Inflazione allo 0,5%, quali conseguenze per l’Europa

Durante i primi giorni di luglio sono stati diffusi di dati dell’inflazione di giugno. E’ proprio il caso di dirlo: la montagna ha partorito il topolino. L’indice dei prezzi al consumo ha infatti registrato un aumento ridottissimo, all’incirca dello 0,5%. Questo dato include anche cibo ed energia. Se non lo contenesse, l’inflazione sarebbe allo 0,8%. Nemmeno questa è una buona notizia. Vuol dire, infatti, che il settore alimentare ha subito una contrazione dei prezzi, conseguenza di un evento spiacevole e sintomatico della condizione del Continente: la gente sta cominciando a risparmiare persino sul cibo.

In qualsiasi modo la si prenda (con cibo-energia e senza) si tratta di un dato sconfortante. Lo è per due motivi. In primo luogo, perché si avvertono possenti i venti della deflazione. Questa si registra quando i prezzi scendono. Una vera tragedia dell’economia: frenano gli investimenti, si riducono i consumi (sembra paradossale ma è così) si blocca l’economia. Se poi questa è tendenzialmente stagnante, si può facilmente intuire la portata negativa della deflazione.

Il secondo motivo risponde al nome di Mario Draghi. Sue sono le soluzioni individuate per risolvere il problema della deflazione. Soluzioni annunciate a inizio giugno e coincidenti con una serie di politiche monetarie espansive, come il taglio – quasi a zero – dei tassi di riferimento. Politiche attese da tanto tempo ma che hanno deluso: ci si aspettava un po’ di più. Nello specifico, ci si aspettava il Quantitative Easing.

L’ultimo dato sull’indice dei prezzi al consumo (ricordiamo, uno squallido +0,5%) segna il fallimento del presidente della Bce. Fallimento, però, del primo round. Misure di questo tipo, infatti, mostrano i loro effetti solo dopo un anno o un anno e mezzo. Qualche effetto, però, va registrato anche nell’immediato: stiamo parlando dell’effetto “fiducia”. Anche il solo annuncio delle politiche monetarie espansive avrebbe dovuto muovere il mercato, orientando gli investitori verso una svalutazione della moneta. Così non è stato: l’azione della Bce non è risultata credibile ed è stata quasi ignorata dai mercati.

Per inciso, svalutazione e aumento dell’inflazione sono due obiettivi diversi, ma possono essere comunque considerati come le due facce della stessa medaglia. Inutile dire che sono stati mancati entrambi. A preoccupare sono anche altri indicatori, certo non importanti come la deflazione, ma comunque in grado di causare qualche problema nel caso in cui si rivalessero al di sotto delle aspettative. Uno di questi riguarda la massa monetaria M3. Questa comprende tutta la massa monetaria, anche quella espressa in titoli di Stato a scadenza breve. Questa è aumentata solo dell’1%. Poco, molto poco per influire sui prezzi al consumo – postulato della teoria della circolazione di moneta.

Parallelamente, ha deluso – e forse ha deluso ancora di più – l’indice dei prestiti concessi al settore privato. Qui si parla addirittura di un calo, per la precisione dell’1,4%. Questo vuol dire che le imprese e le famiglie si indebito sempre meno ma che, soprattutto, le banche prestano sempre meno soldi. E’ il problema, ormai annoso, del credit crunch. Se la stretta al credito è ancora forte, semplicemente, non può ripartire l’economia.