Inpgi, cassa previdenza giornalisti: servizi, contributi, iscrizione

In Italia la professione di giornalista è sottoposta all’iscrizione di un albo, fondato nel 1925, come riconoscimento sindacale-contrattuale di questa professione. Nel 1963, invece, fu istituito un Ordine per gestirlo, la cui iscrizione è obbligatoria per esercitare la professione di giornalista – da professionista o pubblicista – con l’Ordine dei giornalisti che svolge funzioni di vigilanza e di tutela sul loro operato. Di recente, ad esempio, il giornalista Filippo Facci è stato sospeso dall’Ordine per un articolo contenente invettive contro l’Islam risalente ad un anno fa.

La professione di giornalista è anche sottoposta all’iscrizione presso l’Inpgi Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani – che gestisce i contributi obbligatori versati in parte dal datore di lavoro (pubblico o privato che sia) ed in parte dal lavoratore.

I contributi vanno versati ogni volta che si instaura un rapporto di lavoro subordinato di tipo giornalistico tra un’azienda e un giornalista professionista, praticante o pubblicista. Questi ultimi rientrano nell’INPGI quando sono titolari di un rapporto di lavoro subordinato a partire dal primo gennaio 2001.

Sommario

Requisiti per iscriversi a Inpgi

Si è obbligati ad iscriversi all’Istituto nazionale previdenza giornalisti italiani quando sorgono questi due requisiti fondamentali:

  • si è iscritti all’Albo dei giornalisti (che si tratti dell’elenco professionisti, pubblicisti o praticanti);
  • nel caso in cui si svolga una attività lavorativa riconducibile a quella professionale giornalistica.

A prescindere dal contratto di lavoro nazionale collettivo, il giornalista (sempre senza distinguere se professionista, pubblicista e/o praticante) è sempre obbligato ad iscriversi all’INPGI proprio perché svolge attività lavorativa riconducibile a quella giornalistica.

Documentazione da esibire per iscriversi a Inpgi

La documentazione da esibire per iscriversi all’Inpgi è la seguente:

  • certificato rilasciato dall’Ordine professionale dei giornalisti, che comprova la sua iscrizione in uno dei tre elenchi (professionista, pubblicista o praticante);
  • dichiarazione del datore di lavoro che comprovi l’esistenza e la decorrenza del rapporto di lavoro subordinato;
  • certificato di nascita;
  • certificato di residenza;
  • certificato di stato di famiglia;
  • codice fiscale del giornalista;
  • indirizzo di residenza o di domicilio dove vuole ricevere le comunicazioni da parte dell’Inpgi.

In alternativa all’esibizione di questi documenti, è possibile trasmettere una dichiarazione sostitutiva sottoscritta dall’interessato, senza necessità di autentica (DPR 445/2000), allegando ovviamente la fotocopia di un valido documento di identità.

Qual è la retribuzione imponibile Inpgi

Il concetto di retribuzione imponibile è stato riformato nel 1997 e sancisce che “Il reddito del lavoro dipendente è costituito da tutte le somme e i valori in genere, a qualunque titolo percepiti nel periodo di imposta, anche sotto forma di erogazioni liberali, in relazione al rapporto di lavoro.” Pertanto, sono esclude dall’imponibile le seguenti voci:

  • le cifre corrisposte a titolo di TFR;
  • le cifre erogate in caso di termine del rapporto di lavoro allo scopo di incentivare l’esodo dei lavoratori; nonché quelle la cui erogazione trae origine proprio da questo termine, salvo l’essere imponibile dell’indennità sostitutiva del preavviso;
  • i proventi e le indennità percepite pure sotto forma di assicurazione a titolo di risarcimento danni;
  • le cifre imposte dalle gestioni previdenziali e assistenziali obbligatorie per legge;
  • le cifre per prestazioni erogate da casse, fondi e gestioni pensionistici previdenziali;
  • le somme derivate da polizze assicurative;
  • i compensi pagati per conto di terzi che non attingono dalla prestazione lavorativa;
  • le erogazioni che scaturiscono da aumenti di produttività, qualità ed altri elementi che rientrano nei fattori di competitivà dell’azienda;
  • tutti quegli importi a carico del datore di lavoro atte a finanziare forme pensionistiche complementari;
  • i trattamenti di famiglia di cui al T.U.I.R, art. 3.

A queste voci occorre poi aggiungere le voci previste dall’art.51 del TUIR del 2004. Poi modificato dall’art. 3 del Decreto legislativo.

Tali contributi da versare obbligatoriamente all’INPGI devono essere considerati per la determinazione, per il diritto e per la misura delle prestazioni, anche in caso di mancato versamento. Purché:

– la contribuzione non sia stata oggetto di prescrizione;

– il rapporto di lavoro risulti da documenti o prove certe (si pensi alle dichiarazioni del datore di lavoro, alle lettere di assunzione o di licenziamento, le buste paga, e così via).

L’Inpgi rammenta altresì che i contributi vanno erogati sulle retribuzioni che risultano dalle buste paga percepite dei giornalisti, anche qualora siano superiori ai minimi contrattuali. Qualora le retribuzioni corrisposte ai giornalisti siano inferiori ai minimi contrattuali, la contribuzione viene sempre commisurata alle retribuzioni minime previste dalla legge, dai regolamenti e dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali più importanti.

Quali sono i contributi obbligatori da versare all’Inpgi

Allo stato attuale, i contributi da versare all’INPGI sono del 31,83% così ripartiti: il 23,04% è a carico dell’azienda, mentre il restante l’8,79% è a carico del giornalista. Più specificamente, le voci che concorrono alla formazione delle rispettive percentuali sono queste:

Contributi del datore di lavoro:

  • 20,28% (assicurazione invalidità, vecchiaia e superstiti);
  • 1,61% (assicurazione contro la disoccupazione);
  • 0,30% (Fondo di garanzia per il pagamento del T.F.R.). Questa voce però riguarda solo i giornalisti dipendenti di aziende con un numero inferiore ai 50 dipendenti, che abbiano deciso di mantenere il Trattamento di fine rapporto nell’azienda in cui lavorano;
  • 0,05% (assegno nucleo familiare);
  • 0,80% (di cui 0,30% per mobilità e 0,50% per ammortizzatori sociali). Da questo computo vanno escluse le imprese non soggette alla Cassa Integrazione Guadagni.

Oltre a questo 23,04%, è a carico del datore di lavoro:

  • contributo infortuni pari a Euro 11,88 da versare tutti i mesi dell’anno (fino ad agosto 2003 erano 6,07 euro) mensili per dodici mesi;
  • fondo integrativo di previdenza: 1,50% (da ciò vanno però esclusi i giornalisti praticanti, pubblicisti e professionisti con contratto a termine);
  • contributo solidarietà: pari al 10% sull’importo dell’1,50% del Fondo Integrativo INPGI, sugli importi dovuti alla Casagit e su altre somme eventualmente corrisposte dal datore di lavoro.

Contributi a carico del giornalista

Questi sono i contributi che invece deve versare il giornalista:

  • 8,69% per assicurazione invalidità, vecchiaia e superstiti I.V.S.;
  • 0,10% di contributo per ammortizzatori sociali (che devono versare solo i giornalisti dipendenti da aziende che rientrano nel campo di applicazione della CIGS).

La legge n. 438 del 1992 prevede inoltre il versamento di una aliquota contributiva aggiuntiva pari all’1% sulla parte della retribuzione mensile che ecceda la prima fascia di retribuzione pensionabile. Occorre poi aggiungere che, come previsto dalla legge n. 314 del 1997 anche le gratifiche annuali e periodiche, i conguagli di retribuzione spettanti a seguito di norma di legge o di contratto aventi effetto retroattivo e i premi di produzione, sono da considerati soggetti a contribuzione nel mese di corresponsione.

Infine, il giornalista deve versare anche un contributo al Fondo di perequazione pari a 5,00 euro mensili per tutto l’anno solare. Purché siano titolari di un rapporto di lavoro regolato dall’art. 1 del CNLG, di rapporti di lavoro ex art. 2, 12, 36 purché beneficiari di una retribuzione pari o superiore a quella minima contrattuale del redattore con più di 30 mesi di anzianità.

Quali sono i contributi figurativi Inpgi

Per contributi figurativi si intendono quei contributi accreditati senza onere finanziario a carico del giornalista, riferiti ai periodi connessi ad un rapporto di lavoro senza però che l’iscritto abbia lavorato. Il giornalista che vi rientra può richiedere l’accredito dei contributi figurativi per questi casi:

  • aspettativa per ricoprire incarichi politici o sindacali;
  • espletamento del servizio militare;
  • interruzione obbligatoria del lavoro per gravidanza (sia congedo di maternità che di paternità) e congedi parentali (astensione in questo caso però facoltativa).

I contributi figurativi sono accreditati d’ufficio e per un periodo non superiore a cinque anni della sua vita lavorativa, quando lo stesso ha beneficiato di:

  • indennità di disoccupazione;
  • integrazioni salariali;
  • assistenza antitubercolare.

Nel calcolo dei cinque anni non vengono calcolati i contributi figurativi relativi al primo elenco (congedi, aspettativa, servizio militare). I contributi figurativi da accreditare, non possono essere mai superiori a quelli previsti dalla CCNLG per il redattore capo, aggiungendo però le maggiorazioni per scatti biennali.

Vediamo meglio la procedura per i contributi figurativi inerenti ai tre casi sopra citati.

Periodo di aspettativa per cariche pubbliche politiche o sindacali

La raccomandazione che si dà ai giornalisti è quello di non interrompere il rapporto di lavoro con la testata al momento della elezione, altrimenti non sarà più possibile ottenere l’accredito dei contributi figurativi. Per vedersi accreditati i contributi figurativi, il giornalista deve presentare domanda all’Inpgi con i seguenti allegati:

  • certificazione dell’istituzione attestante il periodo del mandato;
  • provvedimento di collocamento in aspettativa da parte dell’Azienda;
  • prospetto predisposto dal datore di lavoro riportante le retribuzioni che il giornalista avrebbe percepito qualora avesse continuato a lavorare.

La domanda va presentata entro il 30 settembre dell’anno successivo a quello in cui ha beneficiato dell’aspettativa. Altrimenti non avrà diritto ai contributi figurativi.

Aspettativa per servizio militare

Nella fattispecie, all’INPGI occorrerà presentare questa documentazione alla domanda:

  • copia autenticata dello stato di servizio (se ufficiale) del foglio matricolare rilasciato dal Distretto di appartenenza, o in alternativa, dichiarazione sostitutiva firmata dall’interessato contenente l’indicazione del Distretto militare competente (con annesso indirizzo);
  • dichiarazione di non aver presentato la stessa istanza ad altro Ente previdenziale.

Congedo per gravidanza

Come per altri settori, anche in questo caso l’astensione dal lavoro è obbligatoria per i due mesi precedenti la data presunta del parto e per i tre mesi successivi allo stesso. Che possono ridursi di un mese prima del parto e aumentare di un mese nel periodo postumo. Sempre a seconda dello stato di salute della gravida e del nascituro. In realtà, il periodo precedente il parto può essere prolungato previa regolare certificazione medica e dopo autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro.

In questa fase di astensione dal lavoro, la retribuzione consta di 2 componenti:

  • l’80% è corrisposto dll’INPS;
  • il 20% dall’editore, come integrazione affinché la puerpera possa ottenere l’intero stipendio.

Per coloro che invece sono dipendenti della Pubblica Amministrazione, ma non sono assicurati presso l’INPS, l’indennità di maternità viene corrisposta interamente dal datore di lavoro. L’importo però sarà soggetto a contribuzione ma non rientrerà nell’accredito della contribuzione figurativa. Menzione a parte merita invece l’adozione o l’affidamento. Nel caso in cui il minore abbia un’età inferiore a sei anni, il diritto ad astenersi dal lavoro è pari a tre mesi e si calcola partendo dall’ingresso ufficiale del minore adottato nel nucleo familiare. Se, invece, ha un’età compresa fra i sei e i dodici anni, il diritto ad astenersi dal lavoro sarà sempre di 3 mesi, ma in questo caso può essere esercitato nei tre anni successivi all’ingresso del minore nel nucleo familiare.

Ecco quali sono i documenti da allegare alla domanda:

  • dichiarazione del datore di lavoro riguardo l’esatto periodo di astensione obbligatoria;
  • certificato di nascita del neonato, anche in copia o, in sostituzione autocertificazione ai sensi del DPR 445/2000;
  • prospetto riportante le retribuzioni che sarebbero spettate alla lavoratrice qualora avesse lavorato, rilasciato dal datore di lavoro.

Le astensioni facoltative

Dal 2000 l’astensione facoltativa è prevista anche per il padre, fino all’ottavo anno di vita del bambino. Non possono però eccedere nel complesso i 10 mesi, che diventano undici nel caso in cui il padre eserciti il diritto di astenersi dal lavoro per un periodo non inferiore a 3 mesi (anche qualora non siano continuativi). Nel complesso, alla madre e al padre spettano non più di 6 mesi rispettivamente, mentre nel caso di un solo genitore i mesi diventano non più di dieci. Il meccanismo è il seguente:

  • per i primi sei mesi di astensione facoltativa richiesti entro il terzo anno di vita del bambino, il genitore ha diritto ad un’ indennità (a carico dell’Inps) pari al 30% della retribuzione e all’ accredito della contribuzione figurativa (rapportata alla propria retribuzione).
  • per i periodi di astensione facoltativa che superino i sei mesi, richiesti entro il terzo anno di vita del bambino e, per i periodi goduti dal quarto all’ottavo anno di vita del bambino, il genitore ha diritto ad una indennità (a carico dell’Inps) pari al 30% della retribuzione soltanto se il reddito individuale dell’interessato sia inferiore a 2,5 volte l’importo del trattamento minimo di pensione Inps. Dovrà poi ottenere anche l’ accredito di una contribuzione figurativa commisurata ad un valore retributivo annuo non superiore a 2 volte l’importo dell’ assegno sociale Inps.

La contribuzione figurativa ridotta può essere integrata con versamenti volontari, o anche mediante riscatto. Infine, l’Inpgi protegge anche le donne che non abbiano regolare contratto di lavoro. Devono aver versato almeno cinque anni di contributi continuativi all’Inpgi. Avranno questi due diritti:

  • possono vedersi riconoscere, limitatamente al periodo di astensione obbligatoria, la contribuzione figurativa per i periodi di gravidanza e puerperio a titolo gratuito;
  • possono riscattare, a titolo oneroso, il periodo relativo all’assenza facoltativa nel limite massimo di sei mesi, con le stesse modalità previste per il riscatto del periodo del corso legale di laurea.

Differenze tra Inpgi e Inps

Sommando le varie voci, la differenza tra le aliquote Inps e Inpgi sono del 7,52% in meno in favore del secondo istituto previdenziale (39,35 contro 31,83 per cento). Da cosa scaturisce tale differenza? All’Istituto previdenziale in favore dei giornalisti, il contribuente deve pagare solo un’aliquota IVS pari all’8,69% della retribuzione. All’Inps è invece pari al 9,19%. Altra differenza riguarda la Cassa Integrazione Guadagni, per la quale all’INPGI si versa un contributo aggiuntivo dello 0,10%, mentre gli iscritti all’INPS ne versano uno dello 0,30%.

Per quanto concerne le prestazioni di maternità, per i giornalisti restano a carico dell’Inps anche qualora sia assente il relativo contributo. Le aziende devono comunque dichiarare all’Inps le retribuzioni imponibili dei giornalisti a carico. A carico Inps risultano anche i permessi ex legge 104/92 ed il congedo straordinario per l’assistenza ai familiari portatori di handicap grave. Nei periodi in cui il giornalista è indennizzato dall’INPS (maternità, infortuni, ecc.), l’INPGI provvede dietro richiesta solamente ad accreditare la contribuzione figurativa.

Differenza tra giornalista professionista e pubblicista

Abbiamo visto come, per quanto concerne i contributi da versare all’Inpgi, si faccia sovente differenza tra giornalista professionista e pubblicista. Sostanzialmente, la differenza tra le due figure sta nel fatto che la prima svolge tale professione in maniera continuativa ed esclusiva; pena la radiazione dall’Ordine dei giornalisti. La seconda invece in maniera occasionale e aggiuntiva ad altre attività. In virtù di ciò, i giornalisti professionisti dovrebbero godere di maggiori tutele. Sebbene negli anni, anche complice il proliferare di siti web d’informazione, il confine che delimita le due categorie professionali giornalistiche sia diventato nella pratica molto labile.

Giornalista pubblicista

La figura del giornalista pubblicista è stata istituita con la legge 69/1963, la stessa che ha istituito l’Ordine dei giornalisti. Per l’ordinamento giuridico italiano, quella del giornalista pubblicista è una categoria professionale «atipica». Tramite una sentenza del 1968, la Corte Costituzionale ha stabilito che anche i giornalisti postano svolgere il ruolo di direttori di testate quotidiane. Sebbene per arrivare a ciò a livello nazionale si sia dovuto attendere quasi vent’anni: il primo pubblicista a farlo è stato Ugo Stille, direttore del Corriere della Sera.

A delimitare meglio la figura del giornalista pubblicista è stata la Corte di Cassazione nel 1971: egli, pur svolgendo attività continuativa e retribuita, è un operatore non professionale a tempo parziale (quindi come aggiunta ad una attività principale). In virtù di ciò, i giornalisti pubblicisti non possono ricoprire la carica di redattore ordinario, capo servizio, inviato, capo redattore e vice direttore. Vieppiù, il diritto del lavoro prevede che per l’assunzione con rapporto di lavoro subordinato presso una testata giornalistica, per il giornalista pubblicista si applichi il contratto relativo, con le qualifiche previste. Che sia o meno iscritto all’albo.

Per iscriversi all’ordine, l’aspirante giornalista deve scrivere un tot di articoli in due anni continuativi, dimostrando altresì di essere stato pagato (ad esempio mediante ritenuta d’acconto). Il numero di articoli, la documentazione da presentare e i contributi da versare cambiano da regione a regione.

Il governo Monti ha provato ad abolire l’Ordine dei giornalisti pubblicisti, il che ha suscitato non poche polemiche. Ha comunque riformato le disposizioni in attività formative, amministrative e deontologiche. Nel 2012 è stato introdotto un «equo compenso» per i giornalisti collaboratori.

Giornalista professionista

Per diventare Giornalista professionista occorre avere almeno il diploma di laurea, mentre la laurea è obbligatoria solo nel caso in cui si voglia frequentare un master delle scuole di giornalismo convenzionate con l’Ordine professionale. Per diventare giornalista professionista, occorre aver svolto almeno 18 mesi di tirocinio detto “praticantato”, in una redazione dove lavorano almeno già 3 altri professionisti retribuiti secondo il contratto nazionale di lavoro giornalistico. Il praticante per essere riconosciuto tale deve stipulare un contratto di praticantato giornalistico di almeno 12 mesi, al fine di iscriversi al “registro praticanti” dell’Ordine. Tuttavia, l’Ordine può anche riconoscere d’ufficio la “compiuta pratica” svolta, anche in assenza di un regolare contratto.

Al termine del praticantato, l’aspirante giornalista deve superare un esame di idoneità professionale che consiste in due prove: scritto e orale, davanti a una commissione nazionale dell’Ordine composta da sette membri e presieduta da un magistrato. Si svolge a Roma in due sessioni: la prova scritta dura 8 ore, mentre quella orale è di tipo tecnico e pratico, integrata dalla conoscenza delle norme giuridiche che hanno attinenza con la materia del giornalismo.

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