Il Franco Svizzero si sgancia dall’Euro: le conseguenze per i cittadini italiani (e quelli svizzeri)

Il 12 gennaio un terremoto ha scosso il mondo dell’economia. La Banca Nazionale Svizzera ha preso una decisione epocale: ha “sganciato” il franco svizzero dall’euro. Le borse hanno reagito sull’onda del panico, e così anche il mercato delle valute. Subito l’euro si è svalutato in modo molto significativo, perdendo, a un certo punto, persino il 32%. Poi la situazione si è un po’ normalizzata, ma tant’è: l’iniziativa svizzera ha aggiunto un elemento di imprevedibilità nei mercati e si prepara a generare un forte impatto anche nell’economia reale.

La domanda che si ci dive porre quindi è la seguente: quali saranno le conseguenze per i cittadini italiani e per i cittadini svizzeri?

Innanzitutto, occorre fare il punto di quello che è realmente accaduto. Tre anni la Banca Nazionale Svizzera ha deciso di agganciare il franco svizzero all’euro. Il termine “agganciare” è gergale e indica l’atto di stabilire una soglia oltre la quale il cambio tra le due valute non può andare. Ovviamente non si può stabilire un rapporto di cambio per decreto ma, per una banca centrale, è relativamente facile agire affinché non venga superato un certo limite. La sua potenza di fuoco, rispetto agli altri investitori in valute, è immensa e quindi può “manipolare” il mercato con relativa efficacia.

Tale limite era stato fissato a 1,20. Ossia, un euro non poteva valore meno di 1,20. La BNS, molto semplicemente, quando la moneta unica era sul punto di svalutarsi al di sotto di questo rapporto, la acquistava, favorendone una rivalutazione.

Il senso di questo provvedimento è semplice: impedire che il franco si rafforzasse al tal punto da compromettere l’export, che ha proprio nell’Eurozona – e quindi anche l’Italia – il suo destinatario principale. In un periodo di crisi, infatti, è logico che una moneta appartenente a un’economia in salute rischi di fungere da “rifugio” e rivalutarsi in modo consistente.

Questo sistema, però, non è molto sostenibile. Non a lungo andare almeno. La Banca Nazionale Svizzera, per acquistare euro, deve vendere franchi e per vendere franchi deve “stamparli”. Stampare moneta a oltranza a effetti collaterali di un certo livello.

L’insostenibilità sarebbe aumentata ogni oltre ragionevolezza a partire dai prossimi mesi, non appena il Quantitative Easing fosse stato attivato.

Da qui la decisione recente di privarsi dell’aggancio “franco svizzero-euro”. Dal momento che, per i motivi appena citati, era necessario prendere questo provvedimento, meglio farlo prima dell’allentamento monetario che durante.

Al netto dei ragionamenti sul tempismo, la reazione dei mercati è stata tempestosa. Nel giro di poche ore dall’annuncio l’euro si è svalutato del 32%, risalendo fino a quota -11% a fine giornata. La giornata in borsa, poi, si è rivelata estremamente negativa per i listini svizzeri, che hanno per l’11% (praticamente un record), mentre quelle europee hanno chiuso in forte rialzo.

A giudicare da questi numeri, si sarebbe portati a pensare che l’intera vicenda avvantaggi l’Europa più che la Svizzero. Ma è proprio così?

A un livello superficiale, l’affermazione non fa una piega. Quando una moneta si rivaluta, le esportazioni peggiorano. Migliorano invece quelle del paese che fa da riferimento alla moneta rispetto a cui l’altra moneta si sta rafforzando. In estrema sintesi, le esportazioni svizzere scenderanno, quelle europee aumenteranno.

Ora, dal momento che tra i destinatari delle merci svizzere figurano gli italiani, e anche viceversa, è altrettanto ragionevole pensare che lo “sgancio” del franco dall’euro giovi molto di più ai cittadini del Bel Paese.

Anche perché, non dimentichiamolo, è dalle esportazioni che dipendono le sofferenze e le gioie del mercato del lavoro. Dal momento che i consumi interni non sono sufficienti – questo vale soprattutto per l’Europa – è fondamentale rivolgere lo sguardo altrove. E vendere, come si intuisce facilmente, per una imprese vuol dire sopravvivere, magari prosperare. Magari assumere.

Ecco, gli effetti maggiori – sia in positivo che in negativo – si avranno soprattutto sul fronte dell’occupazione.

Se tutto andasse secondo le previsioni, quindi, la manovra della Banca Nazionale Svizzera si tradurrebbe in un aumento dell’occupazione in Italia e in un aumento della disoccupazione in Svizzera.

La Svizzera dunque si prepara a un anno duro. Eppure, c’è chi offre un’interpretazione diversa. Il paese elvetico, anziché essere triste per ciò che verrà, deve essere soddisfatto per essere riuscita a mantenersi a galla quando le contingenze avrebbero fatto presagire il contrario. Secondo il Ceo di Swatch, infatti, “Se la Banca nazionale in questi tre anni non fosse intervenuta, il cambio sarebbe stato a livello di parità o anche più basso già da tempo. Dunque hanno avuto anni di “grazia” per investire e rafforzarsi, e ora devono semplicemente fare i conti con il valore effettivo della valuta locale”.

Insomma, la Svizzera ha già avuto tanto, non ha diritto di lamentarsi.

Ci sono poi conseguenze che riguardano in particolare uno specifico gruppo di persone. La prima categoria in questione è quella degli italiani che hanno trasferito illecitamente del capitale in Svizzera. Il Governo sta cercando di riportarli in Italia e la “voluntary disclosure” va proprio in questo senso. Ecco, dopo la mossa di Berna ri-trasferire i soldi conviene. Conviene, appunto, vendere franchi svizzeri e acquistare euro.

Discorso a parte per i frontalieri. Per loro le conseguenze hanno una valenza ambigua. Nel breve termine sono positive, nel lungo termine potrebbero essere catastrofiche. Chi lavora in Svizzera ma vive in Italia, quindi acquista in euro, proprio per effetto della svalutazione della moneta unica, si è ritrovato tra le mani uno insperato aumento dello stipendio. Questo è ovviamente è un bene, ma effimero. Se è vero che l’occupazione in Svizzera subirà forte ripercussioni, l’incubo del licenziamento potrebbe diventare realtà. E i frontalieri potrebbero perdere il lavoro.