Governo Letta: Rimandato in Economia

governo-letta-rimandato

Se qualcuno di voi aveva provato dell’entusiasmo alla formazione del Governo Letta si dovrà ricredere. L’esecutivo dell’inciucio (secondo i detrattori) o delle larghe intese (secondo gli altri) ha le mani legate, in Italia come in Europa.

In Italia i problemi sono tanti e sono di natura sia economica e sia politica. Economicamente, siamo di fronte a una classica situazione da collo di bottiglia. Troppe emergenze da risolvere, troppe priorità  troppe criticità da affrontare. Il rischio è quello che il Governo, indaffarato a scegliere dove intervenire per prima, non riesca a intervenire su nulla o che, cosa ancora peggiore, che intervenga in fretta e male. L’esempio più eclatante dell’inadeguatezza del “fai presto” è il Governo Monti: in un anno e mezzo, sotto la spinta del clima di emergenza, ha combinato una miriade di guai: Imu impossibile da calcolare, una riforma del lavoro colma di “bug”, centinaia di migliaia di esodati lasciati senza una lira.

Un altro problema interno riguarda la politica. Salta subito all’occhio l’estrema diversità di vedute tra il centrodestra e il centrosinistra, adesso unite in un’avventura dall’esito imprevedibile. Ma non è solo l’alterità delle ricette proposte a destare una certa preoccupazione (per questo c’è l’arte del compromesso), a farlo è il vizio storico del Pdl: quello di guardare alla prossima elezione e solamente a quella. Diversamente, non si spiega la fissazione dell’Imu. Certo, eliminare l’odioso tributo sulla prima casa aiuterebbe le famiglie a respirare un po’. Tuttavia, il denaro scarseggia e sarebbe meglio orientare la spesa su investimenti realmente produttivi. L’abolizione dell’Imu sulla prima casa non è un investimento granché produttivo: l’influenza sui consumi sarebbe minima, anche perché la maggior parte dell’introito della tassa deriva dai “ricchi” a cui non fa differenza (dal punto di vista dei consumi) pagare o non pagare l’Imu sulla prima casa.

E’ dunque necessario muoversi in alte direzioni. Ciò, a ben vedere, non potrà essere fatto: il Pdl considera quella della tassa sulla casa una questione di natura elettorale, un risultato effimero da sventolare con piglia populista durante la prossima campagna elettorale.

Poi, ci sono i problemi esterni che rispondono al nome di Unione Europea. Il massimo organismo continentale non intende allentare la morsa dell’austerity. Il premier Letta ha nei giorni scorsi ventilato una richiesta di ammorbidimento e ha reclamato, tra le righe, margini di spesa più ampi. Ufficialmente, è stato chiesto un posticipo del rientro del deficit italiano sotto al 3%. L’UE ha risposto con un secco no (anzi, con un secco nein), dunque il Governo non potrà finanziare la crescita con ulteriore debito, soluzione che invece è logica e sacrosanta per almeno metà del firmamento scientifico-economico: le politiche economiche keynesiane prevedono proprio un aumento della spesa produttiva in tempi di crisi.

Altro che austerity. Se ne stanno accorgendo anche alcuni liberisti. I vertici della Ue, però, rimangono sordi a queste istanze di buon senso.

La strada del Governo Letta è strettissima. Gli esami, per il nuovo esecutivo e per l’Italia intera, sono alle porte. La sensazione è che Letta e la sua poco allegra ciurma saranno rimandati al prossimo appello. Ammesso che ci sarà un prossimo appello, tanto per noi quanto per loro.