Industria delle armi non conosce crisi: dati positivi anche per Italia

Con la caduta del muro di Berlino, dei regimi comunisti dell’Est Europa e la fine della Guerra Fredda, il Mondo si era illuso che avrebbe vissuto tanti decenni di Pace e cooperazione tra i popoli. Dato che le ideologie che ne sancivano asti e divisioni si erano sciolte come neve al sole. E invece, la guerra ideologica è stata sostituita dalla guerra religiosa, mossa però sempre da ingranaggi economici. La Jugoslavia si è disgregata, le guerre civili in Africa si sono acuite, Medio Oriente ed Occidente si combattono a colpi di attentati (il primo) ed invasioni (il secondo), Russia e Usa continuano ad avere rapporti tesi. Il tutto, a discapito delle popolazioni, ovviamente. Ma appannaggio di un’industria delle armi che non conosce crisi. Anzi.

I dati sono sempre positivi e il nostro Paese si posizione perfino al primo posto tra i membri europei dell’Alleanza atlantica per aumento delle spese militari. Le quali, a livello mondiale, toccano da cinque anni livelli mai visti dalla fine della succitata Guerra fredda (aumentate dello 0,4 per cento, ovvero 1686 miliardi di dollari). In Italia la spesa per le armi ha raggiunto il +11%. E meno male che la Costituzione nostrana sancisce che l’Italia ripudia la Guerra. Ma vediamo i dati nel dettaglio.

La geografia dell’aumento della spesa militare

Vediamo ora geograficamente come sta messa l’industria delle armi, basandoci sull’ultimo rapporto annuale dell’istituto svedese SIPRI (acronimo di Stockholm International Peace Research Institute), probabilmente la fonte più attendibile in materia. Partendo dal nostro continente.

Facendo anche una premessa: il fatto che i numeri snocciolati dal SIPRI siano positivi (in senso strettamente numerico, perché parliamo di un settore che si basa sulle armi, le quali di positivo non hanno mai nulla) lo si evince anche dal fatto che essi non includano il commercio di armi leggere come pistole, fucili, bazooka, lanciarazzi.

Né le statistiche di Paesi sottoposti a censura dittatoriale come la pittoresca Corea del Nord. La quale sicuramente investe molto sull’industria bellica, visti i vari test missilistici quasi quotidiani (che hanno fatto stufare il Presidente Usa Donald Trump) portati avanti quasi come stesse giocando a un videogame dal paffuto dittatore Kim Jong-un e le parate militari esposte in pompa magna ad ogni anniversario.

Come cresce in Europa la spesa militare

In Europa occidentale l’industria bellica è cresciuta del 2,6 per cento, una tendenza positiva cominciata nel 2016. Come dicevamo, è l´Italia il paese in cui è stato registrato l´aumento più notevole con un +11% tra il 2015 e il 2016. Questo trend lo conferma anche la Nato, sebbene con un dato di poco inferiore: +10,63%.

Nell’area centrale del vecchio continente, invece, l’industria delle armi ha fatto segnare un +2,4%. Soprattutto nei Paesi baltici e la Polonia, e ciò si giustifica con il fatto che essi si sentano minacciati dalla vicina Russia di Putin. Percezione che sembra farsi sentire anche nel Nord Europa. In particolare in Svezia, col paese scandinavo che ha deciso di ristabilire la leva obbligatoria e anche per le donne. Nonché aumentare i soldi destinati alla Difesa del 15%. Negli ultimi anni, del resto, la Russia ha sovente effettuato esercitazioni provocatorie ai confini svedesi via aeree, navali e sottomarine.

L’industria bellica delle principali superpotenze mondiali

Come ai tempi della Guerra fredda, sono tre i Paesi che rincorrono di più le armi: Usa, Russia e Cina. Gli Stati Uniti, dopo gli anni “pacifisti” di Obama, è tornata ad aumentare le spese militari, investendo per la difesa 611 miliardi di dollari). Con un aumento in percentuale dell´1,7% rispetto al 2016. Ma la crescita delle spese militari della Russia di Putin sono ancora più alte (69,2 miliardi di dollari, sebbene qui secondo il rapporto SIPRI incida il costo del lavoro nell´industria militare, che in Russia è infinitamente inferiore a quello di Usa ed Europa). L’industria bellica russa è infatti aumentata del quasi 6% rispetto al 2016, puntando molto alle supertecnologie di ultima generazione, mostrate ad esempio di recente in Siria.

La Cina però, come accadeva durante la Guerra fredda, non sta certo a guardare e si pone come inconveniente scomodo tra i due. Il Paese ha fatto registrare una crescita di 215 miliardi, pari a un +5,4%. Sebbene anche qui incida il basso costo della forza lavoro. In realtà la Cina ha tutte le potenzialità per superare la Russia in termini di tecnologie belliche.

Non male poi anche quanto sta facendo un’altra nuova superpotenza: l’India. Come se i presupposti pacifisti del Mahatma Gandhi fossero ormai un ricordo sbiadito. Non a caso, l’India da anni è tra i paesi che detengono la bomba atomica. Qui l’incremento è dell’8,5 per cento, posizionandosi quinta per investimenti militari. L’ultimo acquisto riguarda circa 120 caccia invisibili Sukhoi PAK T-50, di produzione russa. Sebbene siano stati creati collaborando proprio con ingegneri aeronautici del Paese indiano.

Gli altri Paesi

Nonostante sia la regione del Mondo maggiormente investita dalle guerre, insieme al centro Africa, in Medio Oriente solo due Paesi stanno investendo di più nell’industria bellica: Iran e Kuwait. Mentre chi ha fatto registrare nette diminuzioni, fino a un terzo, sono Arabia Saudita e Iraq. In quest’ultimo caso incide anche il caos politico che ormai regna da anni nel Paese dopo la caduta di Saddam Hussein. Nel caos politico ci è finito pure il Venezuela, paese al collasso economico dopo la morte del presidente-dittatore Hugo Chavez. Qui il crollo è addirittura del 56 per cento, dopo il periodo di spese pazze di quest’ultimo.

Industria delle armi: le aziende leader del settore

Il rapporto SIPRI ci dice anche quali sono le aziende che più stanno beneficiando di questo incremento dell’industria bellica. Innanzitutto, la Top ten tra queste sono tutte di Paesi appartenenti alla Nato: 7 americane e 3 europee (tra cui la nostra Finmeccanica). Le quali costituiscono da sole la metà del fatturato mondiale. Ma anche allargando il campo d’azione alle Top 100, ci troviamo una netta maggioranza di Paesi Nato: l’80,3%. Pertanto, è fuorviante parlare di una politica aggressiva della Russia di Putin. Probabilmente, i russi si stanno solo difendendo dall’accerchiamento posto nei loro confronti, dato che molti paesi ex sovietici confinanti e non sono passati con la Nato. Tra le aziende europee più floride ci troviamo la tedesca Thyssen-Group (che nel 2015 fece registrare un +29%), mentre sempre su buoni libelli si attestano “le nostre” Finmeccanica (Augusta, Selex, Alenia), Fincantieri e Fiat Iveco (oggi integrata nella Cnh olandese).

La Russia, come detto, non sta a guardare e piazza 11 aziende nella Top 100, mentre nel 2013 erano 8. Trattasi soprattutto di aziende specializzate in armi moderne ed elettroniche. Il terzo Paese, la Cina, è presente con almeno 9 aziende nella Top 100 (di cui almeno 4 tra le prime 20). Gli Usa, che detengono ancora il primato, vantano ben 38 aziende nelle Top 100 e da sole gestiscono il 54% del mercato globale. Su tutte primeggia la Loockheed Martin, che vanta uno stretto intreccio con la Casa Bianca, il Ministero della Difesa americano e la Cia. La quale si conferma la prima azienda al mondo per fatturato.

Alla luce di tutti questi dati, viene solo da dire che pensare a un Mondo in Pace e senza armi è pura utopia.

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