Germania, storico accordo sindacale a 28 ore settimanali: i dettagli

Settimana molto importante quella appena trascorsa per la Germania: dal punto di vista lavorativo e politico. Nel primo caso, per il raggiungimento di uno storico accordo sindacale di cui parleremo in seguito, nel secondo per la nascita del nuovo Governo Merkel dopo circa 5 mesi di estenuanti trattative tra Cdu e Spd. Ossia, i centristi della Cancelliera uscente e i socialisti guidati da Martin Schultz (che noi italiani ricordiamo per il “Kapo” datogli da Berlusconi nel 2002). Nasce quindi una nuova Grosse Koalition, per sopperire al crollo di voti dei partiti tradizionali in Germania. Dove pure l’euroscetticismo e il populismo stanno avanzando sempre più. Ma anche al fallito accordo tra Cdu e Liberaldemocratici e Verdi. Tuttavia, occorre ricordare che il disco verde deve ancora arrivare, poiché si otterrà eventualmente solo tramite un referendum interno agli iscritti del partito socialista tedesco atteso per il 4 marzo.

Dunque il 4 marzo diventa una data cruciale per l’Unione europea, dato che i riflettori saranno puntati sia sull’Italia (e le preoccupazioni sull’esito delle elezioni preoccupano non poco l’Ue, basti considerare le continue considerazioni di Moscovici) che appunto sul locomotore tedesco. Un testa-coda dai risultati incerti. Anche perché, se è vero che i socialisti assumeranno i ministeri chiave – Economia, Lavoro ed Esteri – è anche vero che quest’ultimo Ministero ha visto la rinuncia proprio di Schultz. Soprattutto perché bersagliato internamente dal proprio partito.

L’ex presidente del Parlamento Europeo è stato fortemente criticato in quanto aveva promesso che non sarebbe mai stato ministro nel governo Merkel. Secondo la Bild, al presidente sarebbe stato posto un ultimatum dai vertici del partito, con la richiesta di rinunciare all’incarico. Ma anche la Cdu è stata critica in questo senso, complice l’esclusione dalla lista non ufficiale dei ministri di Sigmar Gabriel. Attuale capo della diplomazia, e secondo i sondaggi uno dei politici più popolari del Paese. Dunque un accordo tra centristi e socialisti non è affatto scontato. Ma torniamo all’accordo sindacale.

Sommario

Governo Merkel IV chi sono i Ministri

Chi sono i Ministri del Governo Merkel IV? Ecco i ministeri più importanti:

  • Il Ministero degli interni va a Horst Seehofer, 68 anni, presidente della Csu, il partito «gemello» della Cdu che governa la Baviera. Nel 2015 la Csu aveva criticato la linea aperturista di Angela Merkel sull’immigrazione, chiedendo un’inversione di rotta. Quindi dobbiamo aspettarci una Germania meno tollerante nei confronti degli immigrati.
  • Il Ministero delle Finanze va al socialista Olaf Scholz, 59 anni, che sarà anche vice Cancelliere. Dal 2011 è sindaco di Amburgo. Convinto europeista, dopo le elezioni del 2017 ha contestato la linea di Martin Schulz che escludeva qualsiasi forma di collaborazione con la Cdu. Non a caso ha sfidato lo stesso Schulz alla leadership del partito, aprendo quindi alla possibilità di una nuova Grosse Koalition. Cosa accadrà con lui alle Finanze? Prende il posto del «falco» Wolfgang Schäuble, e ciò potrebbe indurre la Germania ad essere meno intransigente con i Paesi in affanno.
  • Al Ministero della Difesa confermata una donna: Ursula von der LeyenVice, che ha questo incarico dal 2013. Dobbiamo dunque aspettarci una Germania ancora neutrale e speculatrice sulla spinosa questione mediorientale.
  • Il Ministero dell’Agricoltura è andato a Julia Klöckner, 45 anni, Cdu, ex reginetta di bellezza e attuale leader della Cdu nel Land Renania-Palatinato. Viene da tempo considerata l’erede naturale della Merkel alla guida della Cdu. Per ora dovrà accontentarsi di difendere frutta, ortaggi e crauti teutonici.
  • Al Ministero del Lavoro ed Affari sociali ci va una socialista: Eva Hoegl. Un Ministero a cui i socialisti tenevano molto e l’accordo sindacale di queste ore sembra un preludio a ciò che verrà in questi anni.
  • Al Ministero dell’Ambiente ci va un’altra socialista Barbara Hendricks. La quale dovrà affrontare anche la nuova spinosa questione Volkswagen.
  • I socialisti si prendono anche il Ministero della Giustizia, con Heiko Maas Così come il Ministero della famiglia, che va a Katarina Barley
  • Il Csu, stretti alleati del Cdu, si prendono invece il Ministero dello sviluppo con Dorethee Baer.
  • Il Ministero degli esteri resta ancora vuoto, ma dovrebbe andare ad un socialista. Il che lascia sperare in una Germania più morbida nelle relazioni estere. Sebbene, come già detto, negli anni di guida della Merkel, il Paese non ha partecipato ad alcuna operazione militare internazionale. Tessendo invece ottimi rapporti con i francesi e non disdegnando quelli con Putin ed Erdogan. Deutschland zuerst, come America first quindi…

Storico accordo sindacale in Germania: i dettagli

E veniamo all’accordo sindacale storico siglato in questi giorni. IG Metall, sindacato dei metalmeccanici, e l’organizzazione degli industriali tedeschi, hanno siglato un accordo che prevede un aumento annuale dei salari del 3,5% spalmato su 27 mesi. Ma la vera chicca è la riduzione da 35 a 28 ore della settimana lavorativa per un massimo di due anni.

Altra caratteristica dell’accordo sono l’una tantum di 100 euro per i primi 3 mesi di quest’anno, una somma fissa di 400 euro annuali a partire dal 2019 e un’altra sempre annuale, equivalente al 27,5% dello stipendio mensile. Ai dipendenti viene data la possibilità di rifiutare questi 2 ultimi pagamenti, in cambio di una maggiore quantità di tempo libero a disposizione.

Comunque, la vera rivoluzione dell’accordo sindacale è l’orario, definito da Rainer Dulger, presidente di Gesamtmetall, associazione degli industriali: «la prima pietra di un sistema di lavoro flessibile per il XXI secolo». Ecco in cosa consiste: un dipendente ha la possibilità di scegliere di lavorare 28 ore a settimana anziché le canoniche 35, per un lasso di tempo che va dai 6 ai 24 mesi. Tuttavia, i datori di lavoro potranno comunque scegliere di occupare chi è disponibile a lavorare fino a 40 ore settimanali. Così da non subire riduzioni del lavoro in caso di aumenti della produzione.

Nella regione di Daimler e Porsche a 900mila lavoratori è stato riconosciuto un aumento in busta paga del 4,3%, ma soprattutto il diritto ad accorciare la settimana lavorativa a 28 ore, per un periodo massimo di due anni. La settimana accorciata potrà essere chiesta più di una volta, durante la carriera lavorativa.

In realtà, i sindacati volevano anche che chi scegliesse le 28 ore settimanali, non subisse riduzioni del proprio stipendio. Ma gli imprenditori su questo non hanno ceduto. Sarebbe stato troppo. Tuttavia, i dipendenti con figli piccoli o familiari anziani, avranno la possibilità di beneficiare di ferie suppletive. L’accordo varrà fino al 2020.

Le 28 ore non piacciono a tutti

Qual è lo scopo delle 28 ore? Di coniugare meglio lavoro e famiglia. Ma non tutti in Germania ne sono convinti. Secondo diversi analisti, l’accordo salariale si rivelerà punitivo per le piccole e medie imprese del settore, il cosiddetto Mittelstand che costituisce la spina dorsale del sistema-Paese (un po’ come era da noi in Italia, specie tra Nord Est ed Emilia Romagna). Secondo Thilo Brodtmann, della VDMA (associazione degli industriali dell’ingegneria meccanica), i motivi della critica vanno ricercati nel fatto che «i piccoli imprenditori potrebbero essere spinti a cercare accordi d’impresa, quindi fuori dal contratto nazionale».

Il contesto economico favorevole

Il palcoscenico della firma dell’accordo non è casuale: il Baden-Wuerttenberg, il più grande dei Land federali, dove risiedono tutti i maggiori gruppi automobilistici. Riguarderà 900mila addetti, ma, com’è tradizione in Germania, il sindacato vorrebbe estenderlo a tutti i 3,5 milioni operai tedeschi.

La cornice storica di un tale accordo è comunque ottima: l’economia continua a crescere, mentre la disoccupazione è al minimo storico dal 1990, anno della riunificazione. Ma in Germania sanno bene che aumentare le retribuzioni può contribuire a stimolare ancora di più la spesa per i consumi, con effetti che però potrebbero essere avvertiti in tutta l’Eurozona. Il che potrebbe spingere l’inflazione, proprio uno degli obiettivi perseguiti dalla Banca centrale europea mediante il suo quantitative easing tanto voluto dal “nostro” Mario Draghi. Certo, proprio quest’ultimo ha specificato che questo effetto comunque «dipenderà dalle condizioni del mercato del lavoro». Che però risultano in affanno dovunque tranne proprio che in Germania. In tutta l’Eurozona c’è una ripresa, ma molto più lenta e ridotta.

Ma si sa, la Germania è quella che ha beneficiato di più della nascita dell’Euro, poiché ciò ha livellato il valore delle valute. Facendo sì che il freno alle esportazioni prima dovuto dal Franco tedesco forte, venisse meno. E la Germania in questi anni ne ha beneficiato in termini di esportazioni verso gli altri Paesi dell’Eurozona.

Sembra comunque che questo accordo apra una stagione di importanti accordi sindacali. In questi giorni si avvia la trattativa per i dipendenti pubblici. E il fatto che il Ministero del lavoro sia finito ad un socialista, lascia gli operai ben sperare.

Ig Metall, chi è il sindacato che ha sconfitto gli industriali

In Germania, si sa, i sindacati di sinistra sono stati sempre forti ed agguerriti. Fin dalla rivoluzione industriale. E non potrebbe essere altrimenti dato che, il massimo ideologo del potere operaio, Karl Marx, viene proprio da lì. Non a caso, in Germania è nato prima il sindacato e poi il partito socialista. Mentre da noi è stato l’opposto. Ig Metall prevede un aumento progressivo della pressione sindacale, con lo stop del lavoro in aziende scelte a macchia di leopardo sul territorio, nel Nordreno Vestfalia ad Ovest, nel Baden-Württemberg a Sud, nel Brandeburgo e a Berlino ad Est. Già da tempo erano iniziati “scioperi di avvertimento”, con i lavoratori che hanno incrociato le braccia per qualche ora davanti ai cancelli delle fabbriche o nelle piazze cittadine.

Ig Metall (acronimo di Industriegewerkschaft Metall, in italiano Sindacato Industriale dei Metallurgici) vanta 2,3 milioni di iscritti e rappresenta gli interessi di tutti i lavoratori dell’industria metallurgica, elettronica, automobilistica e tessile (presente di fatto nei colossi tedeschi Siemens, Thyssenkrupp, Volkswagen, Daimler e Porsche). Ma è il comparto automobilistico a fare da traino per tutti gli altri settori. È la più grande e rappresentativa delle otto federazioni sindacali tedesche affiliate alla Deutscher Gewerkschaftsbund (DGB) ed ha sede a Francoforte sul Meno.

Dal 1º aprile 1998 ha inglobato la Gewerkschaft Textil und Bekleidung (GTB), finendo così per rappresentare pure i lavoratori del settore tessile e della moda. Dal 1º gennaio 2000, essendosi fusa anche con la Gewerkschaft Holz und Kunststoff (GHK), rappresenta anche i lavoratori della plastica e del legno.

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