Guerra in Siria, sono pochi gli interessi Economici per l’Europa

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Guerra in Siria: cui prodest? E’ questa la domanda che si chiedono un po’ tutti: gli analisti internazionali, gli investitori, persino i poveri contribuenti che stanno affrontando un aumento del costo della benzina generato dalla più classica delle ondate di panico.

Non è una domanda facile a cui rispondere. Anche perché, questa volta, le vicende si stanno susseguendo in maniera meno fluida, più impacciata. Per la guerra in Libia le potenze occidentali si mossero rapidamente, con la Francia a battere sul tempo tutti gli alleati. Anche per la guerra in Iraq le cose procedettero senza grossi intoppi, con gli Stati Uniti quasi infastiditi dal comportamento prudente dell’Onu. Questa volta, però, è diverso. Gli USA hanno prima annunciato l’attacco, poi hanno compiuto un passo indietro. Adesso aspettano il parere del Parlamento e la relazione delle Nazioni Unite, nonostante la pistola fumante sia stata già trovata (l’attacco con gas chimici).

Gli Stati Uniti, e le potenze europee con loro, tentennano per un semplice motivo. Non hanno nulla da guadagnare. Non ci sono interessi economici in ballo. Non nel breve periodo, almeno. Banalmente, la Siria non è la Libia – che giace su un mare di petrolio – e non è nemmeno l’Iraq. E’ un paese povero. Il Pil nazionale, in picchiata visto la guerra civile tutt’ora in corso, è di appena 33 miliardi di dollari. Quello pro-capite, di 1.700 dollari. La popolazione è scarsa, appena 22 milioni di abitanti nonostante un territorio sconfinato, cosa che fa della Siria un paese non appetibile sul fronte del consumo (il contrario della Cina che di abitanti ne ha settanta volte tanto).

Il “business” principale è l’agricoltura, che impiega il 30% della popolazione e il 18% del territorio. E’ però irrigato solo per il 7%. Si tratta dunque di un’agricoltura povera, poco progredita dal punto di vista tecnologico, praticamente di sussistenza. L’artigianato è discreto, con ottime produzioni, spesso date vie in export, di sete, ceramiche, tessuti vari.

Ovviamente, c’è il capitolo energia, ma è un capitolo piccolo piccolo, almeno in confronto alle altre potenze del Medio oriente. Si produce petrolio, ma si registrano circa 300mila barili al giorno, quando in Iraq e in Iran se ne producono 3 milioni. Stesso discorso per il gas: se ne produce 26mila barili al giorno, mentre il Kuwait supera regolarmente quota 150mila e il Qatar quota 320mila.

Insomma, apparentemente non ci sono interessi economici. E allora perché si vuole fare la guerra? Forse questa volta non c’è niente dietro alla propaganda statunitense? La questione è più complessa. Gli interessi in verità ci sono, ma, eccetto che per un caso, sono tutti a lungo termine. Soprattutto, non sono economici ma strategici.

L’unico paese che ha veramente da guadagnare, in termini di denaro, da una guerra in Siria è il Qatar. Il Qatar possiede il giacimento di gas più grande del mondo, ma ha un problema: non può esportarlo in Europa, che di gas ha una fame incredibile. La strada verso il Mediterraneo è preclusa proprio dalla Siria, preclusa proprio in senso geografico. Il sogno dell’emiro è creare un gasdotto, per ora negato da Assad, che passi per la Siria e che approvvigioni il Vecchio Continente. Non stupisce, dunque, la pressione che il Qatar sta esercitando alla Lega Araba affinché dia il proprio consenso all’intervento su Damasco. All’Egitto sono stati addirittura promessi prestiti a interesse agevolato, insieme a tanti altri bonus economici.

L’entrata in scena del Qatar chiama quella della Russia. L’ex colosso sovietico ha, per adesso, il monopolio delle esportazioni di gas in Europa, monopolio che potrebbe dissolversi nel caso in cui il paese dell’emiro riesca a costruire il suo gasdotto. Visto che l’unica speranza per mantenere lo status quo è difendere la Siria, la Russia difende la Siria.

E l’Occidente? Cosa c’entrano Stati Uniti, Francia e Inghilterra (questi sono i paesi che vogliono la guerra)?. La questione è qui più complessa. Per quanto riguarda gli USA, l’intervento rientra in una logica di contrapposizione con la Russia che, nonostante il crollo dell’Urss, rappresenta tutt’ora una sorta di nemesi, anche se solo dal punto di vista economico. La Francia e l’Inghilterra, invece, cercano credibilità e visibilità. Ma c’è dell’altro. Sul tavolo delle trattative ci sono i “saldi di inizio stagione”. Se Cameron e Hollande aiutano il Qatar a iniziare la guerra, è logico che il Qatar stesso gli riservi un trattamento di favore nel momento in cui andrà a vendere il tanto bramato gas.

L’Italia, come hanno ormai intuito tutti, non ha nessuna voglia di iniziare la guerra in un momento di crisi come questo. Non è alla ricerca di credibilità internazionale, né alla forza di imporsi sul mercato del gas contro Francia e Inghilterra. Da qui, le scarse probabilità che il Bel Paese entri a fare parte di questa ennesima, mortale sceneggiata.