Origini della guerra tra Mario Draghi e la Germania (sulla nostra pelle)

Ormai è sotto gli occhi di tutti la guerra – ovviamente solo politica – che Draghi sta combattendo con la Germania. Il presidente della Bce vorrebbe imprimere una svolta alla politica monetaria dell’Europa ma la Merkel e i suoi sodali glielo stanno vietando. Si stanno scontrando due fazioni. Da un lato i flessibilisti e dall’altro i rigoristi.

L’elemento che desta più curiosità è rappresentata dal fatto che la fazione di Draghi è molto più numerosa rispetto a quella avversaria, ma ciononostante venga continuamente sopraffatta. Evidentemente a pesare, più che la “conta delle teste”, è il potere politico. Potere che è in mano alla Germania, dal momento che è l’unica economia dell’Unione Europea che in questo periodo se la sta passando in modo più o meno decente.

Un’ulteriore conferma di questo rapporto di forza è la conferenza stampa del 4 dicembre. Dopo mesi di dichiarazioni sul Quantitative Easing, sembrava proprio arrivato il momento dell’annuncio. Anche i mercati erano di questo avviso. Invece, Draghi si è visto costretto a rimandarlo nuovamente a data da destinarsi. Il motivo è sempre lo stesso: la Germania non vuole, non è stata ancora convinta.

Le speculazioni sul motivo di questa diatriba si sprecano. Lo spettro delle interpretazioni va dal complottismo puro alla lucida analisi macroeconomica. Un elemento di verità è comunque condiviso da quasi tutte le elucubrazioni: al paese della Merkel giova il fatto che il paesi del sud si trovino in deflazione, almeno fino a quando questo non crei squilibri anche nei parametri dell’economia reale tedesca (eventualità che a dire il vero si sta già verificando).

La versione ufficiale, quella che si legge sui giornali, è però sempre la stessa. Questa affonda le radici nel primo dopoguerra, quando la Germania dovette affrontare un aumento dei prezzi del tutto anormale. Da allora, i tedeschi svilupparono una sorta di trauma dell’inflazione. Il Quantitative Easing, guarda caso, rischia di portare proprio l’inflazione. Appunto proprio quello che serve all’Europa ma per i tedeschi è comunque troppo pericoloso.

A mettere altra carne al fuoco è stato il celebre economista Luigi Zingales, in un’editoriale apparso di recente sul settimanale Espresso. E’ stato lui a raccontare qualche retroscena utile a comprendere la diatriba tra Germania e Draghi.

Tutto ruota attorno alla fondazione della Bce. Agli albori dell’Europa, i tedeschi non volevano privarsi della Bundesbank, che tanto bene aveva fatto per proteggerli dall’inflazione degli anni Settanta. Il resto d’Europa però voleva una banca indipendente a tenere le redini del Continente. Si raggiunge un compromesso, ossia la creazione di una banca sì indipendente, ma a immagine e somiglianza della Bundesbank, quindi orientata a politiche niente affatto accomodanti.

I presidenti della Bce, comunque, hanno nel corso degli ultimi quindici anni, forzato questi vincoli e adottato politiche anche solo timidamente espansive. Finché la Germania si è trovata in recessione (primi anni Duemila) ha lasciato correre. Ma ora che i ruoli si sono invertiti, vuole prendersi quello che, secondo lei, gli spetta di diritto: una banca centrale tutta sua.

Beh, ci sta riuscendo. La Bce è ancora la banca di tutti gli europei ma una cosa è certa: per ora, comandano i tedeschi.