Dalla Germania una “speranza” per il Quantitative Easing

La Germania è il simbolo di quella parte di Europa che avversa le politiche monetarie espansive e in generale è ancora legata all’approccio “austerity”. La Merkel, dunque, ha guardato con sospetto la svolta espansiva di Draghi e in particolar modo il taglio drastico dei tassi di riferimento e, soprattutto, i continui riferimenti al Quantitative Easing.

Sui motivo che portano i tedeschi a questa scelta – che appare sempre più masochista – ci si può interrogare. I più complottisti parlano di un piano per impoverire i paesi del sud Europa e arricchire, a loro spese, Berlino. I meno maliziosi riconducono tutto alla storica paura che la Germania prova nei confronti dell’inflazione.

Ad oggi, quindi, il vero ostacolo che si frappone tra l’Europa e le varie politiche di stimolo, o anche solo la flessibilità, è la Germania. Superare le difficoltà in questo senso è difficile, anche perché la Merkel si è preoccupata di “presidiare” la Commissione Europa con l’inserimento di alcuni fedelissimi (come Jyrki Katainen).

Eppure una speranza di cambiamento viene proprio dalla Germania. E per cambiamento, in questo caso, si intende l’introduzione del Quantitative Easing anche per l’Europa.

Questo è il nocciolo del discorso. La Germania è uscita dall’estate non con le ossa rotte, ma quasi. La crescita sufficientemente sostenuta prevista per il 2014 ha ceduto il posto a una grande incertezza e a previsioni anche nel migliore dei casi poco confortanti.

Ecco i problemi che la Germania sta affrontando.

Indice IFO al di sotto delle attese. E’ uno dei parametri che vengono presi maggiormente in considerazione quando si intende misurare lo stato di salute dell’economia in Germania. Molto banalmente, esprime la fiducia degli imprenditori. Ci si aspettava un aumento e invece è stato registrato un decremento. Dal 106,3 di agosto si è giunti al 104,7 di settembre.

Pessimismo imperante. A sorpresa, visto la status di cui gode la Germania (traino dell’economia europea), il numero dei pessimisti ha superato il numero degli ottimisti. Tutto ciò a ogni livello: imprese, dipendenti, cittadini comuni.

Calo dell’export. Le esportazioni sono da sempre il punto di forza dell’economia tedesca, improntata sul manifatturiero e sulla competitività sia a livello di costi che di qualità. La bilancia commerciale è sempre in avanzo, sia chiaro, ma ha subito una grave battuta d’arresto. Anzi, la crescita delle esportazioni si è proprio fermata. La Merkel ha respinto le accuse di cattiva gestione dell’economia e ha addotto motivi specificatamente politici e soprattutto esterni: l’est Europa importa dai tedeschi e proprio da quelle parti è stata registrata una decisa contrazione dei consumi a causa della guerra civile ucraina.

Bassa crescita. Le stime parlavano di una crescita al 2% o giù di lì. Il governo della Merkel è oggi più prudente e non si sbilancia oltre l’1,5%. Ma ci sono alcune importanti figure che prospettano una situazione più negativa. La Commerzbank stima una crescita addirittura sotto l’1%.

Alla luce di queste difficoltà, la Germania potrebbe convincersi della necessità di mettere in campo politiche di stimolo. E’ accettabile che l’Europa se la passi mali se nel frattempo Berlino se la passa bene. Ma quando c’è di mezzo la crescita del proprio paese si è più disposti a cambiare. Il Quantitative Easing non verrà messo in campo domani e forse nemmeno dopodomani, ma è innegabile che il peggioramento dei parametri tedeschi possa ammorbidire le posizioni dei più intransigenti.

Responsabilità: Tutti gli autori, i collaboratori e i redattori degli articoli pubblicati su webeconomia.it esprimono opinioni personali. Tutte le assunzioni e le conclusioni fatte nei post ed ulteriori analisi di approfondimenti sugli strumenti finanziari (valute, azioni, criptovalute, materie prime, indici) sono soggettive e non devono essere considerate come incentivi e/o raccomandazioni all'investimento. Le analisi e le quotazioni degli strumenti finanziari sono mostrate al solo scopo di informare e non per incentivare le attività di trading o speculazione sui mercati finanziari. Lo staff di webeconomia.it e gli autori degli articoli non si ritengono dunque responsabili di eventuali perdite di denaro legate ad attività di investimento. Lo staff del sito e i suoi autori dichiarano di non possedere quote di società, azioni o strumenti di cui si parla all'interno degli articoli. Leggendo i contenuti del sito l'Utente accetta esplicitamente che gli articoli non costituiscono "raccomandazioni di investimento" e che i dati presentati possono essere non accurati e/o incompleti. Tutte le attività legate agli strumenti finanziari e ai mercati come il trading su azioni, forex, materie prime o criptovalute sono rischiose e possono comportare perdita di capitali.
Giuseppe Briganti, 1987. Nato a Reggio Calabria, blogger, laureato in Scienze della Comunicazione e Comunicazione Istituzionale e d’Impresa, sempre con il massimo dei voti. Appassionato di politica, economia, narrativa, ho cominciato a scrivere quando ho realizzato che pensare non mi bastava. Concepisco la scrittura come dialogo, battaglia tra idee e visioni del mondo. Consapevole che una verità unica ed eterna non esiste, mi piace persuadere il prossimo e, quando un’idea altrui mi conquista, farmi persuadere. Nella mia vita professionale ho scritto di qualsiasi argomento, ma trovo particolare piacere a scrivere di economia. Sono un attivista politico e ho collaborato durante la campagna elettorale con il candidato sindaco di Reggio Calabria per il centrosinistra.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here