L’inflazione: una panoramica

inflazione

Per inflazione si intende, secondo la definizione ufficiale dell’Unione Europea, l’aumento generalizzato dei prezzi. In un’economia di mercato, quindi libera, i prezzi sono soggetti a variazioni. Tali variazioni sono la risultante di alcuni mutamenti che possono intervenire sia nella domanda che nell’offerta. Sono anche la conseguenza di mutamenti nella quantità di denaro presenti in un dato sistema economico.

La conseguenza più scontata dell’inflazione, dunque dell’aumento dei prezzi, è la perdita di valore della moneta. Questo evento è chiamato “svalutazione” e avviene semplicemente perché a parità di denaro si possono acquistare un numero inferiore di beni e servizi. Tra le conseguenze più spiacevoli vi è, quindi, l’impoverimento dei cittadini, specie in assenza di un adeguamento automatico dei salari rispetto all’inflazione stessa.

L’inflazione genera anche conseguenze complesse nell’economia reale. Un’inflazione alta, infatti, diminuisce la propensione al rischio delle imprese, poiché gli investimenti altro non sono che un’operazione proiettata al futuro (si investe oggi per avere un ritorno domani) ma se i prezzi aumentano in maniera incontrollata è difficile fare previsioni su ciò che accadrà tra un mese o tra un anno o tra dieci anni.

Attualmente, in Europa, parecchi istituti sono incaricati di gestire l’inflazione – a differenti livelli e con differenti responsabilità. Stando alle regole attuali, gestire l’inflazione vuol dire gestire la quantità di moneta presente in un sistema economico. Questo è un compito delle banche centrali. In linea gerarchica, la prima responsabile è la Bce, la quale interviene sulla leva del tasso di riferimento. Esso è il tasso a cui una banca centrale concede denaro alle banche commerciali, fino ad arrivare agli istituti più piccoli e ai consumatori. Se il tasso di riferimento è basso, viene richiesto più denaro, dunque aumenta la quantità di moneta, dunque aumenta l’inflazione.

Anche i governi possono influenzare l’andamento dell’inflazione, seppure più indirettamente di quanto facciano le banche centrali. Attraverso una politica fiscale restrittiva (aumento delle tasse), si riduce la capacità di spesa dei cittadini, si abbassa la domanda e si abbassa di conseguenza anche l’inflazione (quando un bene non è richiesto tende a diminuire di prezzo).

Esistono due tipi di inflazione: l’inflazione reale e l’inflazione percepita. La prima è l’inflazione calcolata dagli organismi ufficiali e considera un campionario di prodotti quanto più indicativo possibile (paniere). Può accadere però che alcune categorie di persone acquistino beni al di fuori del paniere. In quel caso la loro percezione del costo della vita non corrisponde all’inflazione reale e si parla, dunque, di inflazione percepita.

Esiste, infine, un particolare tipo di inflazione, che è poi la sua deriva più pericolosa: l’iperinflazione. Per iperinflazione si intende un aumento dei prezzi che raggiunge livelli abnormi e quindi assolutamente fuori controllo. Vi sono vari esempi storici. Quello più famoso è l’iperinflazione nella Germania del primo dopoguerra: causata da una stampa di moneta forsennata allo scopo di pagare i debiti di guerra, raggiunse anche il 662% annuo (il 3% è considerato una soglia pericolosa).

L’ultimo episodio, invece, ha interessato la Russia all’indomani del crollo dell’URSS: semplicemente, la fine repentina dell’economia pianificata mandò all’aria l’equilibro (fino ad allora artificioso) della domanda e dell’offerta e produsse un aumento dei prezzi del 210% annuo.