Imprese italiane in crisi: sempre meno, piccole e non competitive

Le imprese italiane continuano a sentire tutto il peso della crisi economica. Lo percepisce chi si trova di fronte una sfilza di capannoni in disuso e abbandonati, lo sanno bene le famiglie dei lavoratori delle aziende che chiudono, lo confermano ora i dati del rapporto Istat 2016 “Noi Italia”. Il registro imprese italiane segna un drastico calo rispetto ai livelli pre crisi, quando ogni 1000 abitanti vi erano in media oltre 66 imprese. Nel 2013 le imprese erano poco più di 62, con un pesante -1,6 rispetto all’anno precedente.Le imprese italiane chiudono. Credits: duhangst, flickr
Come testimonia l’odierno annuncio del gruppo Maserati per gli stabilimenti di Modena, le imprese italiane chiudono ad un ritmo sempre crescente (8,5% è il tasso di mortalità registrato dall’Istat, +1% rispetto al 2007), e a poco serve il crescente turn over lordo (15,6% nel 2013) con continue riaperture, sintomo di un sistema economico ancora dinamico: troppe aziende non ce la fanno a ripartire e a resistere nei rispettivi mercati di competenza.
Il tasso di sopravvivenza a cinque anni delle imprese torna così a scendere, con una inversione di tendenza rispetto ai timidi segnali di crescita del 2012. Per le imprese italiane una condizione di instabilità che dura ormai da oltre un lustro e che investe tutte le regioni, ma che si presenta con particolare gravità nel Mezzogiorno, dove il tasso di mortalità e natalità delle imprese è di gran lunga superiore al Nord-Est.
Eppure, ad un primo confronto con i dati degli altri Paesi europei, il tessuto produttivo italiano sembrerebbe aver risentito poco della crisi, con una quantità di imprese per 1000 abitanti superiore alla media UE (62,2 contro 44,6). L’Italia si conferma ai primi posti per densità di imprese, superata solo da cinque Stati (Repubblica Ceca, Portogallo, Slovacchia, Svezia e Grecia) e a distanza siderale da economie senza dubbio meno in crisi come quelle di Regno Unito e Germania, la cui densità di attività produttive non arriva a 28 per mille abitanti.

Europa_Strutture produttive e numero di imprese
In Italia la quantità di imprese è alta rispetto alla media europea. E la qualità?

L’italiano imprenditore di sé stesso

Il dato Istat relativo al numero di imprese, evidentemente, non dice tutto sullo stato di salute delle economie nazionali. Contano molto anche le dimensioni e la competitività delle imprese, e in questi campi le difficoltà del sistema Italia emergono tutte.
La caratteristica maggiore del sistema produttivo italiano è la sua alta frammentazione in tante piccole e micro imprese, in molti casi individuali. Le imprese italiane hanno una dimensione media di 3,8 addetti, molto più bassa della media dei 28 Stati dell’Unione Europea (5,9) e di gran lunga inferiore a quella di Regno Unito (10,2) e Germania (12,1). In altre parole, negli altri Paesi europei le imprese sono mediamente più grandi mentre in Italia, da sempre patria delle piccole imprese, il tessuto produttivo è polverizzato e affidato a tante imprese micro, se non del tutto individuali.
La realtà è che per resistere alla crisi e far fronte alle difficoltà del mondo del lavoro, molti italiani si inventano imprenditori, spesso semplicemente di loro stessi. Il rapporto Istat conferma che in Europa abbiamo il sistema economico con il più alto tasso di imprenditorialità (30,2%), secondo soltanto a quello della Grecia, a fronte di una media europea di lavoratori indipendenti di 13,7 sul totale dei lavoratori e di paesi come il Regno Unito che ne hanno poco più di quattro.

Europa_Strutture produttive e lavoratori indipendenti
In Europa la vocazione imprenditoriale degli italiani è seconda solo a quella dei greci

Una vocazione imprenditoriale storicamente radicata nel Sud del Paese ma che ormai si sta diffondendo in tutte le regioni, di pari passo con la chiusura di molte aziende. Se nel Mezzogiorno il tasso di imprenditorialità è del 38% con una dimensione media di 2,8 addetti per azienda, nel Centro-Nord la propensione all’imprenditorialità tocca ormai il 28,2% con 4,3 addetti per azienda.
Il panorama delle attività dell’intero sistema produttivo è dunque dominato da micro imprese, operanti soprattutto nel settore dei servizi: è qui che trova spazio dappertutto una buona metà del totale degli occupati italiani. Soltanto nel Nord-Ovest la grande industria sembra resistere, per il momento. A molte aziende, per salvarsi, non resta che aggrapparsi alle peculiarità del territorio.

Le imprese italiane perdono competitività

Il grosso deficit che sconta un sistema produttivo polverizzato come quello italiano è la sua competitività. Nonostante la crisi sia generalizzata, l’Italia non riesce a tenere il passo con gli altri Paesi e le nostre imprese continuano ad essere in forte sofferenza, con una perdita di competitività di circa il 7% rispetto al 2001 e un’inversione di tendenza dopo il recupero del biennio 2010-2011.
Nella graduatoria della competitività di costo delle economie nazionali europee l’Italia occupa la terzultima posizione. Per ogni 100 euro di costo del lavoro unitario le imprese italiane riescono a produrre meno di 125 euro di valore aggiunto, rispetto a una media europea di quasi 143 euro e ai valori aggiunti intorno ai 200 euro di imprese come quelle irlandesi (208 euro) agevolate da una pressione fiscale moderata o come quelle dell’est Europa (205 euro il valore aggiunto delle imprese in Romania) avvantaggiate da un minor costo del lavoro unitario.
Nel desolante panorama produttivo italiano, chi se la passa peggio anche in termini di competitività sono ancora una volta le imprese del Mezzogiorno, e in genere le aziende del settore delle costruzioni.

Europa_Strutture produttive e competitività
Per le imprese italiane compettività in picchiata

Per le imprese italiane poca spesa in Ricerca & Sviluppo

Una delle ragioni della sofferenza delle imprese italiane, che appaiono incapaci di uscire dalla crisi economica e ripartire, può essere ricercata nelle scarse risorse che in Italia vengono impegnate per ricerca e sviluppo.
Nel 2013 la spesa italiana complessiva per R&S è aumentata sia in termini assoluti sia in rapporto al Pil (1,31%), ma resta inferiore ai livelli di spesa media dei Paesi europei (2%) e abbondantemente al di sotto a quella dei Paesi con economie più avanzate, come la Germania che spende in R&S il 2,8 del Pil nazionale o alcuni Paesi scandinavi che arrivano al record di 3,3 punti percentuali. L’Italia resta a distanze siderali non solo dal target europeo del 3%, ma anche dagli obiettivi nazionali che vorrebbero uno sforamento del punto e mezzo percentuale entro il 2020.
In Italia gli addetti alla R&S sono meno di 250 mila ossia poco più di 4 ogni mille abitanti (in unità equivalenti a tempo pieno), concentrati però in maniera quasi esclusiva nel Nord del Paese, e senza una seria politica di investimenti in questo settore diventa sempre più difficile immaginare un rilancio futuro.
Persino nella formazione rimaniamo indietro rispetto agli altri Paesi europei: i laureati con un titolo in discipline tecnico-scientifiche in Italia sono 13,5 ogni mille residenti tra i 20 e i 29 anni, a fronte di una media europea di oltre 17 laureati e degli alti valori di Paesi come Regno Unito (23 laureati) e Francia (22,5 laureati).

Europa_Spesa europea per Ricerca e Sviluppo a confronto
Spesa europea per Ricerca e Sviluppo a confronto

Fonte: Rapporto Istat “Noi Italia” 2016