Il Giappone vola alto grazie al Quantitative Easing

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Qualcuno dice che Keynes è tornato prepotentemente nella mente e nei cuori degli economisti. Qualcuno dice che l’austerity è una medicina in grado solo di uccidere il paziente. Poi c’è qualcuno che queste interpretazioni le concretizza e salva l’economia del suo Paese.

Stiamo parlando del Giappone, che grazie alle politiche fiscali e monetarie espansive sta balzando fuori dalle sacche della crisi. Non lo ha fatto tassando, non lo ha fatto tagliando. Lo ha fatto investendo, come il buon vecchio Keynes insegna. Tutto questo mentre l’Europa, e soprattutto Italia, Spagna e Grecia, insistono sul rigore e sulla sua cura mortifera. Risultato? Recessione ovunque e stagnazione in Germania.

Stando alle ultime rivelazioni, l’economia del Giappone crescerà nel 2013 del 3,5%. Un risultato che va ben oltre quello dell’Europa, che si aspetta l’ennesima segno negativo, e persino oltre quello degli Stati Uniti, che pur male non stanno (+2,5). Le previsioni giapponesi di oggi sono più ottimistiche di quelle di ieri, e precisamente di quelle di dicembre, ossia qualche mese prima che i vertici nipponici mettessero in pratica la politica ultra-espansiva. A fine anno si prevedeva per il 2013 una crescita del 2,2%.

L’aspetto più importante è che i risultati del Giappone, almeno per ora, smentiscono i dogmi liberisti che in Europa vanno ancora di moda. Merkel e co. pensano che una crescita sostenuta dal deficit spending e dal Quanitative Easing sia una crescita irreale, una sorta di illusione destinata a ripercuotersi negli anni a venire. E invece il Giappone dimostra che la sua crescita è più che concreta perché trainata da una ripresa netta sia delle esportazioni sia dei consumi privati. Le esportazioni volano grazie alla svalutazione dello yen, resa possibile grazie al Quantitative easing, i consumi privati sono volati grazie all’ampliamento dello stato sociale scaturito dalla “paccata di soldi” (cit. Fornero) che è piovuta sull’economia reale giapponese. Grazia a tale paccata, inoltre, si sono creati posti di lavoro, dunque redditi per le famiglie.

Il ministro per la rivitlizzazione economica (equivalente al nostro Sviluppo) Akira Amari ha dichiarato che il bello deve ancora venire. I risultati riscontrati di recente, infatti, sono soprattutto l’effetto scaturito dalla svolta nelle politiche monetarie e fiscali. A questi vanno aggiunti i benefici reali in arrivo tra qualche settimana.

Una domanda sorge spontanea: l’Europa seguirà l’esempio di Giappone e Stati Uniti (artefici anche loro di politiche espansive)? Per adesso si sta muovendo poco, anche se molti registrano segnali di controtendenza provenienti proprio dall’Ue: la concessione all’Italia dello sblocco del pagamento delle Pa, la proroga di due anni a Francia e Spagna per il rientro del deficit sotto il 3%, l’allentamento della morsa su Portogallo e Grecia. Anche ai piani alti – e anche a Berlino – stanno cominciando a capire che c’è una cosa più importante del pareggio di bilancio: la competitività. Austerity, soprattutto quella fatta in fretta e furia, produce solo decrescita, disoccupazione, depressione e quindi si rivela antiproducente anche rispetto all’obiettivo che si prefigga di raggiungere. E’ ora di rispolverare Keynes e un po’ più di pragmatismo: se cade l’Italia, cade l’Europa.