L’inflazione non deve far paura

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Non vorrei che si ripresentassero i convincimenti che hanno caratterizzato gli anni settanta ed ottanta in merito alla ripresa della lotta all’inflazione.

Non possiamo dimenticare che in quegli anni numerosi paesi tra cui gli Stati Uniti avevano introdotto il controllo dei prezzi e dei salari per combattere l’inflazione con il risultato di creare poi la stagnazione e la disoccupazione..

Ricordiamo come tra l’inizio del 1994 e l’inizio del 1995 il Federal Reserve Board aumentò i tassi di interesse a breve termine ben sette volte in dodici mesi.

Lo stesso presidente Alan Greenspan dichiarò nel 1994 al Congresso che si sopravvalutava l’inflazione di ben 1’5 punti in quanto nella determinazione del tasso si sottostimavano i miglioramenti qualitativi dei prodotti, si comprendevano una gamma di beni limitati, non si considerava il miglioramento qualitativo dei servizi.

Altro fattore consisteva nell’errore di formulazione a causa di un errato trattamento dei prodotti che giungono all’indice con prezzi temporaneamente bassi.

Molti economisti americani non hanno motivo di ritenere che l’inflazione abbia un effetto negativo sulla crescita economica.

Si è d’accordo sul fatto che gli effetti negativi si possono manifestare solo quando l’inflazione diventa talmente alta che la speculazione diventa più conveniente delle normali attività economiche.

Non è stato mai dimostrato empiricamente che modesti tassi di inflazione possano disturbare la crescita economica.

Ci fu uno studio apposito per la banca di Inghilterra che analizzando l’esperienza di 100 paesi su un arco di tempo di 30 anni constatò non esserci alcuna conseguenza negativa sulla crescita con un tasso di inflazione inferiore al 10 % ma solo conseguenze modeste nei paesi con un tasso superiore al 10 %.

Tanto è vero che molti economisti sostengono che il capitalismo possa funzionare meglio con un tasso di inflazione del 2 -3 %.

E’ stato detto che l’inflazione sale per via della tensione dei costi industriali.

Vorrei spiegarmi cosa significa “tensione”.

Se tensione significa che il sistema produttivo recepisce le sollecitazioni del mercato risvegliandone la propensione al consumo con la conseguenza che si ottimizzano proprio i costi strutturali del sistema produttivo, allora penso sia salutare che ciò avvenga altrimenti si manterrebbe in essere quello stato patologico cui vanno incontro le stesse strutture nelle fasi di stagnazione dell’economia cioè di non essere utilizzate pienamente con la conseguenza di minore assorbimento dei costi fissi industriali.

Ciò ritarderebbe considerevolmente il ricambio tecnologico delle stesse strutture industriali e questo ci farebbe perdere tempo nella competizione con altri sistemi produttivi Europei e non.

Alcuni ritengono sia necessario accelerare il processo di liberalizzazione o la nostra economia non sarà in grado di tenere il passo sui mercati internazionali.

La liberalizzazione è legata all’efficienza della regolamentazione del mercato.

Se quest’ultimo non è pronto, liberalizzare significa ulteriore disordine.

L’argomento delle liberalizzazione va poi inquadrato nell’esaminare i processi del sistema dal punto di vista della maggiore o minore complessità e non può essere abbinato al solo e semplice aspetto finale oltretutto di modesta dimensione di un aumento percentuale della inflazione.