Futuro dell’Italia: più dolori che gioie?

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Da più parti viene sbandierata l’imminente ripresa economica dell’Italia. Qualche parametro fa sorridere i più ottimisti e funge da appoggio per chi, nelle sfere alte, ha tutto l’interesse a nascondere l’eventuale – altra verità. L’uscita dal tunnel, e la conseguente corsa sui binari della crescita, rappresenta d’altronde un tema certo non nuovo. Persino Mario Monti, a pochi mesi dal suo insediamento, ne parlava. E pensare che il peggio doveva ancora venire.

E’ dunque forte il dubbio che le sirene della ripresa siano troppo simili alle sirene di Ulisse, così attraenti eppure così false. Se poi agli annunci degli ottimisti si associa il pensiero dei pessimisti, i dubbi aumentano. Tra i pessimisti – anzi, tra le Cassandre – spicca senz’altro Roberto Orsi, professore alla London School Economics, autore di un’analisi impietosa sul futuro dell’Italia.

Il suo articolo, pubblicato in un famoso quotidiano economico – ma che ha fatto il giro del web – può essere riassunto proprio con la dichiarazione iniziale: “Tra dieci anni dell’Italia non rimarrà nulla”. Addirittura, secondo il professore, il Bel Paese diventerà un oggetto di studio, una case history utile a capire cosa non deve fare un paese industrializzato: “Gli storici del futuro probabilmente guarderanno all’Italia come un caso perfetto di un Paese che è riuscito a passare da una condizione di nazione prospera e leader industriale in soli vent’anni in una condizione di desertificazione economica”.

Quali sono le cause che hanno portato Orsi a maturare questo pensiero? Certo, disoccupazione altissima, stagnazione economica e disinflazione sono elementi che inducono al pessimismo. Quello del professore della London School è a dir poco pessimismo cosmico.

Le cause sono sia politiche che economiche. Politicamente, Orsi registra gli stessi problemi che lamentano gli oppositori del mainstream partitico. In estrema sintesi, l’Italia è stata portata sull’orlo del baratro (parliamo del 2011) dai partiti, ma a risolvere la crisi sono stati chiamati i burocrati di Bankitalia e della Presidenza della Repubblica. Questi, non avendo una visione politica, si sono limitati a tappare i buchi, per giunta in funzione dei mercati e di una certa elite amministrativo-finanziaria. Insomma, le ricette proposte non hanno fatto bene al paese.

Dal punto di vista politico, la critica di Orsi, che poi rivela le cause del futuro che aspetta all’Italia, è simile a quella mossa dai keynesiani. In un momento in cui erano necessaria misure espansive, la buro-politica italiana ha adottato misure restrittive. Un esempio? In ordine di tempo, Orsi riporta i vari aumenti dell’Iva, in grado di deprimere i consumi e instaurare il circolo vizioso il cui risultato è uno: l’aumento della disoccupazione.

Le conseguenze oggi sono palesi ma potenzialmente eludibili, in un futuro, se si continuerà con questa strada, saranno inevitabili. E purtroppo, nonostante il nuovo corso del Governo Renzi, le regole in Europa – quelle che contano – sono le stesse. Una certa irreparabilità è registrabile già oggi: “Il 15% del settore manifatturiero in Italia, prima della crisi il più grande in Europa dopo la Germania, è stato distrutto e circa 32.000 aziende sono scomparse. Questo dato da solo dimostra l’immensa quantità di danni irreparabili che il Paese subisce”.