Il Paese di Babbo Natale a rischio fallimento

L’intransigenza del popolo finlandese risale alla Prima Guerra Mondiale, quando il Paese contrasse, come molti altri Stati europei, debiti con gli Stati Uniti d’America. Al termine del conflitto, a Versailles, si convenne che tutti avrebbero saldato i propri debiti a patto che lo facesse anche la Germania. Nel 1931, dopo che la Germania smise di onorare le sue rate, tutte le nazioni fermarono i risarcimenti; tutte, tranne la Finlandia che finì di pagare il suo debito nel 1965. Gli USA, in cambio, decisero di utilizzare tutto il denaro recuperato a fini educativi proprio nel paese nordico che divenne così un modello di istruzione pubblica nel mondo.

La stessa intransigenza usata nell’amministrazione interna, viene applicata ovviamente nei confronti dei paesi esteri. È di questi tempi, infatti, la presa di posizione inflessibile con la quale il governo di Helsinki si relaziona ai debiti della Grecia e degli altri Pigs, invocando l’austerity e il rigore dei conti. Ora, però, questa durezza può costare cara. La società Dianardia, che gestisce il business legato a Santa Claus, ha solo una settimana di tempo per saldare un debito di 200mila euro con il fisco. L’azienda organizza, per grandi e soprattutto per piccini, i tour all’ufficio postale di Babbo Natale, ricostruito a Rovaniemi, a un passo dal Circolo Polare Artico. Ma negli ultimi tempi sono mancate le prenotazioni proprio da quei Paesi del Sud Europa visti con sospetto dal popolo finnico: greci, italiani, spagnoli (a cui vanno aggiunti i russi sotto embargo a causa dell’Ucraina e della Crimea), hanno disertato il paese dei laghi, contribuendo ad un crollo del turismo.

E non è tutto. Il collasso della Nokia ha causato quattro anni di fila di recessione e, negli ultimi cinque mesi, anche un 10% di disoccupazione. Se a questo si aggiunge la crisi dell’industria della carta (causa digitalizzazione) e del calo di domanda di nickel e zinco, si capisce perché Moody’s stia pensando di togliere alla Finlandia la tripla A e perché Standard & Poor’s l’abbia già retrocessa.

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