Indice Big Mac: cos’è e a che cosa serve

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Se ne parla da diversi anni, e ad ogni stagione acquisisce la sua importanza rappresentativa del confronto delle varie economie globali. Il suo nome è abbastanza emblematico, e ben ci permette di comprendere quale sia l’unità di misura dei raffronti tra economie emergenti e mature, in apprezzamento e in deterioramento: indice Big Mac. Ma cosa è questo indice, e in che modo si può utilizzare?

L’indice Big Mac agisce con un sistema basato sulla teoria economica della parità del potere d’acquisto, secondo cui i tassi di cambio tra le diverse valute (si pensi all’euro e al dollaro) dovrebbero tendere verso un unico prezzo in tutto il mondo, per uno stesso bene. Il bene in questione è il Big Mac, della catena Mc Donald’s: uno dei pochi prodotti, evidentemente, in grado di essere venduto in identica sostanza in tutto il pianeta.

Pertanto, assumendo come base di calcolo il valore del Big Mac in Italia, e applicando i tassi di cambio delle valute di riferimento internazionale, possiamo capire se all’estero il Big Mac è più caro o meno, in relazione alla nostra capacità di spendita. Ad effettuare i calcoli più autorevolmente delle nostre possibilità analitiche è stato il settimanale britannico The Economist, che ha stimato come un Big Mac nell’eurozona costi, in media, 3,59 euro, contro i 16 yuan cinesi, ovvero 1,90 euro. Insomma, in altri termini, applicando a quanto sopra la teoria della parità del potere d’acquisto, significa che in Cina lo yuan è sottovalutato del 47 per cento rispetto all’euro.

Ad essere sottovalutato è anche il dollaro statunitense, deprezzato del 10,5 per cento rispetto all’euro, visto e considerato che un Big Mac, oltre Oceano, costa 4,37 dollari, ovvero 3,22 euro.

Ma quali sono le considerazioni che possiamo trarre sulla base dell’analisi di tale indice? La prima valutazione, è che l’euro è una moneta “forte” rispetto al dollaro e allo yuan. Pertanto, se cambiassimo gli euro in yuan e andassimo in Cina, riusciremmo a comprare molti più beni di quanto non avviene qui in Italia, lasciando invariata la valuta di riferimento.

Tendenzialmente, la parità del potere d’acquisto dovrebbe suggerire che i prezzi degli stessi beni convergano verso unao scenario equo grazie a una convergenza ideale dei tassi di cambio. Un contesto che però si verifica raramente, visto che non tutti i beni sono suscettibili di simile trattamento, e visto che governi e istituzioni monetarie intervengono quotidianamente a “rovinare” i piani dell’indice.

Foto originale by MIKI Yoshihito (´・ω・)

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Classe 1982, laureato in economia, specializzato in marketing internazionale, collabora con alcuni dei principali network editoriali italiani. Appassionato di finanza, presta servizi di consulenza editoriale dal 2002.

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