Gawronski e la terza via tra Keynes e Austerity

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L’economista Pier Giorgio Gawronski ha pubblicato un singolare articolo su Il Fatto Quotidiano. Nel bel mezzo della lotta – per ora teorica, visto che la scena è dominata da un contendente – tra i fautori del rigore e i fautori di un ripristino delle teorie keynesiane, l’autore propone una soluzione che in verità è una via di mezzo, forse un po’ più vicina alla sensibilità dell’economista americano.

Gawronski esordisce prospettando tempi bui per l’Italia, anche nel caso in cui si avverassero le più rosee previsioni. Gli economisti prevedono, nel migliore dei casi, una crescita del 3% del Pil in tre anni per l’Italia. Troppo poco, considerando che dal 2008 abbiamo perso quasi un decimo di prodotto interno lordo. A un ritmo del genere, ci vorranno venti anni per raggiungere i livelli pre-crisi e qualcosa in più per tradurre questa “crescita” in posti di lavoro.

L’economista assegna le responsabilità alle politiche di rigore imposte dall’Europa negli ultimi due anni, che non hanno fatto altro che comprimere la domanda, senza essere capace – tra l’altro – di raggiungere gli obiettivi di bilancio prefissati. Mario Monti, infatti, puntava al pareggio entro il 2013, mentre oggi ci ritroviamo con il deficit al 3%.

Il corollario di questa riflessione è uno, ed è keynesiano: per crescere davvero occorre spendere a deficit. Il Giappone, con la sua Abenomics, ne è la dimostrazione più evidente. Gawronski pensa che una crescita stabile al 3-4% costerebbe qualcosa come 150 miliardi in termini di deficit, ma afferma che tale deficit rientrerebbe in maniera “naturale” proprio grazie alla crescita: se cresce il Pil, cresce il reddito imponibile, dunque crescono le entrate.

Gawronski, però, ed è questa la novità, strizza l’occhio anche ai fanatici del pareggio di bilancio e della stabilità finanziaria. Da qui la via di mezzo. Ciò che propone è innovativo: creare una sorta di quasi-moneta. Una moneta, o per meglio dire un aggregato monetario, che non causi inflazione e che non sposti gli equilibri di bilancio. La quasi-moneta potrebbe corrispondere a dei titoli di debito “sui generis”, magari da internalizzare il più possibile (ossia da far acquistare agli italiani). Tale debito dovrebbe essere a lunghissima scadenza, sui cinquanta anni, a tasso di interesse praticamente nullo. In questo modo non peserebbe sul bilancio nel breve e nel medio termine, e per il tasso zero e perché il rimborso sarebbe previsto per un lontano futuro.

Questo metodo, per quanto ingegnoso, non troverebbe la strada spianata. La quasi-moneta imporrebbe comunque in deficit del 5% all’anno per due anni. Niente di catastrofico, ma comunque assai oltre quanto concesso dai trattati europei.

L’economista propone dunque di… Puntare i piedi ed esigere dall’Unione Europea di poter sforare con il disavanzo. In gioco c’è la salute non solo dell’Italia ma anche dell’Eurozona. In fin dei conti, ammette Gawronski, ci meritiamo un trattamento di favore dopo i sacrifici inutili dell’ultimo biennio. E, nonostante tutto, siamo la terza economia del continente e tra i membri fondatori della comunità europea.

Foto originale by Alf Melin