mire dello shopping cinese.
L’interesse degli investitori cinesi per operazioni di M&A è aumentato progressivamente a partire dal 2008, quando la crisi finanziaria globale ha iniziato a lasciare l’Occidente al verde. Nell’ultimo anno, tuttavia, i protagonisti e la natura degli investimenti sono in certa misura mutati. A compiere queste operazioni non sono più soltanto i gruppi bancari e le grandi società finanziarie quotate alla Borsa di Hong Kong. Si moltiplicano gli investimenti da parte di privati, singoli milionari che decidono di impiegare le proprie riserve monetarie in operazioni cross border, in molti casi pagando direttamente cash.

Pagamenti in contanti

Cosa spinge le élite cinesi a far migrare i propri contanti? I fattori alla base di questo fenomeno, che negli ultimi quattro mesi ha conosciuto una forte accelerazione, sono molteplici. I bassi tassi di interesse delle banche cinese contribuiscono di certo a tenere cospicui fondi al di fuori del circuito bancario. Nell’ultimo anno la banca centrale cinese, proprio per ovviare alla carenza di liquidità degli istituti di credito, ha progressivamente ridotto il loro tetto di riserva obbligatorio e tagliato ripetutamente i tassi di interesse.
I tycoon cinesi si ritrovano così con le tasche piene di contanti, e guardano all’estero per scegliere dove spenderli, vista la continua svalutazione dello Yuan e il rischio che la moneta nazionale si deprezzi ulteriormente. Negli ultimi mesi si è altresì notata una certa fretta da parte di alcuni investitori cinesi a liberarsi delle proprie riserve contanti: alla base di questa attitudine, potrebbe ben esserci la stretta del governo cinese sui reati di corruzione, che sta spaventando i ceti più agiati.

Land grabbing sulle vigne

La crisi del mercato immobiliare, con il precipitare dei prezzi del mattone, ha portato gli investitori cinesi ad ampliare e diversificare il loro portafoglio. Non tutti sono collezionisti d’arte pronti a sborsare 170 milioni di dollari per portarsi a casa il Modigliani, ma molti hanno disponibilità sufficienti per acquisire imprese, anche medie e piccole, in settori di punta dell’economia come l’agroalimentare e la moda.
In tutta Europa, ad esempio, gli investimenti cinesi stanno facendo incetta di vigneti e di aziende vitivinicole. Un fenomeno ormai ben affermato in Francia, in particolare nella zona del Bordeaux, e che in Italia ha avuto inizio già nel 2013, con il passaggio in mani cinesi di un marchio simbolo della produzione toscana come il Chianti Docg “Gallo Nero”.
Una passione, quella dei cinesi per il vino, dettata dal forte boom nei consumi interni (+136 % in cinque anni, con quasi 2 miliardi di bottiglie stappate), ma anche dalla straordinaria tenuta dei prezzi dei vigneti: a dispetto della crisi, i prezzi delle terre coltivate ad uva in Italia sono aumentati del 28 % negli ultimi 15 anni.