G20, Mario Draghi: fiducia per la discesa dello Spread e poco altro

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Il G20 di Mosca è diventato in pochi giorni una vetrina per gli esponenti più importanti dell’economia internazionale. Ovviamente, grande spazio è stato riservato a Mario Draghi, italiano e presidente della Banca Centrale Europea. E’ intervenuto su due questioni: le prospettive economiche e la “guerra delle valute”, pettegolezzo che sta passando di bocca in bocca, da economista a economista.

Mario Draghi ha nascosto la mancanza di nuovi avvenimenti con il solito linguaggio diplomatico: “I dati sono stati più negativi di quelli che ci aspettavamo. Ma la situazione è di crescente stabilizzazione dell’attività economica, e vediamo segnali di fiducia. Assistiamo alla discesa degli spread e della volatilità e crescenti segni di fiducia”. Ovviamente, non è stato reso noto in cosa consistono questi segnali di fiducia e da dove provengono.

L’altro tema affrontato dal leader della Banca Centrale Europea è quello della svalutazione competitiva, strumento – da alcuni considerato scorretto – per risollevare le sorti delle economie nazionali. L’allarme è scattato dopo che dagli Usa è giunta la notizia di una nuova immissione di denaro nel sistema, ma soprattutto dopo che il Giappone ha deciso di fare altrettanto. Le eminenze grigie dell’Europa mostrano ora segni di preoccupazione, visto che non è possibile svalutare l’euro come si fa con il dollaro e con lo yen.

Qualche giorno fa è intervenuto in proposito il ministro dell’Economia tedesco Schauble, annunciando catastrofi nel caso in cui Usa e Giappone continuassero a svalutare le loro valute. Poi è stato il turno del ministro dell’Economia italiano Vittorio Grilli (dimissionario), dichiarandosi d’accordo con quanto detto dal collega teutonico.

Draghi ha operato una scelta diversa. Ha deciso di minimizzare il problema, e di attutire la percezione eventualmente negativa dei mercati sulla questione “svalutazione”. Ecco cos’ha dichiarato: “I tassi di cambio non sono un obiettivo politico, ma sono importanti sia per la crescita che per la stabilità dei prezzi. In ogni caso monitoreremo la situazione. Tutto questo chiacchiericcio che si rincorre è infruttuoso, autolesionista, inappropriato“.

In teoria, secondo quanto insegna uno dei padri dell’economia moderna (Keynes) svalutare fa bene. Agire sui tassi di cambio fa bene. Persino finanziare la crescita con il debito fa bene. Certo, lo scenario è cambiato rispetto a quando Keynes “dominava”: alcuni possono utilizzare questo strumento (Usa, Giappone, Cina), altri no (Ue e relativi paesi membri). In quest’ottica, la scelta di Stati Uniti e Giappone, potrebbe rivelarsi un po’ più che scorretta.