Politica Economia Europea: cosa c’è che non va

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L’Unione Europea viene additata da alcune forze politiche come l’origine di tutti i mali “economici” che attanagliano i paesi del Continente. La percezione è che il massimo organismo comunitario non faccia altro che imporre tasse e sacrifici, aiutato in quest’opera di distruzione da quel formidabile strumento che è l’euro.

Ovviamente, quando si ha a che fare con il dolore della gente occorre distinguere le critiche strumentali da quelle sostanziali. L’Unione Europea, così com’è, favorisce il progresso economico?

La risposta non è semplice ma, spiace dirlo, ad oggi la bilancia tende al “no”. Il vero problema risiede proprio nell’architettura non solo dell’Unione Europea ma anche del suo “partner” principale, la BCE. Entrambe le istituzioni soffrono limitazioni così grandi da rendere possibile solo un numero ristretto di politiche, soprattutto in campo economico.

L’Unione Europea, politicamente, è un organismo che non si basa sulla sovranità popolare compiuta. L’architettura è piuttosto complessa e, giusto per dare un’idea esaustiva della situazione, in verità poco democratica. La divisione dei poteri non è nemmeno tripartita come ci si aspetterebbe nelle liberal-democrazie. Semplicemente, il potere è quasi tutto nelle mani della Commissione, a discapito del Parlamento che, non a caso, è l’unico organo elettivo. Tutto ciò impedisce ai cittadini di imprimere cambiamento che sono radicate nelle élite. E’ proprio quello che sta accadendo: l’austerity domina imperterrita, nonostante il parere contrario della società civile e dell’elettorato.

La Banca Centrale Europea è tra gli istituti finanziari “nazionali” con più vincoli. Non può essere intervista come la Fed o la Bank of Japan, per esempio, semplicemente perché il suo obiettivo – principalmente – è uno: tenere a bada l’inflazione. La Bce non può stampare moneta e deve stare molto attenta a stimolare il mercato. L’inflazione dovrebbe essere al 2%, e da quella percentuale non dovrebbe muoversi.

E’ ovvio che tutto ciò si traduce nella difficoltà a reagire alle crisi. Quando c’è la recessione, e l’economia reale è sofferente, è necessario introdurre stimoli, ma questi potenzialmente possono causare l’inflazione, dunque l’Europa è parca nel prendere di petto e difficoltà. L’unica leva sulla quale la Bce può contare è quella dei tassi, che regolano la quantità di denaro in circolo. Troppo poco.

Il vincolo più grande, forse, è rappresentato dai trattati europei che prevedono norme rigide sui bilanci. Valga uno per tutti: l’obbligo di produrre deficit che non siano superiori al 3% del Pil. Questa regola va osservata anche in tempi di crisi. All’Italia è stato chiesto di fare i compiti a casa, e li ha fatti, solo che erano compiti sbagliati. E’ intuitivo: se in un periodo di recessione, anziché mettere denaro in circolo per sostenere investimenti e consumi, si tassa sempre di più (per mantenere ufficialmente il deficit basso) si entra in una spirale dalla quale è difficile uscire.

La domanda che sorge spontanea è: per quale motivo l’Unione Europea è fatta così… Male? Non si tratta (almeno ufficialmente) né di torbidi interessi né incapacità. Semplicemente, di presunzione. Le regole sono state scritte in un periodo – a trazione liberista – in cui le limitazioni andavano bene, erano funzionali al progresso. All’epoca si immaginava un futuro di crescita consistente ma non sostenuto, con una relativa certezza degli investimenti. Insomma, un futuro in cui l’unico problema sarebbe stato quello di mantenere bassa l’inflazione per non erodere i risparmi. Tutto il resto sarebbe puzzato di statalismo e non sarebbe andato bene.

La storia ha smentito questo futuro, ma la frittata è stata fatta. L’Europa di oggi, molto banalmente, non è adatta a questo contesto.

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