Giappone: il Pil cala dell’1,6%

Il Pil del Giappone, cresciuto nel primo trimestre dell’anno del 4,5%, è sceso tra aprile e a giugno dello 0,4% e cioè dell’1,6 % su base annua. Le previsioni erano addirittura peggiori ma è comunque un dato su cui riflettere. Il calo dei consumi delle famiglie si attesta, infatti, sul -0,8% dimostrando che la fiducia dei consumatori è minima.

La politica governativa del Quantitative Easing (alleggerimento quantitativo) è giunta al terzo anno ma sembra aver toccato il suo limite. Tramite una forte svalutazione dello Yen (più del 30%) in meno di tre anni, le esportazioni sono aumentate considerevolmente ma la politica di Shinzo Abe non ha comunque portato i risultati sperati, ovvero più investimenti, più occupazione, più consumi. E questo perché i grandi industriali del Sol Levante hanno scelto e continuano a scegliere di investire all’estero, in particolare negli Stati consumatori. Come conseguenza, la qualità e i salari scendono.

Le famiglie giapponesi, in questo modo, si scoprono più povere. Un dato questo che emerge chiaramente dal vero e proprio boom che stanno vivendo i negozi “tutto a 100 yen” (possiamo paragonarli ai nostri negozi “tutto a 1 euro”) e i discount di ogni tipo, che ora vengono presi d’assalto anche dalla classe media che prima li evitava. La svalutazione dello yen, che ha incoraggiato fortemente l’export (per esempio della Toyota), ha infatti causato d’altro canto un notevole aumento del prezzo dei prodotti alimentari e ha, di conseguenza, creato un danno alle classi meno abbienti che si trovano in serie difficoltà.

Il primo ministro giapponese Abe non sembra comunque intenzionato a fermare il Quantitative Easing. Ma la soluzione monetaria non è la panacea di tutti i mali. Una nuova svalutazione dello yen rischierebbe infatti di indebolire ancora di più le classi già disagiate. L’auspicabile soluzione dovrebbe passare dai tagli delle tasse e da nuovi stimoli agli investimenti.

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