Indicatore stocastico: una guida minima

L’analisi tecnica è uno dei pilastri del trading. E grazie a questa (ma anche grazie all’analisi fondamentale) che il trading evade dalla dimensione dell’azzardo e diventa quasi una scienza. Di sicuro al 100%, ovviamente, non c’è molto. Di probabile, però, sì. L’analisi tecnica rende il trader consapevole di quello che sta facendo, ne motiva le azioni e produce occasioni di guadagno.

L’analisi tecnica “vive” sugli indicatori. Questi possono essere definiti come le elaborazioni complesse di dati grezzi, elementi che hanno un unico scopo: suggerire il futuro prossimo dell’asset. Gli indicatori lanciano segnali, poi sta al trader interpretarli e utilizzarli per redigere la propria strategia.

Esiste un numero incredibile di indicatori. Quello più utilizzato – perché è efficace e perché ha una lunga storia alle spalle – è l’oscillatore stocastico. Il nome è estremamente tecnico, e viene dalla statistica, ma non si tratta dell’indicatore più ostico. Anzi, si lascia interpretare piuttosto facilmente – a patto che si sappia come fare, ovviamente.

Che cos’è lo stocastico? Graficamente, appare sotto forma di due linee. Una è formata da una media mobile semplice, l’altra da un calcolo più complesso.

La formula per ricavarlo è la seguente:

CHIUSURA- MINIMO/MASSIMO – MINIMO *100

Dove CHIUSURA è il prezzo di chiusura dell’ultima sessione, MINIMO è il minimo registrato nell’ultimo periodo, MASSIMO è il massimo registrato nell’ultimo periodo.

Questa linea viene chiamata %K, mentre la media mobile assume il nome di %D. Queste devono avere in comune due elementi: il timeframe e il numero dei periodi. Il timeframe deve essere 5, 10 o 15 minuti. I periodi per convenzione sono 26.

Ovviamente, non è necessario produrre calcoli di alcun tipo. Sarebbe irrealistico (ma non impossibile). Fortunatamente, quasi tutte le piattaforme offrono lo stocastico pronto per essere letto, analizzato e interpretato.

Dunque, come si fa a leggere, analizzare e interpretare lo stocastico? Ci sono due modi.

Il primo riguarda l’intersezione tra le due linee. Si tratta semplicemente di individuare quando la linea “più reattiva” si incrocia con la linea “meno reattiva”. E’ un po’ il meccanismo che regola l’interpretazione di altri indicatori, come il MACD.

Molto sinteticamente, quando la linea %K incrocia la linea %D, ma lo fa dal basso verso l’alto, il trader riceve un segnale di acquisto. E’ ora di vendere perché a breve l’asset si apprezzerà.

Quando invece l’incrocio è dall’alto verso il basso, il trader riceve un segnale di vendita. L’asset presto scenderà di prezzo e quindi è meglio vendere.

Il secondo metodo è meno intuitivo. Si prende il minimo toccato da entrambe le linee e il massimo toccato dalle due linee. Si pone un livello 100 in corrispondenza del primo punto, e un livello 0 in corrispondenza del secondo punto.

Arrivati fin qui, si divide la porzione di grafico che va da 0 a 100 in varie fasce. In particolare, in una fasce che va da 0 a 30 e una fascia che va da 70 a 100. La prima fascia viene definita di iper-venduto: quando le due linee vi entrano si riceve un segnale di vendita. La seconda fascia viene definita di iper-comprato: quindi il segnale è di acquisto quando le due linee vi entrano.