L’industria italiana perde pezzi. Tra acquisizioni d’azienda e imprese delocalizzate all’estero, il ruolo di potenza industriale dell’Italia è ormai sulla via del tramonto. L’economia del nostro Paese è in crisi e i grandi gruppi industriali multinazionali ne approfittano per acquisire, spesso a prezzo di saldo, i grandi marchi del Made in Italy.
A far gola agli investitori stranieri, con particolare veemenza ai capitali cinesi, non sono soltanto le aziende del settore agro alimentare. Il fenomeno delle acquisizioni di imprese italiane investe in maniera pesante anche il settore manifatturiero, con decine di marchi d’eccellenza che negli ultimi anni hanno cambiato bandiera e migliaia di fabbriche delocalizzate all’estero.

Imprese italiane delocalizzate: quasi un operaio su quattro è all’estero

Il manifatturiero, in misura maggiore rispetto ad altri settori economici, sta migrando all’estero anche per quanto riguarda gli stabilimenti produttivi. Secondo un recente studio di Confartigianato relativo al 2013, le imprese italiane delocalizzate all’estero sono oltre 6.500, con un fatturato complessivo di 217 miliardi di euro e l’impiego di quasi 835 mila operai e addetti lontano dai confini italiani.
Considerando l’incidenza degli addetti impiegati nelle imprese residenti all’estero rispetto a quelli impiegati nelle imprese residenti in Italia, Confartigianato misura nel manifatturiero il più alto grado di “internazionalizzazione attiva”: il 22,3%, ossia tre volte rispetto agli altri settori (7,3%) e il doppio rispetto a quanto osservato per il totale dell’economia italiana (10,7%).
In cinque anni, le imprese del manifatturiero che hanno portato all’estero produzione e lavoro sono aumentate del 5,3% (+1,4% negli altri settori). La produzione italiana maggiormente delocalizzata è quella di veicoli a motore, che registra un grado di internazionalizzazione attiva del 106,2%: operai e addetti impiegati all’estero sono ormai di più di quelli residenti in Italia.

Ecco, settore per settore, le più rilevanti industrie italiane che negli ultimi tempi sono state acquisite da investitori stranieri e/o delocalizzate all’estero.

Motori: Lamborghini e Ducati

Con le loro linee super sportive e le prestazioni mozzafiato, i bolidi Lamborghini hanno fatto sognare generazioni di italiani. Da tempo, però, hanno varcato i confini nazionali, almeno riguardo al controllo societario, attraversando una girandola di passaggi di proprietà culminati con l’acquisizione, nel 1998, da parte del Gruppo tedesco Audi, a sua volta controllato dal colosso dell’auto Volkswagen. Ducati, altro marchio italiano d’eccellenza dei motori, segue nel 2012 le sorti di Lamborghini, entrando a far parte del portafoglio del gruppo Volkswagen.

Biciclette: Bianchi e Atala

Cosa avevano in comune campioni italiani del ciclismo come Girardengo, Coppi, Gimondi e Pantani? Le loro biciclette erano tutte fabbricate dalla Bianchi, “Fabbrica Italiana di Velocipedi” fondata a Milano nel 1885 e specializzatasi col tempo in bici da corsa. Nel 1997 è stata acquisita dalla svedese Cycleurope A.B., la più importante holding mondiale nel settore ciclismo, e oggi la produzione nello stabilimento industriale di Treviglio è quasi svuotata.
Poco meglio è andato ad Atala, altra azienda lombarda di biciclette e motocicli: il Gruppo olandese Accell sì è accontentato di metà delle azioni societarie. A Monza è però rimasto solo un magazzino, mentre la produzione di biciclette è stata delocalizzata in Turchia e in altri paesi asiatici.

Nautica e aeronautica: Gruppo Ferretti, Cantiere del Pardo e Avio

Il Gruppo Ferretti, holding industriale nel settore della cantieristica navale, è famoso in tutto il mondo per i suoi gioielli galleggianti, yacht e panfili dai 10 agli 85 metri di lunghezza. Negli ultimi anni ha conosciuto diversi cambi di proprietà, culminati nel 2012 con l’acquisizione della maggioranza delle quote azionarie da parte del Gruppo SHIG – Weichai, controllato dallo Stato cinese.
Anche Cantiere del Pardo, marchio icona del design Made in Italy nel settore delle imbarcazioni a vela, nel 2011 ha cambiato bandiera, passando nelle mani del Gruppo tedesco Bavaria.  Il primo luglio di quest’anno, tuttavia, il Gruppo tedesco ha ufficialmente messo in vendita la prestigiosa azienda italiana, che in assenza di nuovi acquirenti rischia il fallimento. Persino l’aeronautica italiana perde pezzi: la relativa divisione di Avio è passata nel dicembre 2012 alla General Electric per 3,3 miliardi di euro.

Elettrodomestici: Zanussi e Indesit

Zanussi è un marchio storico italiano di elettrodomestici presente nelle case degli italiani da quasi un secolo – fu fondato nel 1916 – e ormai da tempo non parla più italiano. Nel 1984 l’azienda friulana è stata acquisita dal gruppo svedese Electrolux, che negli anni successivi è riuscita ad accaparrarsi anche i marchi Rex (creato nel 1933), Becchi, Zoppas e Castor, ottenendo una posizione predominante in Europa e in Italia all’interno del settore.
Uno degli ultimi pezzi del Made in Italy di elettrodomestici andato via dal Bel Paese, almeno per quanto riguarda il controllo societario, è Indesit, azienda fondata a Torino oltre sessanta anni fa. La maggioranza azionaria (60%) è stata acquisita per 758 milioni di euro dal colosso multinazionale Whirlpool Corporation. Quando acquisti un frigorifero, un congelatore, una lavatrice o una lavastoviglie a marchio Indesit o Ariston, i profitti generati voleranno direttamente in Michigan, Stati Uniti.

Ceramica: Richard-Ginori e Marrazzi

In Italia abbiamo alcune delle aziende leader a livello mondiale nella produzione in ceramica, come Richard-Ginori e il Gruppo Marrazzi. In entrambi i casi, tuttavia, il controllo societario non è più in mani italiane dal 2013. La prima, il cui inizio di produzione può essere fatto risalire al 1735, nel 2013 è stata acquistata dal gruppo Gucci, a sua volta controllato dai francesi di Kering. La seconda, fondata a Modena nel 1935 e con un fatturato intorno al miliardo di euro, è stata acquisita nel 2013 dalla statunitense Mohawk Industries.

Arredamento: Poltrona Frau e Kavo Promedi

Venduti, ricomprati, spesso passati da una proprietà all’altra, da un paese all’altro: è la storia di molti marchi simbolo della nostra migliore produzione artigianale. L’ultima perla del settore dell’arredamento a cambiare bandiera è stata Poltrona Frau, azienda fondata nel 1912 a Torino, la cui maggioranza societaria nel febbraio del 2014 è passata dalle mani del fondo Charme Investments, che fa capo alla famiglia Montezemolo, a quelle del gruppo statunitense Haworth.Delocalizzazioni. Credits: Guglielmo Celata, flickr
Meno note, ma emblematiche per quanto concerne il fenomeno delle imprese delocalizzate nel manifatturiero, sono le vicende della Kavo Promedi, esperta nella fabbricazione di poltrone e seggiolini per studi medici e dentistici. Lo stabilimento di Genova è stato recentemente chiuso e i macchinari trasferiti notte tempo in Polonia, con gli operai arrivati in tempo solo per fermare l’ultimo convoglio.

Outlet Italia: aziende svendute sottocosto

Le aziende fondate in Italia che negli ultimi anni hanno cambiato bandiera sono centinaia, come emerge dal rapporto “Outlet Italia” di Eurispes. Un fenomeno che riguarda soprattutto i settori della moda e dell’alimentare, ma che non risparmia quello manifatturiero. “Molte delle nostre migliori realtà imprenditoriali – spiega Gian Maria Fara, presidente di Eurispes – sono state schiacciate dalla congiuntura economica negativa, unita all’iperburocratizzazione della macchina amministrativa, ad una tassazione iniqua, alla mancanza di aiuti e di tutele e alla impossibilità di accesso al credito bancario”.
L’intreccio di tanti fattori critici, a giudizio del presidente di Eurispes, ha inciso sulla mortalità delle imprese creando una sorta di mercato “malato” all’interno del quale la chiusura di realtà imprenditoriali importanti per tipologia di produzione e per know-how si è accompagnata spesso ad una svendita (pre o post chiusura) necessaria di fronte alla impossibilità di proseguire l’attività. L’afflusso di capitali esteri nel nostro Paese non è quindi avvenuto secondo le normali regole di mercato e le aziende si sono dovute piegare ad una vendita “sottocosto” rispetto al loro reale valore.