Germania, quel debito con l’Europa che nessuno ricorda

A vederla, la Merkel, sembra proprio il ritratto del suo Paese: bacchettona, esigente, rigida. Eppure il primo ministro tedesco rappresenta solo la punta di un iceberg. Questa enorme massa fredda e glaciale, che risponde al nome di Germania, guarda il resto d’Europa dall’alto. Il piedistallo è un benessere economico certo invidiabile, ma sul quale possono essere avanzate delle critiche. Soprattutto sul modo in cui è stato raggiunto.

La verità è che la Germania è ricca anche grazie alla generosità degli europei. E ora che gli europei hanno bisogno non della generosità ma semplicemente del buon senso dei tedeschi, questi ultimi pretendono lacrime e sangue, da sacrificare sull’altare dei vincoli di bilancio ma, in verità, su quello – meno nobile – degli interessi della stessa Germania.

L’Europa ha salvato la Germania. La Germania rischia di affondare l’Europa. In queste due frasi si riassume il dramma di un intero continente. I tedeschi farebbero spallucce e gli italiani stessi risponderebbero con un enorme punto interrogativo, eppure la verità è scolpita in tutti i libri di storia.

Nel 1953 la Germania è stata graziata dai paesi europei. Dopo aver scatenato due guerre, conclusesi con milioni di vittime, il gigante tedesco si è visto rimettere i propri debiti da quelle stesse realtà che ora ne subiscono – nuovamente, a distanza di settant’anni – le angherie. Nel 1990, con le macerie del muro di Berlino a ricordare un passato inglorioso, all’alba di una riunificazione storica, la Germania si vide – per la seconda volta in cinquant’anni – cancellare i propri debiti. C’era un default da scongiurare.

Oggi, da scongiurare è la bancarotta non del debito, ma dell’intera economia europea. La disoccupazione non accenna a diminuire, i giovani senza lavoro si contano a milioni, il benessere di 380 milioni di europei rischia di essere compromesso dalle oscure manovre economiche dei tedeschi. La Germania, in spregio al buon senso e alle direttive internazionali, ha prodotto avanzi nella propria bilancia commerciale a danno degli europei, instaurando così una spirale deflattiva che interessato in primo luogo gli stipendi e, in seconda battuta, i prezzi. Le deflazione è colpa dei tedeschi, ma lo è anche per un altro motivo.

La Merkel ha promosso le politiche del rigore e le sta promuovendo tutt’ora. Ora, persino uno studente al primo anno di economica sa che il binomio austerity-recessione è sinonimo di disastro. Disastro che, evidentemente, per la Germania è solo un effetto collaterale dal momento che la arride a Berlino: la riscossione dei debiti contratti da Italia, Spagna, Grecia e Portogallo. Riscossione sulla quale questi stessi paesi hanno chiuso un occhio quando i tedeschi erano in difficoltà. Ancora una volta, lo ricordiamo: nel 1953, con le macerie del Continente che ancora fumavano a causa della follia tedesca; nel 1990, quando c’era da riunificare un paese.

La Germania ha molto da farsi perdonare, ma di pentirsi non ne ha proprio voglia. Nemmeno la distruzione della Grecia, le cui spoglie la Merkel è intenzionata a calpestare nuovamente, farà cambiare idea al premier tedesco e al suo entourage. Speriamo solo che un giorno i libri di storia parleranno non solo della generosità dei paesi europei nei confronti della Germania ma anche dell’indifferenza di questi ultimi rispetto alle loro stesse malefatte.

Responsabilità: Tutti gli autori, i collaboratori e i redattori degli articoli pubblicati su webeconomia.it esprimono opinioni personali. Tutte le assunzioni e le conclusioni fatte nei post ed ulteriori analisi di approfondimenti sugli strumenti finanziari (valute, azioni, criptovalute, materie prime, indici) sono soggettive e non devono essere considerate come incentivi e/o raccomandazioni all'investimento. Le analisi e le quotazioni degli strumenti finanziari sono mostrate al solo scopo di informare e non per incentivare le attività di trading o speculazione sui mercati finanziari. Lo staff di webeconomia.it e gli autori degli articoli non si ritengono dunque responsabili di eventuali perdite di denaro legate ad attività di investimento. Lo staff del sito e i suoi autori dichiarano di non possedere quote di società, azioni o strumenti di cui si parla all'interno degli articoli. Leggendo i contenuti del sito l'Utente accetta esplicitamente che gli articoli non costituiscono "raccomandazioni di investimento" e che i dati presentati possono essere non accurati e/o incompleti. Tutte le attività legate agli strumenti finanziari e ai mercati come il trading su azioni, forex, materie prime o criptovalute sono rischiose e possono comportare perdita di capitali.
Giuseppe Briganti, 1987. Nato a Reggio Calabria, blogger, laureato in Scienze della Comunicazione e Comunicazione Istituzionale e d’Impresa, sempre con il massimo dei voti. Appassionato di politica, economia, narrativa, ho cominciato a scrivere quando ho realizzato che pensare non mi bastava. Concepisco la scrittura come dialogo, battaglia tra idee e visioni del mondo. Consapevole che una verità unica ed eterna non esiste, mi piace persuadere il prossimo e, quando un’idea altrui mi conquista, farmi persuadere. Nella mia vita professionale ho scritto di qualsiasi argomento, ma trovo particolare piacere a scrivere di economia. Sono un attivista politico e ho collaborato durante la campagna elettorale con il candidato sindaco di Reggio Calabria per il centrosinistra.

1 commento

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here