Guerra delle Valute: numeri e debolezze dell’Euro

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Come riporta correttamente Repubblica, il primo a parlare di “guerra delle valute” è stato, nel “lontano” 2010, il Ministro delle Finanze Guido Mantega. All’epoca non era chiaro a tutti in quale guaio l’euro stesse andando a cacciarsi. Mentre nel resto del mondo le economie vivevano degli stimoli governativi, in Europa si stava progettando l’entrata in scena dell’austerity, che per definizione rappresenta il contrario del concetto di “stimolo”.

Sicché, mentre le divise perdevano valore e acquisivano un vantaggio fondamentale nell’export, l’euro si rafforzava, facendo perdere competitività alle imprese del Continente. Questo processo è in atto ancora oggi, anche perché solo qualche giorno fa, intorno a Natale, il cambio EUR / USD (ossia euro dollaro) ha fatto segnare un nuovo picco.

Questa situazione è ormai nota da tempo, com’è noto da tempo l’immobilismo forzato a cui è costretta la Bce. La Fed “stampa moneta” e, nonostante il tapering, lo farà ancora per molto tempo (forse anni), la Boj – del Giappone – fa altrettanto e con lei molte banche centrali. La Banca Centrale Europea, invece, rimane a guardare, vedendosi avvicinare un rischio deflazione – vicinissimo, siamo sotto il punto di inflazione rispetto alla desiderata – che assesterebbe il colpo di grazie a un economia già in ginocchio.

La Bce è stretta tra due morse. Da un lato c’è lo statuto, che impone a Draghi e co. di evitare strumenti di politica monetaria ultra-espansiva, come il Quantitative Easing americano. Dall’altro lato ci sono i veti della potentissima Germania, che – per paura di una spirale inflattiva (ad oggi impossibile) non intende concedere nemmeno un centimetro all’innovazione in senso “giappo-americano”.

Se il fenomeno delle guerre valutarie, e dell’apprezzamento dell’euro rispetto alle altre divise, è qualcosa di conosciuto anche tra le nostre élite, evidentemente esiste poca consapevolezza delle dimensioni dello stesso. E’ l’Eurostat a restituire la cifra del fallimento dell’euro in questo senso.

In una ipotetica corsa alla svalutazione, l’Eurozona ha perso clamorosamente, con tutte le divise – ma proprio tutte – che si sono svalutate sulla pelle di noi europei. In questa speciale classifica, il risultato più incredibile è stato raggiunto dallo Yen, che nel corso del tempo si è addirittura svalutato (sulla moneta unica europea) di circa il 22%. Incredibili anche per le performance dei paesi Brics, e questa è una pessima notizia: in teoria noi dovremmo esportare da loro, visto che il mercato interno da quelle parti è in crescita, ma a giudicare dai numeri; è tutta un’altra storia. Mediamente, Russia, Brasile, Cina e Sud Africa (manca il dato dell’India) si sono svalutati sull’euro di circa il 20%.

Hanno fatto le scarpe all’euro anche i nostri diretti competitori, che vivono i nostri stessi problemi, come Stati Uniti e Regno Unito. La loro svalutazione non è stata clamorosa, ma è comunque significativa e si assesta rispettivamente al 4 e a 2%.