Intesa Sanpaolo rileva Popolare di Vicenza e Veneto Banca: cosa cambia per dipendenti, investitori e sistema bancario italiano

E acquisto fu. Il gruppo torinese Intesa Sanpaolo ha rilevato in data 25 giugno 2017 due banche venete finite in dissesto conclamato: Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, per i quali si erano già tentate altre soluzioni di salvataggio.

Essendo due banche molto importanti per il territorio veneto: dai piccoli risparmiatori alle tante piccole-medie imprese presenti sul territorio. Il costo dell’operazione per Intesa Sanpaolo, sommato a quello sostenuto per la crisi delle quattro banche locali dell’autunno dello scorso anno, è di oltre un miliardo e mezzo di euro. Il gruppo torinese si era anche reso disponibile per sottoscrivere una parte del versamento di 1,2 miliardi di euro per ricapitalizzare ulteriormente le due banche. Ma poi non andata a buon fine.

Quali saranno ora le conseguenze per dipendenti, risparmiatori e investitori di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca? Nonché per il sistema bancario italiano intero? Vediamolo di seguito.

Sommario

L’importanza dell’intervento di Intesa Sanpaolo

Partiamo col dire perché l’intervento di Intesa Sanpaolo è importante. Sebbene, occorra dire che la banca si prenderà solo la parte buona delle due banche. Mentre il resto sarà accollato allo Stato. Come ha dichiarato i l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, senza il loro impegno si sarebbe verificato un grave impatto sull’intero sistema bancario italiano. Nonché sull’economia veneta locale e sull’intero sistema economico italiano. Addirittura, per Messina, con gravi rischi di una ripresa economica per il Paese.

Saranno messi in sicurezza oltre 50 miliardi di risparmi tenuti da Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Nonché saranno tutelati 2 milioni di clienti, tra cui 200 mila imprese. Messina garantisce che l’accorpamento non provocherà licenziamenti, ma solo cosiddette “uscite volontarie”. Più complesso il discorso per il personale, ci sarà una serie di prepensionamenti che si allargheranno anche ai dipendenti di Intesa Sanpaolo e che riguarderà fino a 4mila addetti. Non per nulla, il decreto prevede una «erogazione fino a 1,285 miliardi alle banche in liquidazione per la gestione del personale» che sarà gestita proprio da Intesa Sanpaolo.

Tradotto in soldoni, l’impegno di Intesa Sanpaolo è quello di mettere a disposizione dell’economia reale dei territori in cui operano le due banche venete, 5 miliardi di erogazioni di nuovo credito, a valere sul secondo semestre di quest’anni. I quali vanno aggiunti ai 50 miliardi già previsti nel nostro Paese per tutto il 2017. Ancora il gruppo bancario, si impegna a contribuire al rifocillamento degli investitori retail di obbligazioni subordinate, per un totale di 60 milioni di euro. Il tutto, sempre secondo l’ad del gruppo bancario Messina, senza pregiudicarne la consistenza patrimoniale, in difesa dei 860 miliardi di risparmi a loro affidati. Nonché tutelando le prerogative degli azionisti di Intesa Sanpaolo.

Quanto costa allo Stato l’operazione veneta di Intesa Sanpaolo

Il Ministro dell’Economia Carlo Padoan ha affermato che tramite decreto il Governo muove risorse fino a 17 miliardi, al fine di coprire il rischio di una retrocessione di crediti che non risultino “in bonis” al termine della due diligence. Per un totale di 6 miliardi e 300 milioni di euro. Altra ipotesi è invece una garanzia fino a 4 miliardi per crediti attualmente in bonis, ma ad alto rischio. Comunque, il Ministro assicura che allo Stato il fallimento delle due banche venete costerà in totale circa 5 miliardi di euro. La quale non avrà impatti sull’indebitamento, ma a cui bisogna aggiungere un altro tetto di 12 miliardi per altri impegni. Il tutto, nel rispetto delle regole vigenti in seno all’Unione europea. Cercando così di sgomberare il campo da critiche e polemiche.

Come è suddiviso l’impegno dello Stato? I primi 3,5 miliardi serviranno per scongiurare che l’acquisizione di crediti ne peggiori i ratio patrimoniali. Altri 1,285 miliardi vanno, come detto, alle banche venete in liquidazione per gestire l’accorpamento del personale. Poi c’è un’ulteriore garanzia che arriva a 6,35 miliardi appannaggio di quei crediti che potrebbero finire retrocessi in seguito di nuove verifiche. Ancora, un’ulteriore garanzia deve riguardare crediti che per il momento non sono rischio, ma che potrebbero esserlo. Un’ultima garanzia riguarda i rischi legali che gravano su Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca in liquidazione. Ma qui l’importo occorrente è ancora da stabilire.

Un intervento dello Stato che ha incassato anche critiche da parte di chi non ci sta che siano poi alla fine i contribuenti a pagare il fallimento delle due banche. Inoltre, l’agenzia Reuters ha riportato che alcuni fondi d’investimento internazionali erano pronti a intervenire dando mandato a Deutsche Bank di rappresentarli. Il governo da parte sua non ha smentito questa voce, ma neanche confermato. Chiudendosi in un silenzio che sa tanto di rigurgito nazionalista, per non dare due banche territorialmente importanti in mano agli stranieri. Un po’ l’errore commesso anni fa con Alitalia.

Intesa Sanpaolo rileva Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca: quali conseguenze per il personale

Non ci saranno licenziamenti, assicurano da Banca Intesa Sanpaolo, bensì una serie di prepensionamenti che si allargheranno anche agli stessi dipendenti del gruppo. Si contano fino a 4mila unità. Per rendere indolore questa operazione, il Governo ha già emesso un decreto col quale eroga «fino a 1,285 miliardi alle banche in liquidazione per la gestione del personale». Soldi che saranno gestiti proprio dal gruppo torinese.

Cosa accade ad azionisti, correntisti e obbligazionisti di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca?

L’ansia per azionisti, correntisti e obbligazionisti di perdere i propri investimenti o risparmi è ovviamente tanta. Ma non dovrebbero subire danni particolari. Per esempio, i correntisti con depositi superiori ai 100mila euro, così come gli obbligazionisti senior, non perderanno nulla. I primi, infatti, diventeranno correntisti di Intesa Sanpaolo, mentre i secondi saranno rimborsati normalmente per l’intero importo alla scadenza delle loro obbligazioni. In fondo, possono festeggiare: hanno acquistato i bond senior prezzi in area 70 – o anche qualcosa di meno – e ora si ritrovano un rimborso a 100. Erogato dal Ministero del Tesoro.

Quanti hanno invece sottoscritto obbligazioni subordinate (junior) saranno invece rimborsati del loro intero valore dal Fondo interbancario di tutela dei depositanti e da un contributo di Banca Intesa. Può chiedere il cosiddetto “rimborso forfaittario” però solo chi ha comprato i subordinati in contropartita diretta dalla banca (e non sul secondario) entro il 12 giugno 2014. Bisogna però fare i conti con i già noti limiti reddituali e patrimoniali, incontrati dai risparmiatori in altri casi: Banca Etruria, Banca Marche, CariFerrara e CariChieti. Gli esclusi potranno ricorrere all’abitrato Anac, sebbene le modalità non siano ancora note; o rivolgersi all’arbitro Consob, per chi ha investito meno di 500 mila euro.

Alcuna ripercussione anche per quanti hanno sottoscritto un mutuo o un prestito con le due banche venete: la loro controparte diventa Intesa Sanpaolo. Nessun pericolo neanche per quanti hanno sottoscritto un fondo di investimento, o titoli di stato con le due banche venete.

Discorso diverso invece per gli azionisti, 88 mila di Veneto Banca e 111 mila di Banca Popolare di Vicenza. Anche quanti sono stati invitati ad acquistare azioni in cambio della sottoscrizione di un mutuo o di un prestito. Loro invece perderanno il proprio investimento. Dovranno quindi ricorrere ai tribunali. Contro chi? Di sicuro, non contro Intesa Sanpaolo, “protetta” dal decreto.

Come cambia il sistema bancario italiano

Con l’acquisto da parte da parte di Intesa Sanpaolo della Banca popolare di Vicenza e di Veneto Banca, il gruppo torinese diventa la banca di punta del Nordest d’Italia. E uno dei principali gruppi bancari italiani. In salute finanziaria e con un marchio solido. Ma non è solo nel ricco Veneto che Intesa Sanpaolo consolida la propria posizione. Bensì, anche al Sud, in particolare in due regioni dove le due banche venete godono di un’importante presenza Puglia e Sicilia.

In quest’ultima, Intesa Sanpaolo diventa la seconda rete commerciale. Il tutto, però, dovendo anche considerare la legge sulla concorrenza. Per evitare concentrazioni di sportelli su un medesimo territorio superiori a quelli consentiti, dovranno di fatto scomparire circa 600 sportelli. Il che significa soprattutto pre-pensionamenti a go-go. Già a fine 2016, la banca torinese è risultata essere il primo gruppo bancario italiano per capitalizzazione.

Intesa Sanpaolo, un’ascesa lunga vent’anni

Il gruppo bancario Intesa Sanpaolo è nato il primo gennaio 2007, dalla fusione di due banche: Sanpaolo IMI e Banca Intesa.

San Paolo IMI

Al momento della fusione, la prima banca, con sede legale a Torino, vantava in Italia circa 44 mila dipendenti, 7 milioni di clienti nonché 3200 sportelli. Ai quali poi aggiungere migliaia di sportelli sparsi per il Mondo, con milioni di clienti. Già Sanpaolo IMI era a sua volta il risultato della fusione avvenuta nel 1998 tra l’Istituto Bancario San Paolo di Torino e l’IMI, Istituto Mobiliare Italiano gestito dal Ministero del Tesoro; il quale operava sui maggiori mercati finanziari internazionali. L’IMI è stato istituito negli anni ‘30 durante il periodo della grande depressione, al fine di gestire pubblicamente il credito erogato all’industria. Negli anni poi divenne il primo operatore sul mercato dei Titoli di Stato italiano nonché il principale collocatore di aziende italiane in Borsa alla fine dello scorso millennio (si pensi alla privatizzazione di Eni). Poi lo stesso IMI fu privatizzato, con lo Stato che vendette proprie quote. Poi il gruppo si allargò ulteriormente acquisendo, tra gli altri, il prestigioso Banco di Napoli da tempo in crisi.

Sanpaolo IMI arrivò a rilevare anche lo storico Banco di Napoli sempre negli anni ‘90, da tempo in crisi. Cambiando il proprio nome in Sanpaolo Banco di Napoli. Per poi riprendere la vecchia denominazione con la fusione di Sanpaolo IMI e Banca Intesa.

Banca Intesa

Banca Intesa aveva invece la sua sede legale a Milano e nacque a sua volta nel 1998 dall’integrazione della “Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde” (Cariplo) con il “Banco Ambroveneto” (a sua volta scaturito dalla fusione tra Banco Ambrosiano e Banca Cattolica del Veneto).

L’anno successivo, nel “Gruppo Intesa” entrò l’ex BIN “Banca Commerciale Italiana”. Con la successiva fusione, avvenuta due anni dopo, il gruppo assunse la denominazione di “IntesaBci”. Per poi diventare Banca Intesa dal primo gennaio 2003.

Banca Intesa offriva servizi tanto per i piccoli risparmiatori, quanto alle imprese. Mediante la società controllata Banca Intesa Infrastrutture e Sviluppo finanziava altresì le opere pubbliche, le cartolarizzazioni dei crediti degli enti pubblici, la finanza di progetto. Controllava tramite la Divisione Banche Italia banche controllate che vantavano un consistente radicamento locale come “Cariparma”, “FriulAdria”, “Banca di Trento e Bolzano”, “Biverbanca” e “Intesa Casse del Centro”. Infine, controllava anche alcune banche strategiche in Paesi emergenti dell’est come Slovacchia, Serbia, Croazia e Ungheria.

La fusione tra Sanpaolo IMI e Banca Intesa

Il 24 agosto 2006 venne annunciato un progetto di fusione alla pari tra Banca Intesa e Sanpaolo IMI, approvato poi il successivo primo dicembre dalle assemblee degli azionisti delle due rispettive banche e diventato operativo il 2 gennaio 2007. Nasce così la Banca Intesa Sanpaolo, la prima banca italiana per importanza e tra le più importanti del vecchio continente. La sede legale fu stabilita a Torino, mentre il tipo di amministrazione scelto è di tipo dualistico, una tipologia tipica tedesca. Introdotta in Italia dal 2003, con la Riforma del diritto societario. Consiste nella co-presenza di un Consiglio di sorveglianza e di un Consiglio di gestione. Si è trattato proprio del primo caso verificatosi in Italia per società di grandi dimensioni.

La fusione tra le due banche, annunciata ad agosto 2006, si è poi concretizzata nel dicembre dello stesso anno. La nuova società bancaria ha adottato il modello di governance duale, sistema di derivazione germanica, introdotto con la riforma del diritto societario del 2003, che vede la compresenza di un Consiglio di sorveglianza (che esercita molti poteri tradizionalmente riservati all’assemblea) e di un Consiglio di gestione. In Italia, è la prima applicazione di questo modello in società di grandi dimensioni.

L’impero Banca Intesa Sanpaolo

Intesa Sanpaolo oggi è importante non solo per l’economia del Paese, ma anche per l’arte e per la cultura. Finanziando molti progetti. Inoltre, offre un servizio molto radicalizzato nei territori attraverso il progetto “banca dei territori”. A favorire ciò, ovviamente, anche l’acquisto di alcune banche strategiche. Si pensi al succitato Banco di Napoli, molto presente al Sud e all’ultimo acquisto riguardante Veneto Banca e Banca popolare di Vicenza. Proprio con Banco di Napoli ha messo in piedi finanziamenti di studi e ricerche per il territorio meridionale, attraverso l’Associazione Studi e Ricerche per il Mezzogiorno con sede a Napoli.

La fusione tra Sanpaolo IMI e Banca Intesa ha costretto la prima alla cessione di banche retail Cariparma e FriulAdria (654 sportelli in tutto) che sono state cedute al Crédit Agricole S.A. Peraltro a sua volta già azionista di Intesa Sanpaolo con il 18% fin dal 1990. Per poi passare al Banco Ambrosiano. Banca Intesa, invece, ha dovuto sciogliere la joint-venture con Crédit Agricole Caam Sgr riacquistando il sessantacinque percento di Nextra Investment Management, ceduta ai francesi due anni prima. Nel 2008, invece, si è perfezionata l’OPA nei confronti della Cassa di Risparmio di Firenze. Nel 2010 Intesa Sanpaolo ha raggiunto un importante obiettivo, superando lo stress test da parte del Committee of European Banking Supervisors. Quindi, è risultata molto solida dal punto di vista patrimoniale. Sempre nello stesso anno, Intesa Sanpaolo ha rilevato il 79% di Banca Monte Parma. Operazione costata circa 230 milioni di euro.

Il gruppo ha poi ceduto nel 2011 la Cassa di Risparmio della Spezia (CARISPE) al Gruppo Crédit Agricole Italia. L’anno successivo, invece, si è operato una importante fusione per il sistema bancario della Regione Umbria. Infatti, la Cassa di Risparmio di Terni e Narni, la Cassa di Risparmio Città di Castello e la Cassa di Risparmio di Foligno, sono state incorporate nella Cassa di Risparmio di Spoleto. Poi rinominata in Casse di Risparmio dell’Umbria, che finirà poi nel 2016 nel gruppo Intesa Sanpaolo. Nel 2013 la Banca dell’Adriatico viene inglobata dalla Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno, preservando però il suo nome. L’anno successivo, Intesa Sanpaolo ha incorporato la Cassa di Risparmio di Venezia e la Banca di Credito Sardo. Due anni dopo, a finire nelle fauci del gruppo torinese sono state la Banca di Trento e Bolzano e Banca Monte Parma.

Sempre nel 2015, tre banche laziali – Cassa di Risparmio della Provincia di Viterbo, di Rieti e di Civitavecchia – sono state fuse in Intesa Sanpaolo. Nel 2016 tocca a Banca dell’Adriatico.

Dunque, l’acquisto di Veneto Banca e Banca popolare di Vicenza è solo l’ultimo tassello dell’impero Banca Sanpaolo. Il quale, complessivamente, secondo gli ultimi dati risalenti al 2015, vanta questo risultato:

  • totale attivo di 676,496 miliardi (fra le prime banche dell’Ue per capitalizzazione);
  • prima banca italiana con oltre undici milioni di clienti e una quota di mercato pari al 15% nei crediti e al 16% nei depositi a livello nazionale. Con un livello pari o superiore al 13% in 11 regioni su 20 (abbiamo visto prima i vari accorpamenti di questi anni).
  • all’estero vanta oltre otto milioni di clienti e circa 1.200 filiali in 12 paesi, soprattutto dell’Europa orientale e del Mediterraneo.
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