Imprese italiane: ultime in Europa per redditività

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Alessandro Penati è docente di Finanza aziendale all’Università Cattolica di Milano. Ha realizzato per Repubblica uno studio sulle imprese italiane ed europee. Il suo obiettivo è stato quello di rintracciare quali aziende possano essere considerate “campionesse della crescita” ma anche rintracciare un modello di azienda capace di fronteggiare in maniera efficace la crisi ed espandersi in modo sano in tempi di normalità economico-finanziaria.

Alessandro Penati ha utilizzato un metodo che è in verità una successione di scremature. Ha dapprima selezionato le imprese non finanziarie che sia nel decennio 1998-2007 sia nel cinquennio 2008-2012 sono cresciute più dell’impresa mediana dell’Ue (ossia quell’impresa che ha goduto di un tasso di crescita superato dal 50% delle aziende). Tra queste, ha selezionato poi le imprese che non sono cresciute né grazie ad abbondanti acquisizioni, né grazie alla contrazione di debiti (espansione a debito). Infine, ha selezionato solo le imprese che hanno goduto di una redditività superiore all’impresa mediana dell’Ue.

Questa scrematura ha portato Penati a individuare il numero di imprese realmente “eccellenti”. I numeri non sono confortanti per l’Europa, ma soprattutto non sono confortanti per l’Italia. Su 1.258 aziende analizzate, solo 181 hanno superato tutti i test. Se si considera solo il periodo 2008-2012 (quello della crisi) le aziende modello sono 203, segnale che… Di necessità virtù.

Il confronto tra Italia e resto d’Europa è umiliante. Nell’Eurozona, le imprese “campioni” rappresentano il 14% delle imprese analizzate, in Italia solo il 9%. In Germania sono addirittura il 22% e in Francia il 17%.

Analizzando le caratteristiche di queste super-imprese, Alessandro Penati ha rintracciato un comune denominatore: la ricerca e l’internazionalizzazione. Sono queste due le caratteristiche indispensabili per fare di un’impresa, un’impresa campione. Non a caso, prendendo l’Italia come esempio, le aziende in questione sono Luxottica, Recordati (farmaceutica), Reply (informatica), Tod’s, tutte aziende che investono tantissimo nella ricerca e che sono saldamente presenti nei mercati esteri. Metà delle “aziendissime” italiane fa parte del circuito del Made in Italy; sarebbero potute essere di più, segno che le specialità nostrane spesso non sono supportati da imprenditori realmente all’altezza.

Ad ogni modo, nonostante alcune felici eccezioni, il gap tra Italia e resto d’Europa è grandissimo. Da cosa dipende? Alessandro Penati ipotizza una questione di politica monetaria. Le aziende italiane, in passato, in tempi di magra risorgevano velocemente grazie alla svalutazione competitiva. Questo strumento è stato accantonato con l’entrata nell’euro, e dunque non stupisce che la forbisce si sia allargata proprio a partire da metà degli anni Novanta. Le cose sono poi peggiorare con la crisi, arrivata in un momento in cui le riforme in Italia non erano state ancora fatte (a differenza della Germania e, parzialmente, della Francia).

In conclusione, lo studio di Alessandro Penati ci consegna un messaggio importantissimo. Per fare la differenza, per crescere, un’azienda non deve abbattere i costi: deve investire nella ricerca e nell’internazionalizzazione. Ovviamente, è necessario un sistema bancario meno introspettivo e autoreferenziale rispetto ad oggi, capace di investire sulle imprese che possano far bene evitando, una volta per tutte, il credit crunch.

Foto originale by Roberto Venturini